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La levigatrice mi ha insegnato cosa non riesce a fare la forza

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Oggi ha smesso di piovere, così ho preso la levigatrice e sono uscita.  Il tavolo è nuovo. Struttura massiccia.  È bello, sì. Ma troppo spigoloso. Appena ho iniziato a lavorare, il rumore ha disturbato la foresta e ha zittito i cinguettii. Per un attimo, tutto si è fermato. Si sa, ogni trasformazione fa rumore. All'inizio ho spinto. Ho pensato: più forza, più risultato. Più pressione, più velocità. Poi mi sono accorta che invece stavo scavando, così ho allentato la mano. E lì è successo qualcosa di semplice: senza spingere, il lavoro veniva meglio. La levigatrice non va forzata. Va accompagnata. Mentre passavo sul piano del tavolo, pensavo alla vita. Facciamo così: spingiamo nelle relazioni, spingiamo per farci capire, spingiamo per essere ascoltati, spingiamo per accelerare processi che hanno un loro tempo. Ma quando spingiamo troppo, creiamo solchi. Per smussare gli angoli serve presenza, non aggressività. Serve mano ferma, non tensione....

[Sguardo] Accentismo: quando la lingua diventa una soglia silenziosa da attraversare per essere accettati

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A pensarci bene, è una cosa che in Italia accade spesso, anche quando non la si nomina. Anzi, di più; si fa di tutto per non dirla. Come quel mio amico, meridionale, che per essere accolto ha iniziato a parlare il dialetto locale. Non per gioco, non per folklore. Per necessità. Per ridurre l'attrito. Per smettere di essere notato come "altro". E non era un problema di comprensione. Ci si capiva benissimo anche prima! C'è un fenomeno che ha un nome preciso: accentismo. L'accentismo è la discriminazione linguistica, il trattamento ingiusto di persone in base alla loro lingua o al loro accento. Poco conosciuta, eppure molto diffusa. Opera spesso al di sotto della consapevolezza, il che la rende una delle forme di discriminazione più difficili da riconoscere. E non è una mia opinione. È oggetto di ricerca scientifica. L'Università di Siena coordina un progetto europeo — il progetto CIRCE, che studia come gli accenti vengono percepit...

Stagione delle piogge in Brasile: quando Mosè viene a trovarti e non se ne va più

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  Dicembre. Gennaio. Febbraio. Tre mesi in cui il Brasile ha deciso che l'acqua dal cielo non è un fenomeno meteorologico, ma una filosofia di vita. Loro la chiamano stagione delle piogge. Io la chiamo il periodo in cui Mosè è venuto a trovarci. Ci si sveglia con il rumore della pioggia. Si va a dormire con il rumore della pioggia. Nel mezzo? Indovinate. Io amo la pioggia, sia chiaro. La benedico, la trovo romantica, poetica, rigenerante. Ma anche le palle sono piene — di pioggia, ovviamente. I brasiliani, nel frattempo, sono serafici. Il loro mantra universale, valido per qualsiasi situazione — alluvione inclusa — è: "Se Deus quiser." Se Dio vuole... E io li amo anche per questo. Per quella capacità di arrendersi al cielo senza drammi, senza resistenza. Con un sorriso. E fin qui, tutto bello. Tutto spirituale. Tutto zen. Ma permettetemi un'osservazione: se Dio ha deciso di concentrare le piogge di un anno intero in tre mesi forsenna...

Domande banali e un colibrì: quando non fare nulla è già il viaggio

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  Oggi non ho molto da fare e mi faccio domande banali, così sciocche che non necessitano nemmeno risposta. Osservo la palma davanti a me e guardo la pioggia che viene catturata dalle sue foglie. Quando queste si riempiono, l'acqua viene rilasciata e raccolta dalla tela che rimane in basso. Mi chiedo: quanta di quest'acqua verrà assorbita dalla pianta prima che evapori al primo raggio di sole? Il mio sguardo gira e va alle nuvole che, oggi, in assenza di vento, viaggiano lente. Mi chiedo se si accumuleranno ancora o si dissolveranno al sole prima di raggiungere una nuova meta. Ed ecco che arriva un colibrì, che succhia il nettare da un fiore cresciuto sulla siepe. Mi chiedo quanti fiori gli servano per sentirsi sazio. C'è poi una mosca sul bordo della poltrona, che si tiene salda per contrastare l'aria del ventilatore. Poi si rilassa, sfregando le sue zampette. Mi chiedo se esista un animale altrettanto sgraziato e fastidioso. La risposta arriv...

Punch, il macaco abbandonato: quando lo [Sguardo] si ferma sulla pucciosità e dimentica la coerenza

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  Punch ha sei mesi. È nato in uno zoo giapponese, a Chiba, ed è diventato una piccola star sui social in poche settimane. È tenero, è minuscolo, è perfetto per un reel, non trovate? E sua madre lo ha abbandonato alla nascita, ok! Fin qui, la notizia. Adesso spostiamo lo Sguardo. Quante volte avete sentito dire: "Preferisco gli animali agli esseri umani. Loro sono puri. Loro amano in modo incondizionato." È una frase che ritorna spesso. Troppo spesso. Per carità, non c'è nulla di sbagliato nell'amare gli animali, anzi! Il problema nasce quando quell'amore diventa un rifugio morale: una purezza proiettata, comoda, che non contraddice, non delude, non mette in discussione. Poi arriva Punch. Un animale "puro", "istintivo", "libero da sovrastrutture umane". E l'abbandono accade. E lo Sguardo dove si posa? Non sull'abbandono da parte della madre.  Non sulla fragilità dell'istinto. Non sul...

Lo sporco gioca a nascondino

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  Consigliata a chi pensa che la polvere abbia un sindacato segreto! A volte mi chiedo se lo sporco si diverta a giocare a nascondino . Perché uno si impegna: aspira, lava, si piega in acrobazie degne di una lezione di yoga. Poi si gira tutto soddisfatto per godere del lavoro fatto e… voilà ! Brusighini*  ovunque, come coriandoli dopo una festa non invitata. Lo sporco non è solo polvere: è un artista del camouflage, un ninja delle fessure, un illusionista che appare quando meno te lo aspetti. Giuro che i brusighini hanno un sindacato: si organizzano per comparire solo quando abbasso la guardia. Alla fine ho capito: non sto pulendo casa, sto partecipando a un reality segreto, “Chi vuole diventare polvere?” La verità? Lo sporco ha il senso dell’umorismo. I brusighini sono più veloci di qualsiasi aspirapolvere. La soddisfazione di un pavimento pulito dura esattamente 3 secondi. Morale  della fa...

Il viaggio che porta a fondo: consapevolezza, maestro e cammino interiore

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  Una riflessione profonda sul cammino interiore, ispirata dalle parole di Michy. Quello che Michy scrive lo sento dentro. Non perché lo capisca, ma perché lo riconosco. Per me questo è l’unico viaggio possibile: quello che non porta lontano, ma porta a fondo. E se vogliamo davvero smettere di girare intorno alle cose, prima o poi da lì bisogna passare. È l’unico vero viaggio che possiamo intraprendere è quello alla scoperta di noi stessi, perché l’unica verità è ciò che siamo. Durante questo lungo cammino, siamo sempre esposti a pericoli esterni, ma non dobbiamo lasciarci trascinare né deviare dalla nostra meta. È fondamentale essere determinati nel proseguire il nostro viaggio con la consapevolezza che tutto ciò che è fuori di noi è un’illusione, ma può anche diventare uno strumento utile se usato correttamente. Questo viaggio è tortuoso e difficile, ma è meraviglioso scoprire chi siamo e cosa possiamo diventare se solo ci crediamo. È u...