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Visualizzazione dei post con l'etichetta vita quotidiana

Se non puoi combatterli, alleati

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  Oggi vado a fare la spesa e mi avvicino al reparto frutta e verdura. Mi ricordo: devo comprare l'aglio. Mi avvicino al banco, cerco l'aglio e a un certo punto alzo gli occhi. Vedo un cartello. «Per favore, sbucciate l'aglio all'interno della cassetta. Grazie.» Cosachecosa? Ricordate qualche post  fa, quando avevo raccontato del cartello che vietava di sbucciare l'aglio e della gente che continuava imperterrita a sbucciarlo? 🚫 «Per favore, non sbucciate l'aglio.» La clientela: 😏 «Certamente.» Sbuccia. Il supermercato: 😠 «Abbiamo detto di NON sbucciarlo!» La clientela: 😏 «Certamente.» Sbuccia ancora. E ora? Devo dire che sono anche ubbidienti, in questo caso, perché la cassetta era piena di bucce d'aglio! Va che bravi! 😂  Hanno ceduto. Non hanno più vietato di sbucciarlo. Hanno semplicemente trovato un accordo con il nemico. 😂 È proprio vero: se non riesci a combatterli, alleati! 🤣

Questa sera lo prendo io...

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  Questa sera sono stanca. Sono andata a letto, ho letto, mi sono rilassata, mi sono messa giù a dormire. E, meraviglia, mi stavo addormentando. E lei,  questa infame nevralgia, ha deciso di mandarmi una lunga serie di fulmini ai piedi. Ma santa vergine madre e tutti i santi del paradiso... che due palle che ne ho!  Sono ormai le due di notte e io già lo so che mi ci vorrà chissà quanto per addormentarmi. E ogni sera ce n'è una. Ormai sono tre anni. Tre anni in cui, a volte, è davvero dura. E stasera lo è più del solito. E non ho nemmeno voglia di guardare chi sta peggio di me. Mi spiace per tutti, certo. Ma mi spiace anche per me. Perché c'è una cosa che forse pesa quasi quanto il dolore: il mondo, intorno a me, si è abituato al mio malessere. Io ho dolore, piango e attorno a me? Sì, ok... E avanti, che la vita continua. Come è giusto che sia. Ovvio, non pretendo che tutti si pieghino al mio dolore. Non voglio che la mia sofferenza fermi la vita deg...

Il rischio di sbocciare

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  Il pensiero del martedì Non tutto ciò che sentiamo ha il diritto di decidere per noi. Proprio ieri mi è successa una cosa. Scrivo alla mia vicina per sapere come sta. Lei mi risponde che è a São Paulo per sbrigare delle faccende e che sta bene, poi mi chiede come sto. Io rispondo: "Bene dai, tra un dolore e l'altro sopravvivo 🙂." Subito dopo mi sono sentita in imbarazzo per essermi scoperta, come se volessi attirare l'attenzione. Cosa non vera. Ma il mio cervello ha iniziato a dire: Sei sempre la solita. Parli troppo. Vola basso ogni tanto! Mi sono mandata a quel paese subito. Non volevo provare imbarazzo per aver semplicemente detto come mi sentivo. Ed ecco che, tra le tante parole belle che mi capitano, ho trovato questa che detesto nella maniera più assoluta. Imbarazzo. Non perché sia una brutta parola in sé, ma perché sembra portarsi dietro un intero mondo di situazioni che magari ti fanno venire voglia di scappare da se stessi. P...

La logica dell'aglio, sempre che ci sia una logica!!

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Il pensiero del martedì Sono al supermercato e mi fermo, incuriosita, davanti a una scena che ormai conosco bene. C'è una montagna di aglio. Un cassone colmo, dove la gente pesca a mani nude. I guanti non sono obbligatori qui, nessuno li usa, nessuno li chiede. Si rovista nel mucchio, si soppesa, si sceglie. Fin qui, tutto normale. Ma poi arriva il momento creativo. Un sacchetto ben aperto da un lato, lo spicchio nell'altra mano: via la buccia, via il cuore, e dentro finisce solo il necessario. Pulito, già pronto, selezionato con cura quasi chirurgica. Il ragionamento è semplice: perché pagare qualcosa che non si usa? Tornata a casa faccio due conti. La buccia e il cuore di una testa d'aglio pesano circa cinque grammi. Al prezzo medio del supermercato — tra i 15 e i 20 reais al chilo — il risparmio è di circa dieci centesimi. Forse. Dieci centesimi per un chilo d'aglio. E un chilo, in realtà, è tanta roba. E soprattutto: non si può fare. C'è il cartell...

Smettere di rimandare la vita: quello che due anni di malattia mi hanno insegnato

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Il pensiero del martedì Il presente non è una sala d'attesa... Sono due anni che sto male, due anni e mezzo da quando ho avuto il fuoco di Sant'Antonio. Due anni in cui ogni volta che stavo meglio, la ricaduta faceva ancora più male della malattia stessa. C'era solo: «Ecco, di nuovo. Non guarirò più. È sempre peggio.» E giù di autocommiserazione. Ma succede che uno, a un certo punto, si arrende. Non per sconfitta, ma per accettazione. Ne ho parlato anche con Tomo. A volte, quando dico "se un giorno guarisco", lui mi corregge: «quando un giorno guarisci». Ho dovuto spiegargli che a un certo punto bisogna anche smettere di vivere in attesa e imparare a godersi la vita per quella che è. Lo so, chi ci ama lo dice per incoraggiarci. Per darci speranza. Ma c'è un piccolo paradosso nascosto in quella frase. Come se la vita vera fosse sempre dopo. Dopo il dolore. Dopo la fatica. Dopo il momento difficile. Come se il presente fosse soltanto...

Quando l'intelligenza artificiale ha più paura di te che del Darkweb

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Vi racconto Ho chiesto a un'intelligenza artificiale come funziona un macchinario. Un macchinario prescritto da un medico, arrivato a casa mia senza istruzioni. Niente libretto, niente foglietto, niente neanche un disegnino con le frecce. Solo il macchinario, lì, che mi guardava. Ho pensato: chiedo all'IA, risolvo in due minuti. Risposta: argomento a rischio. Cambiamo discorso. Sottotesto; Attenzione. Questa conversazione potrebbe alterare il destino dell’umanità Ho riletto due volte, convinta di aver capito male. No, avevo capito benissimo. L'ho fatto presente, con la voce interiore di chi conta fino a dieci prima di parlare, che non stavo chiedendo come eseguire un intervento chirurgico sul tavolo della cucina. Stavo chiedendo come funziona una macchina. A quel punto qualcosa si è sbloccato. La risposta è arrivata. E poi è sparita. Cancellata. Come se l'IA avesse avuto un ripensamento dell'ultimo secondo e si fosse detta: no, troppo pericoloso, megli...

[Sguardo] WhatsApp, messaggi effimeri e altre forme di crudeltà moderne

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Cose che non sopporto ( elenco in corso) C'è una cosa che non sopporto di WhatsApp. Anzi, forse più di una, ma procediamo con ordine. Le famose spunte blu che rimangono grigie. Sì, lo ammetto, dopo aver notato che non cambiano... anche il mio umore si tinge di quel colore. Ma posso capire: c'è chi rivendica il diritto di non essere sempre reperibile, chi si prende i suoi tempi, chi ha bisogno di respirare lontano dallo schermo. Me ne farò una ragione. Crescerò come persona. Probabilmente. Quello che invece proprio non riesco a digerire, quello che mi fa venire un mezzo esaurimento nervoso, sono i messaggi effimeri.  Cioè, scusate, ma ci siamo capiti? Effimeri a chi?  Tu attivi i messaggi effimeri e WhatsApp mi informa con quella calma burocratica da impiegato comunale dell'anima: "Questo messaggio verrà eliminato tra sette giorni." Sette!  Che poi... la piattaforma perché ce lo deve dire? E soprattutto perché non lo cancella dalla sua chat e lascia...

In metropolitana a San Paolo c'è una regola non scritta che tutti rispettano (o quasi)

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  Vi racconto C'è una cosa che chi vive a San Paolo non perdona a nessuno. Non importa che tu sia appena arrivato, che non abbia diritto di voto, che sia la prima volta che metti piede in quel posto. Non ti perdonerà mai. Anzi, rischi di essere spinto e accompagnato da parole che è meglio non tradurre. Stiamo entrando nella stazione da Sé. Sono davanti a tutti, soddisfatta di me, quando il Fanciullo mi si mette di fianco, mano sulla spalla, tono da film drammatico: "Mamma. Sulla scala mobile. Stai a destra. Mi raccomando." Ok. "E se non lo faccio, cosa mi fanno?" "Fidati. Non vuoi saperlo. Ed ecco il Fanciullo in modalità “ti prego non farci espellere socialmente”, e io che passo dall’orgoglio alla sopravvivenza civile in tre secondi. Non è una regola scritta da nessuna parte. Non c'è un cartello, non c'è una multa, non c'è un vigile.  Eppure tutti la sanno.  La sinistra è per chi cammina, anzi per chi corre, perché a San Paolo a...

Vacanze in Brasile: spiagge, chácara e paesini coloniali, come si riposa davvero qui

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Vi racconto Le vacanze in Brasile, o meglio, le feste in mezzo alla settimana e i ponti festivi, hanno una sola domanda: la gente dove va? Dipende da dove sei. Qui da me la spiaggia più vicina è Santos, con le sue lunghe distese di ombrelloni. Ma non è come in Italia. Difficile trovare file di persone sdraiate in silenzio, a leggere o ad ascoltare musica con le cuffie. Qui è diverso: ombrelloni, sedie e tante chiacchiere. Due ombrelloni? Almeno dieci sedie. E tra uno e l'altro, un frigo portatile 50x40, pieno di bibite, alcoliche o meno, sepolte sotto una montagna di ghiaccio. Il cibo non si porta: si sceglie tra i venditori che serpeggiano tra la gente come pesci in un banco. Nessuno muore di fame. Nessuno muore di silenzio, nemmeno per sbaglio. Questo è il classico fine settimana. Per quelli prolungati, le più gettonate sono le chácara : case in campagna con mille stanze e mille posti letto. Costano, quindi ci si organizza: mezzo quartiere, stereo con casse grandi qu...

Santa Isabel: il paesino brutto che non riesci a smettere di amare

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In viaggio con me Ho sempre parlato di dove vivo, ma non ne ho mai parlato davvero. Santa Isabel: un nome che trovo bellissimo, ma la pronuncia brasiliana gli toglie tutto il fascino. Santa Isabèo! Che tristezza! È una bella cittadina? No, per niente. Ma si fa voler bene. Un po' come quando si vede un cane brutto. Al primo momento si pensa: cavolo, che brutto! Poi lo si guarda meglio negli occhi, ci si sofferma sullo scodinzolio e voilà, conquistato. Ora via quegli occhi a cuore. Proprio come quel cane, Santa Isabel ti conquista piano piano… a me ci sono voluti vent'anni. Tanti? Sì, ma ora la amo. È disordinata, caotica. Cresciuta senza nessun piano regolatore, si può trovare una casa in stile coloniale accanto a un palazzone grigio che nessun architetto rivendicherebbe mai. I fili elettrici sono uno scempio, talmente tanti che sembra di essere intrappolati in una ragnatela gigante. Santa Isabel è una città di 363 chilometri quadrati. Più o meno come Enna, in ...

Liberada!

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  Sono andata a fare il rinnovo della patente. Nemmeno me ne ero accorta, ma ad aprile saranno cinque anni che è scaduta. Così vado in paese, al Poupatempo Poupatempo, in portoghese, significa letteralmente risparmia tempo , e dentro a questa struttura c'è davvero tutto: documenti personali, servizi legati ai veicoli, certificati, servizi sociali, difesa del consumatore. Un posto solo, quattrocento servizi pubblici di cose risolte.  Arrivo e mi avvio al totem che spicca per tutta la sua tecnologia! Mi atteggio come fossi una diva, ma... non ci capisco nulla. Chiedo aiuto (che è meglio) e arriva una ragazza carinissima. La signora ha bisogno di aiuto? chiede lei. E io uso le parole magiche che aprono tutte le porte della cortesia. Da quando vivo qui le uso sempre: Chiedo scusa per il mio portoghese, sono straniera. Mi può aiutare? Dopo questa frase si può vedere lo sguardo di perplessità lasciare posto a un bellissimo sorriso. Le spalle si rilassano, e passano ...

Lo sporco gioca a nascondino

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  Consigliata a chi pensa che la polvere abbia un sindacato segreto! A volte mi chiedo se lo sporco si diverta a giocare a nascondino . Perché uno si impegna: aspira, lava, si piega in acrobazie degne di una lezione di yoga. Poi si gira tutto soddisfatto per godere del lavoro fatto e… voilà ! Brusighini*  ovunque, come coriandoli dopo una festa non invitata. Lo sporco non è solo polvere: è un artista del camouflage, un ninja delle fessure, un illusionista che appare quando meno te lo aspetti. Giuro che i brusighini hanno un sindacato: si organizzano per comparire solo quando abbasso la guardia. Alla fine ho capito: non sto pulendo casa, sto partecipando a un reality segreto, “Chi vuole diventare polvere?” La verità? Lo sporco ha il senso dell’umorismo. I brusighini sono più veloci di qualsiasi aspirapolvere. La soddisfazione di un pavimento pulito dura esattamente 3 secondi. Morale  della fa...

Santa Isabel: addominali e costanza, due storie di vita

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La forma cambia, la costanza resta. E pure il sorriso.   Oggi ero a Santa Isabel. Seduta in macchina, aspetto il mio Tono e faccio la cosa che amo di più: guardare. Dall’altra parte della strada un uomo sulla sessantina mi cattura l’attenzione: per allacciarsi i bermuda aggancia la maglietta sotto il mento e… addominali in bella vista. Evidenti. La ragazza dei parcheggi mi distrae un attimo: rispondo e lei se ne va. Quando torno a guardare nello stesso punto… stessa posizione, stesso gesto, stessa età. Solo che questa volta gli addominali sporgono… ma in modo diverso. E lì ho sorriso. Perché in pochi secondi ho visto due storie diverse, due corpi che raccontano strade differenti: non so esattamente quali siano, ma per me vanno bene entrambi. Che poi, com’è che si dice? Un uomo allenato è come un campo lavorato: dietro c’è costanza. Ma anche: omo de panza, omo de costanza . La costanza c’è per entrambi, ed entrambi mi sono sembrati felici. Anc...

Pix in Brasile: paghi il caffè come mandi un messaggio

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  Vivo in Brasile da un po’ e ci sono cose che, giorno dopo giorno, smettono di stupirti.Poi ce ne sono altre che continuano a farlo, anche quando diventano quotidiane. Pix è una di queste. Per chi non lo sapesse: Pix è il sistema di pagamento brasiliano. Ma detta così è come dire che il mare è “acqua”. Con Pix paghi il caffè, il taxi, la spesa, l’idraulico, la lezione di yoga, l’affitto, lo stipendio, il cocco in spiaggia e – probabilmente – anche il karma, se qualcuno trovasse il modo. E la parte che ancora mi fa sorridere è questa: per pagare non servono IBAN chilometrici, codici misteriosi o dati da copiare tre volte. Basta un numero di telefono, un’email, oppure un QR code. Come mandare un messaggio. Letteralmente. Scansiono, confermo sul telefono, fine. Il pagamento è già dall’altra parte mentre io sto ancora sorridendo. La cosa che mi colpisce davvero non è la tecnologia. È la normalità con cui funziona. Nessuno ti guar...

Un nuovo arrivo in cucina (con superpoteri)

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  Ah, che meraviglia, l'ho fatto, ho comprato una lavastoviglie! In verità ho guardato più al prezzo che alle sue competenze, dopotutto deve lavare i piatti, non certo fare esperimenti di fisica, no? Così sguinzaglio mio segugio personale, il mio Tomo, e tra le tante offerte trova questa Electrolux 14 coperti . Ok, ha le dimensioni giuste per la nicchia a lei dedicata, vedo che ha il mezzo carico; siamo in due, farebbe davvero comodo... Non mi interessa altro! Ordinata! Quattro giorni e ce la consegnano. Ah ragazzi, è bella, bianca, grande e sembra quasi un armadio di design che ha deciso di trasferirsi in cucina per sentirsi più utile! La adoro! Così vado a leggermi le istruzioni (non sono un uomo, posso farlo, no?) e cosa vedo? Higienizar Compras . Cioè? Ho pensato: è ovvio che la utilizzerò per lavare le stoviglie e affini prima di usarle, ma perché un programma apposito? Eh cari miei, voi non lo sapete ma qua sono maestri dell'igiene e cosa ti ha...

Estate a Santa Isabel: 18 gradi e voglia di cioccolata calda

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Lo scrivevo un anno fa o giù di lì… e dopo un anno la storia non è cambiata: fa freddo!   Siamo in estate, vivo al  nord di Sao Paulo e FA UN FREDDO BOIA !   Oggi: 18 gradi di massima e 14 di minima. Così il ventilatore va in ferie, il plaid torna protagonista e la cioccolata calda riprende il suo posto nel cuore.  E il costume da bagno? Quello lì è appeso all’attaccapanni che mi guarda con disprezzo e frustrazione. E io mi chiedo: ma l’ estate brasiliana non era quella cosa con il caldo, il cocco e la sabbia bollente?   A Santa Isabel no. Qui l’estate è un concetto filosofico. Un’idea. Un sogno lontano. Un meme climatico.   Ma non voglio lamentarmi, anzi, va bene così. Almeno posso indossare il maglione natalizio senza sembrare fuori stagione. E il mio amato cappuccino non mi fa sudare. L’unica rogna è la pioggia che non smette più: ormai credo che le nuvole abbiano firmato un contratto a tempo indeterminato...   Morale dell...

Vetri, bottiglie e silicone: l’arte di complicare la vita

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  Avete mai notato che esiste una categoria di professionisti che sembra avere un unico obiettivo: rendere la vita del cliente un percorso a ostacoli? Sto parlando dei vetrai. Sì, quelli che ti portano il vetro nuovo, lo montano con grande maestria che Michelangelo spiccia casa… e poi ti lasciano un mosaico di cartoni incollati con silicone come se stessero sigillando il Santo Graal Il vetro arriva scintillante, tu già immagini la luce che entrerà in casa come in una pubblicità di arredamento scandinavo. Poi ti avvicini e scopri che è ricoperto da cartoni incollati con una sostanza che nemmeno la NASA riuscirebbe a rimuovere. E lì capisci che il vero lavoro non è stato il montaggio, ma la maratona di pulizia che ti aspetta. Il silicone è il loro pennello preferito. Lo usano ovunque, per fissare, per proteggere, forse anche per firmare le opere. Risultato? Tu passi ore con raschietti, alcool e bestemmie, mentre loro se ne vanno soddisfatti, convinti di averti con...

La gioia di abitare: costruire uno spazio che rispecchi sé stessi

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  La gioia di abitare finalmente la mia vita Per molto tempo, ogni volta che mi veniva voglia di comprare qualcosa, arrivava subito la stessa domanda: “Ok, e poi, quando me ne devo andare...cosa ne faccio?” . La voglia di abbellire una casa, di scegliere un oggetto o un dettaglio, si fermava lì. Ed era così frustrante, anzi, castrante! Perché dopo c’era sempre un “poi” senza risposta: un trasloco possibile, una fine già prevista, una casa che non era davvero mai davvero mia. Per anni ho abitato stanze già pensate da altri, case in affitto arredate e corredate, luoghi dove si passa ma non si resta, mai... Ora invece arrivano pacchi. Arrivano uno alla volta, e ogni volta è come ricevere un regalo: una televisione, una tostiera, posate, piatti, pentole, persino delle poltrone! Apro quelle scatole lentamente, non per l’oggetto in sé, ma per quello che rappresenta. Scelgo, appoggio, decido dove stare. Non sto semplicemente riempiendo una cas...

Diventare casa: rifugio tra foresta e imperfezioni

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Un racconto personale sulla nuova casa, tra natura, silenzio e il coraggio di abitare il proprio abisso... Da qualche giorno siamo nella casa nuova. Lo avevo raccontato qui un po’ di tempo fa. Ho sempre amato i panorami, quei luoghi dove i miei occhi potevano perdersi oltre l’orizzonte, lontano, e sognare posti nuovi. Ho sempre immaginato una grande casa in cima a una collina, magari rivolta a ovest, così da poter ammirare il sole che tramonta e godere del giorno che svanisce, salutandolo con la promessa di un ritorno il giorno dopo. Mai avrei pensato di vivere chiusa su tre lati di foresta vergine e, sebbene avessi detto che andava bene così, pensavo che me la stessi raccontando. E invece, sorpresa sorpresa, lo adoro! Dentro questo muro verde pieno di vita ho trovato il mio rifugio. Nessuno mi vede e non vedo nessuno. Solo il suono del vento tra le foglie. Questo mio nuovo nido non ha nulla di perfetto: una ristrutturazione fatta da ...

Quando il dolore chiama “casa”: una notte, un corpo, una rivelazione

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  Il dolore che non avvisa, la stanchezza che non molla, e quella parola che torna: casa. L'altra notte sono stata male. Stavo dormendo, e il dolore mi ha preso alla sprovvista. Come sempre non ha bussato, non ha chiesto permesso. È entrato, semplicemente. Forte, devastante e... così arrogante! Questa volta non sono riuscita a calmarmi. Sì, perché quando il dolore arriva piano, lo prendo per mano. Lo accolgo, lo respiro... Ma quando mi piomba addosso come un ladro, non c’è respiro che tenga. Il dolore si è intensificato, sempre di più. E ad un certo punto, tra un respiro spezzato, un pensiero confuso e tante lacrime mi è arrivata una frase: “Voglio andare a casa.” Quella parola ha iniziato a suonarmi nella mente. Casa. Casa. Casa. Ma la cosa strana, o forse nemmeno tanto,  è che non riuscivo a visualizzarla . Nessuna stanza, nessun divano, nessuna porta, nessun luogo. Solo un vuoto. E lì ho capito. ...