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Santa Isabel: addominali e costanza, due storie di vita

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La forma cambia, la costanza resta. E pure il sorriso.   Oggi ero a Santa Isabel. Seduta in macchina, aspetto il mio Tono e faccio la cosa che amo di più: guardare. Dall’altra parte della strada un uomo sulla sessantina mi cattura l’attenzione: per allacciarsi i bermuda aggancia la maglietta sotto il mento e… addominali in bella vista. Evidenti. La ragazza dei parcheggi mi distrae un attimo: rispondo e lei se ne va. Quando torno a guardare nello stesso punto… stessa posizione, stesso gesto, stessa età. Solo che questa volta gli addominali sporgono… ma in modo diverso. E lì ho sorriso. Perché in pochi secondi ho visto due storie diverse, due corpi che raccontano strade differenti: non so esattamente quali siano, ma per me vanno bene entrambi. Che poi, com’è che si dice? Un uomo allenato è come un campo lavorato: dietro c’è costanza. Ma anche: omo de panza, omo de costanza . La costanza c’è per entrambi, ed entrambi mi sono sembrati felici. Anc...

Quando l’aspettativa si trasforma in presenza

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  Ogni tanto sento questa emozione. Per anni l’ho chiamata aspettativa , come se dovesse succedere qualcosa di bello. Un po’ come le farfalle nello stomaco prima di un viaggio: una vibrazione leggera, viva. Me la sono sempre goduta, quel momento. Poi però il momento passava. Io restavo in attesa. E la cosa straordinaria non arrivava mai. Così arrivava la delusione, e io andavo avanti. Oggi ho sentito la stessa emozione. E, come sempre, me la sono goduta. Ma qualcosa è cambiato... Non ho aspettato che la cosa meravigliosa succedesse, perché mi sono accorta che stava già succedendo. Non c’era un poi. Non c’era una promessa da mantenere. Ciò che sento non è piu aspettativa, na Vita che accade. È il movimento stesso dell’essere viva, qui, adesso. E per la prima volta quell’emozione non chiede niente. Non anticipa, non promette e non delude. È completa così com’è...

Il bosco, la scena e lo [Sguardo]: quando vivere diventa recitare

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Bisogna ammetterlo: in Italia non esistono fatti, esistono solo scene. Drammatiche, teatrali, favoleggianti... Ogni cosa, OGNI COSA , prima o poi viene trascinata sul palco: illuminata male, amplificata troppo, caricata di pathos fino a perdere qualsiasi contorno reale. Non importa cosa sia accaduto davvero. Importa come può essere raccontato. E di solito viene raccontata male! La famiglia del bosco non fa eccezione. Anzi: è perfetta. Perché c’è il bosco, che in questo Paese non è mai solo bosco. È fuga, è minaccia, è purezza e regressione, è colpa, è sogno. Certo, dipende da chi guarda. E da cosa deve dimostrare. La loro unica colpa non è aver sottratto i figli alla scuola, né aver rifiutato un modello, né aver scelto una vita ai margini. La loro unica colpa è aver fatto una scelta: non il bosco, ma il bosco in Italia . Perché in Italia le scelte devono essere spiegate, giustificate, rese digeribili. A tutti, ovviamente. Devono diventare...

Pix in Brasile: paghi il caffè come mandi un messaggio

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  Vivo in Brasile da un po’ e ci sono cose che, giorno dopo giorno, smettono di stupirti.Poi ce ne sono altre che continuano a farlo, anche quando diventano quotidiane. Pix è una di queste. Per chi non lo sapesse: Pix è il sistema di pagamento brasiliano. Ma detta così è come dire che il mare è “acqua”. Con Pix paghi il caffè, il taxi, la spesa, l’idraulico, la lezione di yoga, l’affitto, lo stipendio, il cocco in spiaggia e – probabilmente – anche il karma, se qualcuno trovasse il modo. E la parte che ancora mi fa sorridere è questa: per pagare non servono IBAN chilometrici, codici misteriosi o dati da copiare tre volte. Basta un numero di telefono, un’email, oppure un QR code. Come mandare un messaggio. Letteralmente. Scansiono, confermo sul telefono, fine. Il pagamento è già dall’altra parte mentre io sto ancora sorridendo. La cosa che mi colpisce davvero non è la tecnologia. È la normalità con cui funziona. Nessuno ti guar...

Un nuovo arrivo in cucina (con superpoteri)

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  Ah, che meraviglia, l'ho fatto, ho comprato una lavastoviglie! In verità ho guardato più al prezzo che alle sue competenze, dopotutto deve lavare i piatti, non certo fare esperimenti di fisica, no? Così sguinzaglio mio segugio personale, il mio Tomo, e tra le tante offerte trova questa Electrolux 14 coperti . Ok, ha le dimensioni giuste per la nicchia a lei dedicata, vedo che ha il mezzo carico; siamo in due, farebbe davvero comodo... Non mi interessa altro! Ordinata! Quattro giorni e ce la consegnano. Ah ragazzi, è bella, bianca, grande e sembra quasi un armadio di design che ha deciso di trasferirsi in cucina per sentirsi più utile! La adoro! Così vado a leggermi le istruzioni (non sono un uomo, posso farlo, no?) e cosa vedo? Higienizar Compras . Cioè? Ho pensato: è ovvio che la utilizzerò per lavare le stoviglie e affini prima di usarle, ma perché un programma apposito? Eh cari miei, voi non lo sapete ma qua sono maestri dell'igiene e cosa ti ha...

[Sguardo] Fuori target: smontare le narrazioni sull’intelligenza artificiale

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Domenica l'altra ho parlato di intelligenza artificiale. Di nuovo. Non perché io ne sia ossessionata, anche se la apprezzo, ma perché ne ho piene le palle di essere presa in giro. Non dall’ IA . Dai racconti che le vengono costruiti intorno. Da parole gonfiate, metafore sbagliate, frasi che sembrano profonde e invece servono solo a evitare una cosa semplice: dire chi decide e chi è responsabile. Quindi sì, torno sull’argomento. Non per spiegare cos’è l’intelligenza artificiale, ma per smontare l’ennesima narrazione che tratta i lettori come cretini e l’imbecillità come un pubblico da accontentare. Fuori target (non fuori tempo) In questo periodo succede una cosa curiosa: apro giornali seri, testate seguite, nomi “autorevoli”, e mi ritrovo a leggere frasi che mi fanno venire una domanda semplice: ma mi stanno per caso prendendo per i fondelli? Perché quando leggo che l’intelligenza artificiale sarebbe “un corpo in evoluzione , cap...

Il gallo stonato e il pranzo inaspettato: un ricordo caraibico

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Un racconto di vita quotidiana in Repubblica Dominicana, tra risvegli sgraziati, vicini sinceri e finali sorprendenti. Vegani avvisati: qui si ride anche di un gallo stonato. Ricordi... Ieri mi è bastato vedere un gallo tronfio in una foto per ricordarmi che, in Repubblica Dominicana, ne avevo uno sotto casa che pensava di essere Pavarotti. Era il 2006, o giù di lì, eravamo in quella della Domenicana da un anno circa. Vicino a noi viveva una famiglia che ho sempre apprezzato molto. C’era Santiago, sua moglie Andrea e figli e nipoti sparsi un po’ ovunque. Una mattina mi sveglio con il canto di un gallo che, più che un canto, era il suono sgradevole di un gesso sulla lavagna. Mi alzo e, fuori dalla finestra, proprio sulla recinzione, vedo un galletto tutto allegro e tronfio che dava il buongiorno al mondo. Ho pensato: e questo da dove cazzo arriva? E niente, mi sono rimessa a letto. Il cantante ha finito la sua performance, così io mi sono riad...