Il gallo stonato e il pranzo inaspettato: un ricordo caraibico


Un racconto di vita quotidiana in Repubblica Dominicana, tra risvegli sgraziati, vicini sinceri e finali sorprendenti.



Vegani avvisati: qui si ride anche di un gallo stonato.

Ricordi... Ieri mi è bastato vedere un gallo tronfio in una foto per ricordarmi che, in Repubblica Dominicana, ne avevo uno sotto casa che pensava di essere Pavarotti.


Era il 2006, o giù di lì, eravamo in quella della Domenicana da un anno circa.
Vicino a noi viveva una famiglia che ho sempre apprezzato molto.
C’era Santiago, sua moglie Andrea e figli e nipoti sparsi un po’ ovunque.

Una mattina mi sveglio con il canto di un gallo che, più che un canto, era il suono sgradevole di un gesso sulla lavagna.

Mi alzo e, fuori dalla finestra, proprio sulla recinzione, vedo un galletto tutto allegro e tronfio che dava il buongiorno al mondo.

Ho pensato: e questo da dove cazzo arriva?

E niente, mi sono rimessa a letto. Il cantante ha finito la sua performance, così io mi sono riaddormentata.

Pensavo fosse un gallo di passaggio e invece no: la mattina dopo è tornato, sempre più fiero e sempre più tronfio e, se possibile, ancora più sgraziato del giorno prima!

Ho capito che è il gallo di Santiago.
Non ho voglia di discutere, tantomeno con lui.
Lascio passare qualche giorno, ma quel maledetto gallo mi fa saltare i nervi.
Così decido di andarci a fare due chiacchiere.

— Ciao Santiago, come ti va la vita?

— Hola Sara, estoy bien. ¿Y tú?

“Ciao Sara, sto bene. E tu?”

— Ti chiedo scusa in anticipo ma ti devo chiedere una cosa: puoi fare qualcosa per quel gallo che al mattino mi sveglia? Inoltre è pure tanto stonato!

— ¡Dios mío! Ni siquiera pensé que podría molestarte, lo siento.

“Dio mio! Non avevo nemmeno pensato che potesse darti fastidio, mi dispiace.”

— Ma figurati, so che non l’hai fatto di proposito. Ma pensi di poterlo chiudere da qualche parte di notte?

— ¡Por supuesto que lo arreglaré, no te preocupes! Lo llevaré a la Loma.

“Certo che lo sistemerò, non ti preoccupare! Lo porterò alla Loma.”

Così, sollevata che non si sia arrabbiato, me ne vado a casa.
È venerdì e immagino che sabato e domenica non vada alla Loma (la montagna sopra Los Patos).
Mi sa che mi toccherà sopportarlo ancora un paio di giorni!

Il mattino mi sveglio e il sole è già alto.
Subito penso: il gallo?
Ho pensato che l’avesse già portato via oppure l’avesse chiuso dentro nel capanno.

A mezzogiorno vedo che sono tutti a tavola.
Mi fermo a dare il buon appetito e ringrazio per la cortesia del gallo.
Così chiedo che fine abbia fatto.

— ¿El gallo? ¡Està aquí!

“Il gallo? È qui!”

— Qui dove? — chiedo io, guardando verso il capanno…

— Aquí — mi dice lui, mostrandomi una ciotola.

“Qui” — mi dice, mostrandomi una ciotola.

— Santiago… che cosa hai fatto?

— Lo maté anoche y lo cocinamos hoy.

“L’ho ucciso ieri sera e oggi l’abbiamo cucinato.”

— Santiago… io non ti avevo chiesto di ucciderlo…

— ¿Qué te preocupa, Sara? Lo compré para comer, y él también lo sabía, era cuestión de tiempo. ¿Has comido pollo alguna vez?

“Cosa ti preoccupa, Sara? L’ho comprato per mangiarlo, e lui lo sapeva: era solo questione di tempo. Hai mai mangiato pollo nella tua vita?”

Al momento mi sento un po’ ipocrita, visto che mangio carne, non dovrei fare tante storie... ma è anche vero che non avevo mai visto una vittima negli occhi.
Lui vede la mia espressione e scoppia in una risata facendo spallucce.

E niente… il gallo ha smesso di cantare.
Io, ancora un po’ scioccata, guardavo la ciotola come se fosse la scena del crimine.
Santiago, invece, rideva di gusto e mi diceva:
“Sara, tranquila… ora puoi dormire fino a tardi, e noi abbiamo fatto colazione, pranzo e forse anche cena!”

Alla fine ho pensato che aveva ragione lui: il gallo era stonato, ma almeno il suo ultimo assolo è stato… commestibile.
E, in fondo, non tutti i concerti finiscono con gli applausi: alcuni finiscono con le posate.

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