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[Sguardo] WhatsApp, messaggi effimeri e altre forme di crudeltà moderne

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Cose che non sopporto ( elenco in corso) C'è una cosa che non sopporto di WhatsApp. Anzi, forse più di una, ma procediamo con ordine. Le famose spunte blu che rimangono grigie. Sì, lo ammetto, dopo aver notato che non cambiano... anche il mio umore si tinge di quel colore. Ma posso capire: c'è chi rivendica il diritto di non essere sempre reperibile, chi si prende i suoi tempi, chi ha bisogno di respirare lontano dallo schermo. Me ne farò una ragione. Crescerò come persona. Probabilmente. Quello che invece proprio non riesco a digerire, quello che mi fa venire un mezzo esaurimento nervoso, sono i messaggi effimeri.  Cioè, scusate, ma ci siamo capiti? Effimeri a chi?  Tu attivi i messaggi effimeri e WhatsApp mi informa con quella calma burocratica da impiegato comunale dell'anima: "Questo messaggio verrà eliminato tra sette giorni." Sette!  Che poi... la piattaforma perché ce lo deve dire? E soprattutto perché non lo cancella dalla sua chat e lascia...

In metropolitana a San Paolo c'è una regola non scritta che tutti rispettano (o quasi)

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  Vi racconto C'è una cosa che chi vive a San Paolo non perdona a nessuno. Non importa che tu sia appena arrivato, che non abbia diritto di voto, che sia la prima volta che metti piede in quel posto. Non ti perdonerà mai. Anzi, rischi di essere spinto e accompagnato da parole che è meglio non tradurre. Stiamo entrando nella stazione da Sé. Sono davanti a tutti, soddisfatta di me, quando il Fanciullo mi si mette di fianco, mano sulla spalla, tono da film drammatico: "Mamma. Sulla scala mobile. Stai a destra. Mi raccomando." Ok. "E se non lo faccio, cosa mi fanno?" "Fidati. Non vuoi saperlo. Ed ecco il Fanciullo in modalità “ti prego non farci espellere socialmente”, e io che passo dall’orgoglio alla sopravvivenza civile in tre secondi. Non è una regola scritta da nessuna parte. Non c'è un cartello, non c'è una multa, non c'è un vigile.  Eppure tutti la sanno.  La sinistra è per chi cammina, anzi per chi corre, perché a San Paolo a...

Quando il corpo cambia le regole

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Il pensiero del martedì «Non volevo i calzini. Non volevo il caldo. Non volevo essere malata. Eppure eccomi qui, e sto bene lo stesso.» Amavo andare a piedi nudi. Amavo sentire il pavimento, la terra, l'erba. Amavo il freddo, il vento, l'acqua fredda sulla pelle. Non mi limitavo ad amare tutto questo: lo vivevo, lo respiravo, lo integravo. Poi mi sono ammalata. A quanto pare, la mia malattia non ama il freddo. Ama i calzini, le ciabatte imbottite, i pigiami felpati e la borsa dell'acqua calda. Ho sempre odiato il caldo, da quando ne ho memoria. Eppure ora ne ho bisogno. E come si fa ad accettare ciò che si è sempre odiato? Lo si accoglie. Si impara ad apprezzare ciò che è necessario. Come chi odia prendere medicine ma sa che lo faranno stare meglio. Il caldo non ha tutti quegli effetti collaterali, certo. Ma il sudore, le vampate… non sono facili da digerire. Qui sta arrivando l'inverno, e così lo cerco. Due paia di calzini. Il tepore che ...

[Sguardo] Il danno psicologico vero non è la caduta

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  Ho letto la notizia qualche giorno fa: una bambina si fa male durante la ricreazione, cade, si scontra con un compagno. La famiglia chiede ventimila euro di risarcimento alla scuola. Motivazione, tra le altre: danni psicologici. Mi sono fermata su quelle due parole. Danni psicologici. Per una caduta in cortile? Non è la caduta in sé che mi colpisce. I bambini si fanno male, succede, da sempre. È quello che gli adulti costruiscono intorno a quella caduta che oggi sembra cambiare tutto. Ogni bambino è caduto. Ogni bambino ha sbucciato un ginocchio, ha pianto, è stato medicato ed è tornato a correre. Da sempre. Anche io ho una cicatrice sul ginocchio. So di essermela fatta, da qualche parte, in qualche anno, ma non ricordo assolutamente come. Non ricordo la causa perché i miei genitori hanno fatto la cosa più intelligente del mondo: mi hanno medicata, mi hanno detto di stare attenta la prossima volta, e sono andati avanti. Nessun trauma.  Nessun incubo.  Nessun co...

Ketchupi! Vivere in Brasile e sopravvivere all'inglese

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  Vi racconto Lo dico subito, prima che qualcuno si offenda: io i brasiliani li amo. Li amo con quella specie di amore irrazionale che non si spiega e non si discute. La loro gioia, la loro ironia, la generosità con cui ti accolgono nella vita e in casa loro. Però. C'è una cosa. Una piccola cosa. Una cosina che, dopo anni, ancora mi fa sobbalzare. La stoppiatura delle parole inglesi. Spiego. Quando sono arrivata qui nel 2001, fresca fresca, ancora con la valigia che sapeva di Italia, sono entrata in un bar di Santa Isabel e ho ordinato un panino con le patatine fritte. Tutto bene. Poi ho chiesto del ketchup. Silenzio. «Ketchup», ripeto, con tutta la mia "sicurezza da europea appena sbarcata". La signora mi guarda come se avessi detto una parola in sanscrito. «Quello rosso», dico. «Che si mette sulle patatine... Saporito. Rosso. Denso. Viene in una bottiglietta...» Lei, con un sorriso che illumina il bancone: «Aaaah! Ketchupi!!» Ecco. Ketchupi. Con...

Chiudi gli occhi e il mondo cambia forma

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  Il pensiero del martedì Chiudi gli occhi e il mondo non sparisce.  Cambia forma. Entro nella mia stanza e mentre lo faccio mi riempio di meraviglia. Il letto è bianco, con cuscini enormi, tutto bianco. La parete è azzurra, di quell'azzurro cielo che infonde tranquillità. Sopra il letto c'è un quadro: raffigurato c'è un paesino di calce bianca con una bouganville rosa. Vicino al letto non c'è un comodino, c'è una sedia blu con una candela alla lavanda e un mazzolino di fiori gialli. A terra la ceramica bianca, opaca, con tappeti di corda intrecciata. Alla mia sinistra c'è un armadio piccolo a due ante, anche quello azzurro sbiadito, e il tempo ha cancellato quello che dovevano essere girasoli. Alla mia destra invece vedo una finestra e fuori, non troppo lontano, un cespuglio di ibisco rosso. Riesco a immaginare la felicità delle tartarughe quando i fiori cadranno. Ma la cosa più bella è la porta, grande, alta, e sopra, attaccata a un bastone, u...

[Sguardo] Nessuno ci ha visti

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Mia mamma ha 82 anni e spinge la sedia a rotelle di mio padre di 86. L'ha fatto per tre mesi, con quella forza silenziosa che hanno le persone abituate a prendersi cura senza fare rumore. Mia madre è così. L'altro giorno mi ha raccontato una cosa piccola, ma che mi è rimasta dentro. Era ferma davanti a una porta, in attesa di passare con la sedia. Ha aperto. La gente ha iniziato a entrare. Una persona, due, tre. Nessuno si è fermato. Nessuno li ha visti. Me lo ha detto con la voce di chi non ci crede: «Ero lì ferma in attesa di passare e la gente continuava a entrare. Nessuno ci ha visti. L'ho anche detto, ma che cavolo, ci fate passare? E niente.» In quella frase ho sentito tutto. L'incredulità e un pizzico di dolore. Anzi, qualcosa di più profondo: la consapevolezza. Forse per la prima volta, di cosa significa diventare anziani, lenti, vulnerabili in un mondo che ha fretta. Fretta di passare senza accorgersene, senza vedere chi hanno davanti. Senza fermarsi....