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Martedì Smettere di rimandare la vita: quello che due anni di malattia mi hanno insegnato

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Il pensiero del martedì Il presente non è una sala d'attesa... Sono due anni che sto male, due anni e mezzo da quando ho avuto il fuoco di Sant'Antonio. Due anni in cui ogni volta che stavo meglio, la ricaduta faceva ancora più male della malattia stessa. C'era solo: «Ecco, di nuovo. Non guarirò più. È sempre peggio.» E giù di autocommiserazione. Ma succede che uno, a un certo punto, si arrende. Non per sconfitta, ma per accettazione. Ne ho parlato anche con Tomo. A volte, quando dico "se un giorno guarisco", lui mi corregge: «quando un giorno guarisci». Ho dovuto spiegargli che a un certo punto bisogna anche smettere di vivere in attesa e imparare a godersi la vita per quella che è. Lo so, chi ci ama lo dice per incoraggiarci. Per darci speranza. Ma c'è un piccolo paradosso nascosto in quella frase. Come se la vita vera fosse sempre dopo. Dopo il dolore. Dopo la fatica. Dopo il momento difficile. Come se il presente fosse soltanto...

[Sguardo] MA.NON.SEI.A.MILANO!

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  Quando vanno all'estero, di solito in qualche paese considerato "povero", e vedono i prezzi delle case, parte subito il ritornello: "A Milano non ci compri nemmeno un garage." Grazie al piffero. Non sei a Milano. Gli affitti bassi: "A Milano non ci affitti nemmeno una panchina." NON SEI A MILANO. Il cibo: "A Milano non ci compri nemmeno una michetta." NON. SEI. A. MILANO. E avanti così. Il mango costa 0,80 pesos. Le banane 0,50 reais. Il pane 2,5 dinari. E ogni volta: "A Milano?" Sì, ma non siamo a Milano. Siamo in posti dove gli stipendi spesso sono un terzo dei nostri, dove i servizi funzionano diversamente, dove il contesto economico è completamente un altro. Ma questo quasi nessuno lo dice. Si celebra il prezzo basso come fosse un miracolo o un trucco segreto scoperto dagli italiani furbi, non come la conseguenza logica di una realtà diversa. Stavo guardando uno di quei video su YouTube: youtuber sorr...

Arrestata a Guarulhos per razzismo: la legge brasiliana che non perdona

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  Vi racconto C'è una scena che vale più di mille discorsi sull'educazione civica. Un volo Latam atterra a Guarulhos nella notte del 23 giugno. Viene dal Maranhão. I passeggeri devono aspettare a bordo: fuori piove forte e le scale coperte non sono immediatamente disponibili. Niente di drammatico. Succede. A una passeggera spagnola, però, l'attesa non va giù. E ad alta voce, perché tutti sentano, commenta che il ritardo è dovuto al fatto che là fuori ci sono "solo scimmie". La Polizia Federale viene avvisata. Quando i passeggeri salgono sul bus che porta al terminal, la donna viene arrestata ancora in pista. Benvenuta in Brasile! Quello che la signora evidentemente non sapeva, o sapeva e ha sottovalutato, è che il Brasile non è un posto dove certe parole scivolano via senza conseguenze. Dal 2023, l'ingiuria razziale è uguale al reato di razzismo: c'è la reclusione da 2 a 5 anni, multa e, soprattutto, un reato inafiançável e imprescritível...

L'accento che non devo perdere

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  Il pensiero del martedì «Essere accolti non significa diventare qualcun altro. Significa sentirsi a casa restando sé stessi.» Oggi al supermercato una cassiera mi ha chiesto: «Sei italiana?» Le ho risposto di sì. Lei ha sorriso e mi ha detto: «Si sente. Hai un accento molto forte.» Allora ho scherzato: «Già... e non so se riuscirò mai a perderlo.» La sua risposta mi ha colpita più di quanto immaginassi. «Ma non lo devi perdere. Tu sei italiana. Il tuo accento è bello così com'è.» Sono parole semplici. Probabilmente per lei era solo una frase gentile. Per me, invece, è stato molto di più. Perché chi vive lontano dal proprio paese conosce bene quella sensazione sottile di essere sempre un po' diverso. L'accento ti segue. Ti accompagna negli anni. Ti tradisce prima ancora che tu abbia finito una frase. E a volte ci si chiede se un giorno sparirà. Se un giorno si parlerà come tutti gli altri. Se un giorno non si verrà più riconosciuti ...

[Sguardo] Il vuoto travestito da opinione

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Un libro è come il cibo: ti piace o non ti piace. Dire che un libro "fa schifo" non dice nulla del libro: dice tutto di te che lo dici. Perché ciò che non arriva a te può arrivare a me, può cambiare la vita a qualcun altro, può toccare esattamente dove doveva toccare… solo non da te. Qua non si tratta di recensire un ristorante, dove puoi parlare di cose oggettive: il bagno sporco, le tovaglie non stirate, i bicchieri sciacquati male. Un libro non è sporco. Non è stropicciato. Non ha avuto problemi col detersivo. Un libro è pensiero, emozione, amore, orrore, sentimento. Se non riesci a coglierlo, non è automaticamente un limite del libro: parla più di te che di ciò che hai letto. E questo, certi recensori, non lo ammetterebbero mai. «Brutto. Non leggetelo.» Grazie. Illuminante. Aspetta, no… ma dimmi: brutto come? Brutto perché? Brutto rispetto a cosa? Il vuoto assoluto travestito da opinione. Almeno il silenzio ha più dignità. «Non mi è piaciuto, punto.» Qu...

Casimiro e CazéTV: il Mondiale 2026 su YouTube gratis per tutti i brasiliani

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  In Brasile, il calcio non è uno sport. È una lingua. Una di quelle che non si imparano sui libri: si assorbono, si respirano, si urlano. E il Mondiale, qui, non è un evento. È un rito collettivo che attraversa ogni strato del paese: la favela, il condominio elegante, la casa di campagna, il cortile con una sedia di plastica e un ventilatore che gira lento. Ma c'è sempre stato un problema. Un problema che, forse, in Italia si fatica a comprendere fino in fondo: vedere una partita qui non è mai stato uguale per tutti. La televisione a pagamento esiste. I pacchetti sportivi esistono. Ma per una grande parte dei brasiliani quei pacchetti semplicemente non fanno parte della realtà quotidiana. Non perché non li desiderino. Perché non possono permetterseli. Il 65% delle famiglie brasiliane ha accesso a internet ma non alla televisione a pagamento. In un paese di oltre duecento milioni di abitanti significa decine di milioni di persone che, a ogni Mondiale, dovevan...

Origini e casa non sono la stessa cosa

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  Il pensiero del martedì «Le origini restano parte di noi. Ci accompagnano sempre. Ma la casa, almeno per me, sembra essere il luogo che continuo a scegliere.» Guardando un film ambientato in Italia mi sono accorta di una cosa che non avevo mai visto con chiarezza. Per anni ho dato per scontato che l'Italia fosse casa. Era una conclusione logica. Sono nata lì. Lì ci sono la mia lingua, la mia storia, la mia famiglia, i miei ricordi. Eppure, ripensando alla mia vita, mi sono resa conto che c'era qualcosa che non tornava. La prima volta che arrivai in Brasile fui travolta dalla nostalgia. Poi tornai in Italia e fu la saudade a travolgermi. Negli anni successivi ho vissuto in luoghi diversi, ma il Brasile continuava a riaffacciarsi. Come un richiamo costante. La cosa curiosa è che ogni volta che tornavo in Italia sentivo anche il desiderio di ripartire. Per molto tempo ho interpretato tutto questo come nostalgia, appartenenza, radici. Oggi mi chiedo se st...