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Visualizzazione dei post con l'etichetta sguardo

[Sguardo] L'Europa e l'immigrazione: la cecità scelta di chi non vuole guardare

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Oggi è Pasqua  "Mica possiamo prenderli tutti." Oh, quante volte l'ho sentita. Detta con quella tranquillità di chi non ha mai dovuto scegliere davvero tra restare o partire. Di chi la mattina si sveglia, apre il frigo, e la sua unica preoccupazione è cosa mangiare. Capisco. Davvero. Perché è difficile immaginare quello che non si è mai visto. È difficile sentire quello che non si è mai vissuto. Ma è anche difficile giustificare chi non prova neanche a capire. Perché informarsi si può. Leggere si può. Chiedersi il perché si deve. Eppure… C'è qualcosa che mi fa impazzire più della cattiveria consapevole: la cecità scelta. Quella di chi decide di non guardare. Di non sapere. Di non capire. E poi parla. Vota. Decide. Anche per gli altri. Parliamo di esseri umani che cercano di andare a vivere in un posto dove si stia meglio. Incredibile, vero? Sembra quasi una rivoluzione. È una cosa che abbiamo fatto tutti, in forme diverse: cambiare città, paese, q...

[Sguardo] Mollaccioni? Prima di dirlo, guardiamoci allo specchio

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I ragazzi di oggi sono dei mollaccioni. Lo sentiamo dire spesso, e lo diciamo ancora più spesso. Con una facilità che dovrebbe farci vergognare un po'. Sì, perché mentre li chiamiamo mollaccioni, non ci fermiamo mai a chiederci in quale mondo li abbiamo messi a vivere. Partiamo dalla casa. Per andarsene di casa, quel gesto che la nostra generazione considera il minimo sindacale dell'indipendenza, i ragazzi di oggi devono ripiegare su stanze condivise a prezzi che farebbero impallidire chiunque. Novecento euro a stanza. Novecento! E non un appartamento. Una stanza! Quegli appartamenti erano dei nonni. Oggi, macchine da soldi. E qualcuno, con grande senso degli affari e pochissimo pudore, ha deciso che speculare sulla necessità altrui si chiama mercato. Sarà... Ma il mercato, in certi casi, ha proprio la puzza di chi se ne sta approfittando. E non è solo la casa. È il lavoro, precario, sottopagato, a progetto, a chiamata, a tempo determinato rinnovato al...

[Sguardo] La chiamano modernizzazione: la nuova legge sul lavoro in Argentina che riporta indietro il tempo

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In Argentina hanno approvato una legge. Si chiama Legge di Modernizzazione del Lavoro. Il nome è già tutto un programma. Di cosa si tratta? Be lo racconto : i datori di lavoro possono estendere l'orario di lavoro, in modo arbitrario, da otto a dodici ore giornaliere. Gli straordinari non vengono più pagati in denaro. Vengono compensati con un giorno di riposo. Va che culo, direbbe qualcuno. E ovviamente, ovviamente , vengono facilitate le procedure di licenziamento. E ridotte le indennità massime. Gli argentini si sono arrabbiati, come era prevedibile, si sono radunati fuori dal Parlamento. Indovinate com'è andata a finire? La polizia ha represso i manifestanti. E il governo li ha denunciati. Per terrorismo. Terrorismo ragazzi!! Lavoratori che protestano contro dodici ore di lavoro al giorno. Terroristi. Nel frattempo, nel nord Europa si discute di ridurre la settimana lavorativa a quattro giorni. Più tempo per la famiglia. Per la salute...

[Sguardo] Quando lo sguardo si ritira e resta il sentire

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  Oggi guardo, ma lo sguardo non c’è. Non manca: si è semplicemente ritirato. Un po’ come fanno certe facoltà quando il corpo ha bisogno di sentire. Oggi non sto osservando il mondo, lo attraverso... In questi momenti succede di tutto, ma non ho niente da dire. Sento tante parole a cui non riesco a dare una forma. Forse Sguardo oggi è questo: sapere quando smettere di guardare per non tradire ciò che si muove sotto. Non è un cambio di rubrica, è solo una domenica in cui Sguardo si siede e ascolta.

[Sguard]o Luce. Guarigione. Consapevolezza. Perché certe parole non aprono: chiudono

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Di solito non rileggo quello che scrivo. Se lo faccio, è solo per riprendere un tema, non per rivedermi. Oggi invece mi è successo. Tempo fa avevo scritto questo e mi ero sentita giudicante, presuntuosa, magari anche un po' saccente. Rileggendolo oggi, mi sa che ero solo molto cauta. Forse fin troppo gentile. Da tempo ormai sui social è esploso un certo tipo di linguaggio: parole grosse, solenni, sempre uguali. Luce. Guarigione. Consapevolezza. Verità. Parole che dovrebbero aprire e invece chiudono. Perché quando qualcuno parla così, spesso non sta cercando: sta affermando. Il problema non sono i life coach o gli influencer spirituali. Il problema è quanto facilmente gli si crede. Quanto siamo disposti a smettere di pensare con la nostra testa pur di sentirci dire che stiamo andando nella direzione giusta. Chi si definisce guida, di solito vuole essere seguito. Chi promette cambiamenti, spesso non sopporta le domande. E chi parla sempre di luce, raramente ...

[Sguardo] Accentismo: quando la lingua diventa una soglia silenziosa da attraversare per essere accettati

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A pensarci bene, è una cosa che in Italia accade spesso, anche quando non la si nomina. Anzi, di più; si fa di tutto per non dirla. Come quel mio amico, meridionale, che per essere accolto ha iniziato a parlare il dialetto locale. Non per gioco, non per folklore. Per necessità. Per ridurre l'attrito. Per smettere di essere notato come "altro". E non era un problema di comprensione. Ci si capiva benissimo anche prima! C'è un fenomeno che ha un nome preciso: accentismo. L'accentismo è la discriminazione linguistica, il trattamento ingiusto di persone in base alla loro lingua o al loro accento. Poco conosciuta, eppure molto diffusa. Opera spesso al di sotto della consapevolezza, il che la rende una delle forme di discriminazione più difficili da riconoscere. E non è una mia opinione. È oggetto di ricerca scientifica. L'Università di Siena coordina un progetto europeo — il progetto CIRCE, che studia come gli accenti vengono percepit...

Punch, il macaco abbandonato: quando lo [Sguardo] si ferma sulla pucciosità e dimentica la coerenza

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  Punch ha sei mesi. È nato in uno zoo giapponese, a Chiba, ed è diventato una piccola star sui social in poche settimane. È tenero, è minuscolo, è perfetto per un reel, non trovate? E sua madre lo ha abbandonato alla nascita, ok! Fin qui, la notizia. Adesso spostiamo lo Sguardo. Quante volte avete sentito dire: "Preferisco gli animali agli esseri umani. Loro sono puri. Loro amano in modo incondizionato." È una frase che ritorna spesso. Troppo spesso. Per carità, non c'è nulla di sbagliato nell'amare gli animali, anzi! Il problema nasce quando quell'amore diventa un rifugio morale: una purezza proiettata, comoda, che non contraddice, non delude, non mette in discussione. Poi arriva Punch. Un animale "puro", "istintivo", "libero da sovrastrutture umane". E l'abbandono accade. E lo Sguardo dove si posa? Non sull'abbandono da parte della madre.  Non sulla fragilità dell'istinto. Non sul...

Quella strana emozione che non è aspettativa: è la Vita che accade.

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  Ogni tanto sento questa emozione. Per anni l'ho chiamata aspettativa, come se dovesse succedere qualcosa di bello. Un po' come le farfalle nello stomaco prima di un viaggio: una vibrazione leggera, viva. Me la sono sempre goduta, quel momento. Poi però il momento passava. Io restavo in attesa. E la cosa straordinaria non arrivava mai. Così arrivava la delusione, e io andavo avanti. Oggi ho sentito la stessa emozione. E, come sempre, me la sono goduta. Ma qualcosa è cambiato… Non ho aspettato che la cosa meravigliosa succedesse, perché mi sono accorta che stava già succedendo. Non c'era un poi. Non c'era una promessa da mantenere. Ciò che sento non è più aspettativa, ma Vita che accade. È il movimento stesso dell'essere viva, qui, adesso. E per la prima volta quell'emozione non chiede niente. Non anticipa, non promette e non delude. È completa così com'è…

Il bosco, la scena e lo [Sguardo]: quando vivere diventa recitare

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Bisogna ammetterlo: in Italia non esistono fatti, esistono solo scene. Drammatiche, teatrali, favoleggianti... Ogni cosa, OGNI COSA , prima o poi viene trascinata sul palco: illuminata male, amplificata troppo, caricata di pathos fino a perdere qualsiasi contorno reale. Non importa cosa sia accaduto davvero. Importa come può essere raccontato. E di solito viene raccontata male! La famiglia del bosco non fa eccezione. Anzi: è perfetta. Perché c’è il bosco, che in questo Paese non è mai solo bosco. È fuga, è minaccia, è purezza e regressione, è colpa, è sogno. Certo, dipende da chi guarda. E da cosa deve dimostrare. La loro unica colpa non è aver sottratto i figli alla scuola, né aver rifiutato un modello, né aver scelto una vita ai margini. La loro unica colpa è aver fatto una scelta: non il bosco, ma il bosco in Italia . Perché in Italia le scelte devono essere spiegate, giustificate, rese digeribili. A tutti, ovviamente. Devono diventare...

[Sguardo] Elize Matsunaga: il documentario che divide tra verità e manipolazione

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Un’analisi critica sul racconto del crimine e sull’immagine costruita dalla protagonista.   Ho appena finito di vedere il documentario su Elize Matsunaga e faccio davvero fatica a non emettere un giudizio. Non tanto per il crimine in sé, che è già di una gravità estrema, ma per il modo in cui viene raccontato. E quello che mi ha disturbato più di tutto è sentirla ripetere, come un mantra: “ho fatto un errore”. Un errore? Dici che hai fatto un errore?? Non hai sbagliato autobus. Non hai messo il sale al posto dello zucchero. Non hai dimenticato la porta di casa aperta... hai ucciso tuo marito! E anche se fosse stato per legittima difesa, non lo smembri e non lo distribuisci in mezzo ai boschi. C’è un limite tra l’umano e l’inumano, e lei lo ha superato. Il documentario sembra quasi costruito da lei stessa. Dice di non volere attenzione, ma poi si concede interviste, si mostra mentre prega, piange, si fa il segno della croce davanti alle telecamere. (In quelle sc...

[Sguardo] "Di colore" non è politically correct: è solo un eufemismo che fa più danni che altro

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Spesso sento e leggo persone che usano l'espressione "di colore" pensando di essere super sensibili e politicamente corrette, ma in realtà rischiano di fare più danni di un elefante in un negozio di cristalli. Innanzitutto, è un eufemismo per evitare di dire "nero", come se ci fosse qualcosa di strano o sbagliato nell'essere neri. Spoiler: non lo è! Inoltre, il termine ha una storia che puzza un po' di colonialismo e segregazione razziale, soprattutto nei paesi anglofoni. E finisce per mettere sotto un'unica etichetta un sacco di persone con esperienze e origini diverse, cancellando la loro unicità. Rispetto per le preferenze degli altri è la chiave: in molte culture, "nero" è considerato il termine più giusto e rispettoso. E, indovinate un po'? A volte, per paura di offendere, finiamo per farlo ancora di più. E non è mai bello essere il re dell'indelicato! Includere davvero significa anche accettare e usare i termini ...