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Vacanze in Brasile: spiagge, chácara e paesini coloniali, come si riposa davvero qui

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Vi racconto Le vacanze in Brasile, o meglio, le feste in mezzo alla settimana e i ponti festivi, hanno una sola domanda: la gente dove va? Dipende da dove sei. Qui da me la spiaggia più vicina è Santos, con le sue lunghe distese di ombrelloni. Ma non è come in Italia. Difficile trovare file di persone sdraiate in silenzio, a leggere o ad ascoltare musica con le cuffie. Qui è diverso: ombrelloni, sedie e tante chiacchiere. Due ombrelloni? Almeno dieci sedie. E tra uno e l'altro, un frigo portatile 50x40, pieno di bibite, alcoliche o meno, sepolte sotto una montagna di ghiaccio. Il cibo non si porta: si sceglie tra i venditori che serpeggiano tra la gente come pesci in un banco. Nessuno muore di fame. Nessuno muore di silenzio, nemmeno per sbaglio. Questo è il classico fine settimana. Per quelli prolungati, le più gettonate sono le chácara : case in campagna con mille stanze e mille posti letto. Costano, quindi ci si organizza: mezzo quartiere, stereo con casse gran...

La libertà tranquilla, quando il cambiamento non ha bisogno di fare rumore

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  Oggi la routine è tornata, come sempre. La casa, i gesti, i silenzi che si infilano tra una cosa e l'altra. Parte una canzone a caso. Uomini soli dei Pooh. La conosco a memoria. Eppure oggi la ascolto davvero. Vediamo se si può imparare questa vita. E magari un po' cambiarla prima che ci cambi lei… E penso che sì, è proprio così. Solo che oggi non lo sento come una lotta. Lo sento come una responsabilità tranquilla. Non ho più voglia di "mettere in ordine la vita" come se fosse qualcosa da sistemare una volta per tutte. Piuttosto, la guardo mentre si muove. E scelgo dove stare. Per anni ho sentito persone dire: io sono così, prendere o lasciare. Una volta mi faceva arrabbiare. Oggi no. Oggi semplicemente non prendo, senza principio e senza ribellione. Ho capito che non tutto mi riguarda, non tutto mi spetta, non tutto devo accoglierlo. C'è stato un tempo in cui avevo bisogno di dirlo forte, quasi spingendo via. Oggi non serve più. Non è...

Dal Sangha: la vita come unica vera ricchezza. Una voce Theravada

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 C'è stato un tempo in cui, ogni sabato, questo blog ospitava voci che non erano la mia. Voci di persone che camminavano, e camminano, lungo un sentiero che conosco bene: la filosofia Theravada. Non una religione. Una forma di buonsenso applicato alla vita, trasmessa da un Maestro a chi sceglie di ascoltare.  Quello che i buddhisti chiamano Sangha, la comunità di chi condivide lo stesso ideale, per me ha un volto preciso, dei nomi, delle parole che nel tempo mi hanno accompagnata. Poi quella rubrica si è fermata. La vita cambia, le strutture cambiano. Adesso torna, in forma diversa. Una domenica al mese, la prima, lascerò spazio a qualcuno del Sangha. Non sarò io a scrivere. Sarò io a firmare le loro parole con il loro nome, e a fare da cornice silenziosa. Oggi è Ada a parlare. La storia Theravada, dove uomini di valore che avevano lo stesso ideale si sono incontrati millenni fa. La filosofia Theravada, che non è religione, ma spiritualità applicata alla vita pratica...

Samhain nell'emisfero sud: il mio 1° maggio come rito di passaggio

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  Oggi è il 1° maggio. Sul calendario brasiliano è festa dei lavoratori. Manifestazioni, discorsi, bandiere. Il lavoro celebrato, rivendicato, difeso. Ma io festeggio altro. Oggi è Samhain. Samhain è il Capodanno celtico, la festa che segna il passaggio tra la stagione calda e quella fredda, tra ciò che è stato e ciò che verrà. Nell'emisfero nord cade il 31 ottobre, quella notte che il mondo moderno ha trasformato in costumi e dolcetti. Ma qui, nell'emisfero sud, le stagioni sono invertite. E il 1° maggio è l'inizio dell'inverno australe. È qui che il velo si assottiglia. È qui che Samhain mi trova. La tradizione dice che in questo giorno i confini tra i mondi si fanno sottili. È un momento per fare il punto, per guardare cosa porti con te nell'inverno e cosa lasci fuori dalla porta. Io prendo questa cosa sul serio. Mi siedo. Accendo una candela. Fuori l'aria ha già quel sapore diverso che São Paulo a volte concede a maggio, più asciutta, più ferma...

Vent'anni di ritinteggiatura: come ho smesso di coprire i capelli bianchi (e perché)

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  Da sempre le donne ritinteggiano. È una forma di manutenzione ordinaria. Compare un filo bianco? Si copre. Come una macchia sul muro. Io ho iniziato presto. Forse troppo presto. Ancora prima dell'apparizione del nemico. Vent'anni di ritinteggiatura. Venti. Altro che hobby! Non è tanto il costo. È la gestione. Perché dopo due settimane si vede già tutto. Una ricrescita precisa, puntuale, più affidabile di me. E lì parte il dialogo interiore: «Devo farla.» «Ma è presto.» «Però si vede.» «Ma è presto.» E così per giorni. Finché non cedi. E ritinteggi. Poi, a un certo punto, ti stanchi. Non dei capelli. Della conversazione. Io ho smesso dieci anni fa. E no, non è stato un atto spirituale. È stata più una resa strategica. Oggi non copro niente. Anzi, evidenzio. Così almeno, se qualcuno deve avere un dubbio, non è sull'età.

[Sguardo] Jesus Revolution: disperazione, fede e porte chiuse

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  Gli anni ’60 e ’70 sono stati il tempo degli hippy, della controcultura e della ricerca di un senso spinta dalla disperazione. Una generazione che pensava di poter cambiare il mondo con gli acidi, con la ribellione, con l’energia di un sogno. Ma spesso quella ricerca finiva nel vuoto.   Guardando Jesus Revolution, mi ha colpito un passaggio in cui Lonny parla con il pastore Chuck:   “Pensavamo che gli acidi avrebbero salvato il mondo. Ma era una menzogna. Tanto falsa quanto quello a cui ci ribellavamo. Ho cercato ancora e ancora e finalmente sono arrivato alla conclusione e ancora c’era un vuoto e il mio popolo… ehm… è un gruppo di disperati. Disperazione, c’è potere in questa parola. So che potremmo sembrare molto strani ma se guardi un po’ più a fondo, se guardi con amore vedrai un gruppo di ragazzi alla ricerca delle cose giuste ma nei posti sbagliati. Quindi per rispondere alla tua domanda, come descrivere il mio popolo? Sono pecore senza pastore, e in cer...

Santa Isabel: il paesino brutto che non riesci a smettere di amare

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  Ho sempre parlato di dove vivo, ma non ne ho mai parlato davvero. Santa Isabel: un nome che trovo bellissimo, ma la pronuncia brasiliana gli toglie tutto il fascino. Santa Isabèo! Che tristezza! È una bella cittadina? No, per niente. Ma si fa voler bene. Un po' come quando si vede un cane brutto. Al primo momento si pensa: cavolo, che brutto! Poi lo si guarda meglio negli occhi, ci si sofferma sullo scodinzolio e voilà, conquistato. Ora via quegli occhi a cuore. Proprio come quel cane, Santa Isabel ti conquista piano piano… a me ci sono voluti vent'anni. Tanti? Sì, ma ora la amo. È disordinata, caotica. Cresciuta senza nessun piano regolatore, si può trovare una casa in stile coloniale accanto a un palazzone grigio che nessun architetto rivendicherebbe mai. I fili elettrici sono uno scempio, talmente tanti che sembra di essere intrappolati in una ragnatela gigante. Santa Isabel è una città di 363 chilometri quadrati. Più o meno come Enna, in Sicilia. Solo che En...