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Vent'anni di ritinteggiatura: come ho smesso di coprire i capelli bianchi (e perché)

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  Da sempre le donne ritinteggiano. È una forma di manutenzione ordinaria. Compare un filo bianco? Si copre. Come una macchia sul muro. Io ho iniziato presto. Forse troppo presto. Ancora prima dell'apparizione del nemico. Vent'anni di ritinteggiatura. Venti. Altro che hobby! Non è tanto il costo. È la gestione. Perché dopo due settimane si vede già tutto. Una ricrescita precisa, puntuale, più affidabile di me. E lì parte il dialogo interiore: «Devo farla.» «Ma è presto.» «Però si vede.» «Ma è presto.» E così per giorni. Finché non cedi. E ritinteggi. Poi, a un certo punto, ti stanchi. Non dei capelli. Della conversazione. Io ho smesso dieci anni fa. E no, non è stato un atto spirituale. È stata più una resa strategica. Oggi non copro niente. Anzi, evidenzio. Così almeno, se qualcuno deve avere un dubbio, non è sull'età.

[Sguardo] Jesus Revolution: disperazione, fede e porte chiuse

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  Gli anni ’60 e ’70 sono stati il tempo degli hippy, della controcultura e della ricerca di un senso spinta dalla disperazione. Una generazione che pensava di poter cambiare il mondo con gli acidi, con la ribellione, con l’energia di un sogno. Ma spesso quella ricerca finiva nel vuoto.   Guardando Jesus Revolution, mi ha colpito un passaggio in cui Lonny parla con il pastore Chuck:   “Pensavamo che gli acidi avrebbero salvato il mondo. Ma era una menzogna. Tanto falsa quanto quello a cui ci ribellavamo. Ho cercato ancora e ancora e finalmente sono arrivato alla conclusione e ancora c’era un vuoto e il mio popolo… ehm… è un gruppo di disperati. Disperazione, c’è potere in questa parola. So che potremmo sembrare molto strani ma se guardi un po’ più a fondo, se guardi con amore vedrai un gruppo di ragazzi alla ricerca delle cose giuste ma nei posti sbagliati. Quindi per rispondere alla tua domanda, come descrivere il mio popolo? Sono pecore senza pastore, e in cer...

Santa Isabel: il paesino brutto che non riesci a smettere di amare

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  Ho sempre parlato di dove vivo, ma non ne ho mai parlato davvero. Santa Isabel: un nome che trovo bellissimo, ma la pronuncia brasiliana gli toglie tutto il fascino. Santa Isabèo! Che tristezza! È una bella cittadina? No, per niente. Ma si fa voler bene. Un po' come quando si vede un cane brutto. Al primo momento si pensa: cavolo, che brutto! Poi lo si guarda meglio negli occhi, ci si sofferma sullo scodinzolio e voilà, conquistato. Ora via quegli occhi a cuore. Proprio come quel cane, Santa Isabel ti conquista piano piano… a me ci sono voluti vent'anni. Tanti? Sì, ma ora la amo. È disordinata, caotica. Cresciuta senza nessun piano regolatore, si può trovare una casa in stile coloniale accanto a un palazzone grigio che nessun architetto rivendicherebbe mai. I fili elettrici sono uno scempio, talmente tanti che sembra di essere intrappolati in una ragnatela gigante. Santa Isabel è una città di 363 chilometri quadrati. Più o meno come Enna, in Sicilia. Solo che En...

L'istinto materno esiste davvero? Rileggere chi ero nel 2011

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  Rileggere ciò che scrivevo anni fa è sempre un'esperienza particolare, non lo facevo ma devo ammettere mi serve, eccome!!  Nel 2011 ero già me stessa, ma non lo sapevo fino in fondo. Agivo in un certo modo, sentivo che mi apparteneva, ma continuavo a chiedermi se fosse giusto, se fosse abbastanza, se corrispondesse a ciò che gli altri chiamavano "amore". Per anni ho messo in dubbio il mio modo di essere madre solo perché non somigliava a quello più visibile, più emotivo, più riconosciuto. Non trattenevo, non facevo scena, non caricavo mio figlio delle mie emozioni… e questo, agli occhi di molti, sembrava una mancanza. Oggi no. Oggi so che quello non era distacco, ma rispetto. Non era freddezza, ma tenuta. Non era assenza, ma un modo diverso, e solido, di amare. Non ho cambiato modo di essere. Ho smesso di metterlo in discussione. Rileggo queste parole con più chiarezza, e senza bisogno di difenderle. Ve le lascio così come le avevo scritte allora. Nel ...

[Sguardo] Substrak e la superficialità dei social: la scrittura lunga come atto di resistenza

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  Oltre a qui, scrivo anche su Substrak. Giuro, lo avevo immaginato come un posto dove leggere cose interessanti, scambiare opinioni e magari trovare qualche riflessione degna di nota. Invece mi sono ritrovata davanti a un flusso di domande banali:“che fate il 25 aprile?”oppure foto di gattini che inseguono una luce. Per non parlare di video triti e ritriti, che alla fine lasciano il tempo che trovano. Che delusione. E a un certo punto ho capito che non era nemmeno Substrak il problema. Scorri, guardi, metti un like e vai oltre. Tutto veloce. Tutto leggero. E più è leggero, più gira. Se provi a fermarti un attimo, a dire qualcosa che richiede un minimo di attenzione, è come parlare in una stanza dove tutti stanno dicendo altro. Non è che non puoi farlo… è che si perde. Avete presente quando cerchi di far crescere un fiore in mezzo alle erbacce? Ecco, quella è la sensazione. La voce si perde, soffocata da tutto il resto. E allora succede una cosa strana: non è che la profondità spa...

Perché giro il mondo: le parole di otto anni fa che sono ancora vere

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  Otto anni fa scrivevo questo articolo. L'ho riletto oggi e mi ha fatto uno strano effetto. Dentro c'è una parte molto vera di me: la curiosità, il bisogno di partire, quel fuoco che per tanto tempo mi ha spinta a cambiare paesi, continenti e vita più di una volta. Oggi alcune cose sono cambiate. Non sento più il bisogno di cambiare posto, ma la curiosità di capire il mondo e me stessa, è rimasta intatta. Per questo ho deciso di riproporlo così com'era, correggendo solo qualche refuso. Perché sì, lì dentro c'è davvero un pezzo della mia storia. Oggi ho fatto una foto e l'ho messa nell'immagine di copertina di FB. Gianni, un caro amico blogger, mi ha fatto una domanda alla quale, lì per lì, non ho saputo rispondere, ma mi ha portato a fare una riflessione. [...] Ancora oggi non riesco a comprendere bene i motivi che ti spingono a girare il mondo. Di motivi ce ne sono tanti in effetti. Tuttavia intuisco che c'è qualcosa di interiore in te che non ...

Ho chiesto a ChatGPT “E se fossi?”: la risposta mi ha spiazzata!

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  Oggi ero a letto. Non sto di nuovo bene. E in quei momenti in cui il corpo ti obbliga a fermarti, la mente va dove vuole. La mia è andata al gioco: e se fossi? Così l'ho chiesto a ChatGPT. Lo uso parecchio, ci "chiacchiero" spesso, e ormai ha molte informazioni su di me. Ho chiesto sincerità, chiarezza e poco zucchero. Immaginavo mi avrebbe rimandato ad immagini di rose, farfalle, ville a picco sul mare, abiti sofisticati. E invece. Eccomi qui, nuda e cruda. Ho iniziato con le domande più semplici: se fossi una melodia , un oggetto , un elemento . E poi via via tutto il resto. Quello che è emerso non era qualcosa di bello nel senso classico. Era qualcosa di vero. Se fossi una melodia , non riempirei lo spazio: lo userei. Non sarei immediata, ma capace di fermare chi ascolta davvero. Se fossi un oggetto , sarei uno specchio antico: non perfetto, ma capace di restituire verità. Se fossi un elemento , sarei aria: invisibile, ma essenziale. Non trattengo, n...