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[Sguardo] Vagoni rosa: perché nel 2026 servono ancora

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  Immagine Ho letto un'intervista online sul giornale locale. Parlava di Charlles Batista, che lavora come addetto alla fiscalização della metropolitana di Rio de Janeiro. Su questa linea, così come a San Paolo e in molte altre città del Brasile, esistono i cosiddetti vagoni rosa: carrozze riservate esclusivamente alle donne. No, non sono un privilegio.  No, non sono un capriccio.  Sono la dimostrazione che un problema esiste,  ancora. Ogni santo giorno Charlles sale su quei vagoni e invita gli uomini a scendere. E, ogni santo giorno, gli viene rivolta la stessa domanda: «E i vagoni per soli uomini? Ci sono?» La sua risposta è tanto semplice quanto disarmante: «No. Non ci sono. Perché gli uomini non subiscono molestie da parte delle donne. Grazie a Dio, aggiungerei. Quindi, per favore, alzati e scendi, adesso!» Eppure è sempre la stessa storia. Perché io, donna, sono esasperata di sentire la tua mano che "casualmente" mi sfiora il sedere. Il tuo gomito ...

Procon: quando il Brasile tutela davvero i suoi consumatori

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Vi porto con me C'è una cosa del Brasile che continua a sorprendermi. Non la bellezza. Non il calore della gente. Quello ormai lo conosco, lo respiro, ci vivo dentro... ma che ce lo ripeto a fare!  È altro. È la serietà con cui questo Paese protegge i suoi consumatori. Si chiama Procon. Esiste in ogni stato, in ogni città grande o piccola. Perfino nella nostra piccola Santa Isabel! È un organo pubblico, gratuito, accessibile, concreto. Puoi andarci di persona, puoi scrivere online. Puoi portare fatture, mail, screenshot. E loro ascoltano. Non è una cosa da poco, credetemi. In Italia esistono strumenti simili: Antitrust, Codacons, associazioni dei consumatori. Ma nella pratica quotidiana, almeno per la mia esperienza, sono spesso strumenti per chi ha tempo, voglia e nervi d'acciaio. E non è nemmeno detto che si arrivi a una soluzione. A me, per esempio, non è successo. Qui, invece, sembra funzionare. Qui il brasiliano medio sa perfettamente cos'è...

Una dogana in Tunisia e la solitudine di chi non viene creduto

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  Il pensiero del martedì (in ritardo) "A volte basta una dogana per scoprire quanto siamo soli e quanto siamo forti." Stavo guardando uno di quei programmi su YouTube ambientati negli aeroporti, con i controlli doganali, le valigie aperte e i passeggeri nervosi sotto le telecamere. A un certo punto mi sono ritrovata a sorridere, perché mi è tornata in mente una storia che mi riguarda da vicino. È successo quattro o cinque anni fa, quando vivevamo ancora in Tunisia. Claudio ha un problema di omonimia e, ogni volta che passiamo una dogana, viene fermato per controlli. Quella volta eravamo in macchina e, sapendo che sarebbe stata una cosa lunga, mi disse: «Vai avanti tu con la macchina, io ti raggiungo.» Mi misi in coda. Passò un quarto d'ora. Poi mezz'ora. Poi un'ora. Lo chiamai. Nessuna risposta. Lo richiamai. Ancora niente. Non avevo idea di dove fosse mio marito e, quando finalmente arrivò il mio turno, ero già agitata di mio. I poliziotti se ne...

[Dal Sangha] Yohiro e Sakura: una storia d'amore dal Giappone feudale

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Dhanly mi ha regalato questa storia. L'avevo già postata in passato, ma l'ho letta una volta, poi ancora. C'è qualcosa che continua a muoversi dentro, come quando una parola tocca un posto che non sapevi di avere... Dal Sangha Una storia d'amore dal Giappone feudale In Giappone, durante il periodo feudale, divenne celebre una storia d'amore molto bella. Parla di Yohiro, lo spirito di un albero che sorgeva al centro di una meravigliosa foresta lussureggiante. In un tempo dilaniato dalla guerra, l'albero era tristemente afflitto per quanto accadeva nel mondo, sempre più chiuso in sé stesso, ogni giorno più spoglio. Il suo dolore attirò l'attenzione di una fata, che gli offrì la possibilità di vivere con sembianze umane per un decennio. Yohiro non era affatto entusiasta della proposta, ma il dono di una fata non si rifiuta mai, e così accettò. Vedere intorno a sé la violenza, la brutalità e l'incuria dell'essere umano verso gli altri uomini,...

Un copo pela copa! Ovvero, come ho vinto un bicchiere e capito la glicemia

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  Vi racconto È mattina, ed è già tardi. Esco di casa dopo una colazione molto, molto spartana: un caffè e basta. Di solito ci sono qualche fetta biscottata con marmellata, ma è tardi. Vado. Faccio la spesa e a un certo punto mi sento strana. Niente di grave, ma una di quelle sensazioni che ti fanno pensare: Aspetta un attimo... Da qualche giorno sto prendendo acido alfa-lipoico e so che può influire sulla glicemia. Così mi passa per la testa una domanda molto pratica: E se fosse un calo di zuccheri? Mentre faccio queste profonde riflessioni sulla biochimica umana, sono alla cassa. La commessa mi guarda sorridendo e mi chiede: «Você quer participar para ganhar um copo pela copa?» La fisso. Lei continua a sorridere. Io continuo a fissarla. Nella mia testa si apre una riunione d'emergenza. Un copo. Pela copa. O que? Un bicchiere. Per la coppa. Che cosa mi sta dicendo? Per qualche secondo faccio una fatica enorme a decifrare la frase. E natural...

Smettere di rimandare la vita: quello che due anni di malattia mi hanno insegnato

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Il pensiero del martedì Il presente non è una sala d'attesa... Sono due anni che sto male, due anni e mezzo da quando ho avuto il fuoco di Sant'Antonio. Due anni in cui ogni volta che stavo meglio, la ricaduta faceva ancora più male della malattia stessa. C'era solo: «Ecco, di nuovo. Non guarirò più. È sempre peggio.» E giù di autocommiserazione. Ma succede che uno, a un certo punto, si arrende. Non per sconfitta, ma per accettazione. Ne ho parlato anche con Tomo. A volte, quando dico "se un giorno guarisco", lui mi corregge: «quando un giorno guarisci». Ho dovuto spiegargli che a un certo punto bisogna anche smettere di vivere in attesa e imparare a godersi la vita per quella che è. Lo so, chi ci ama lo dice per incoraggiarci. Per darci speranza. Ma c'è un piccolo paradosso nascosto in quella frase. Come se la vita vera fosse sempre dopo. Dopo il dolore. Dopo la fatica. Dopo il momento difficile. Come se il presente fosse soltanto...

[Sguardo] MA.NON.SEI.A.MILANO!

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  Quando vanno all'estero, di solito in qualche paese considerato "povero", e vedono i prezzi delle case, parte subito il ritornello: "A Milano non ci compri nemmeno un garage." Grazie al piffero. Non sei a Milano. Gli affitti bassi: "A Milano non ci affitti nemmeno una panchina." NON SEI A MILANO. Il cibo: "A Milano non ci compri nemmeno una michetta." NON. SEI. A. MILANO. E avanti così. Il mango costa 0,80 pesos. Le banane 0,50 reais. Il pane 2,5 dinari. E ogni volta: "A Milano?" Sì, ma non siamo a Milano. Siamo in posti dove gli stipendi spesso sono un terzo dei nostri, dove i servizi funzionano diversamente, dove il contesto economico è completamente un altro. Ma questo quasi nessuno lo dice. Si celebra il prezzo basso come fosse un miracolo o un trucco segreto scoperto dagli italiani furbi, non come la conseguenza logica di una realtà diversa. Stavo guardando uno di quei video su YouTube: youtuber sorr...