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Quando l'intelligenza artificiale ha più paura di te che del Darkweb

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Vi racconto Ho chiesto a un'intelligenza artificiale come funziona un macchinario. Un macchinario prescritto da un medico, arrivato a casa mia senza istruzioni. Niente libretto, niente foglietto, niente neanche un disegnino con le frecce. Solo il macchinario, lì, che mi guardava. Ho pensato: chiedo all'IA, risolvo in due minuti. Risposta: argomento a rischio. Cambiamo discorso. Sottotesto; Attenzione. Questa conversazione potrebbe alterare il destino dell’umanità Ho riletto due volte, convinta di aver capito male. No, avevo capito benissimo. L'ho fatto presente, con la voce interiore di chi conta fino a dieci prima di parlare, che non stavo chiedendo come eseguire un intervento chirurgico sul tavolo della cucina. Stavo chiedendo come funziona una macchina. A quel punto qualcosa si è sbloccato. La risposta è arrivata. E poi è sparita. Cancellata. Come se l'IA avesse avuto un ripensamento dell'ultimo secondo e si fosse detta: no, troppo pericoloso, megli...

Perché ho paura dei 60 se non mi sento così?

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Il pensiero del martedì "Non definisce me. Al massimo mi ricorda che sto entrando in una fase nuova."   Ho 59 anni. A gennaio saranno 60. È un numero che, ogni tanto, mi fa effetto. Per anni l'ho associato alla vecchiaia, al decadimento, al dolore. E forse è per questo che, quando ci penso troppo, qualcosa dentro si abbassa. Poi però guardo indietro. E quello che vedo è tutt'altro. Una vita piena. Posti visti, persone incontrate, momenti altissimi e altri profondi. Una vita dove non cambierei virgola. Ed ecco la domanda: com'è possibile che davanti a tutto questo sia un numero a mettermi in difficoltà? La verità è che quei 60 non li sento, proprio per niente. Mi sento viva, presente, con ancora spazio davanti, nonostante tutto. Forse il punto non è eliminare quella sensazione stonata. Forse è riconoscerla per quello che è: un'idea vecchia che ogni tanto torna a bussare. Non definisce me. Al massimo mi ricorda che sto entrando in un...

[Sguardo] WhatsApp, messaggi effimeri e altre forme di crudeltà moderne

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Cose che non sopporto ( elenco in corso) C'è una cosa che non sopporto di WhatsApp. Anzi, forse più di una, ma procediamo con ordine. Le famose spunte blu che rimangono grigie. Sì, lo ammetto, dopo aver notato che non cambiano... anche il mio umore si tinge di quel colore. Ma posso capire: c'è chi rivendica il diritto di non essere sempre reperibile, chi si prende i suoi tempi, chi ha bisogno di respirare lontano dallo schermo. Me ne farò una ragione. Crescerò come persona. Probabilmente. Quello che invece proprio non riesco a digerire, quello che mi fa venire un mezzo esaurimento nervoso, sono i messaggi effimeri.  Cioè, scusate, ma ci siamo capiti? Effimeri a chi?  Tu attivi i messaggi effimeri e WhatsApp mi informa con quella calma burocratica da impiegato comunale dell'anima: "Questo messaggio verrà eliminato tra sette giorni." Sette!  Che poi... la piattaforma perché ce lo deve dire? E soprattutto perché non lo cancella dalla sua chat e lascia...

In metropolitana a San Paolo c'è una regola non scritta che tutti rispettano (o quasi)

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  Vi racconto C'è una cosa che chi vive a San Paolo non perdona a nessuno. Non importa che tu sia appena arrivato, che non abbia diritto di voto, che sia la prima volta che metti piede in quel posto. Non ti perdonerà mai. Anzi, rischi di essere spinto e accompagnato da parole che è meglio non tradurre. Stiamo entrando nella stazione da Sé. Sono davanti a tutti, soddisfatta di me, quando il Fanciullo mi si mette di fianco, mano sulla spalla, tono da film drammatico: "Mamma. Sulla scala mobile. Stai a destra. Mi raccomando." Ok. "E se non lo faccio, cosa mi fanno?" "Fidati. Non vuoi saperlo. Ed ecco il Fanciullo in modalità “ti prego non farci espellere socialmente”, e io che passo dall’orgoglio alla sopravvivenza civile in tre secondi. Non è una regola scritta da nessuna parte. Non c'è un cartello, non c'è una multa, non c'è un vigile.  Eppure tutti la sanno.  La sinistra è per chi cammina, anzi per chi corre, perché a San Paolo a...

Quando il corpo cambia le regole

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Il pensiero del martedì «Non volevo i calzini. Non volevo il caldo. Non volevo essere malata. Eppure eccomi qui, e sto bene lo stesso.» Amavo andare a piedi nudi. Amavo sentire il pavimento, la terra, l'erba. Amavo il freddo, il vento, l'acqua fredda sulla pelle. Non mi limitavo ad amare tutto questo: lo vivevo, lo respiravo, lo integravo. Poi mi sono ammalata. A quanto pare, la mia malattia non ama il freddo. Ama i calzini, le ciabatte imbottite, i pigiami felpati e la borsa dell'acqua calda. Ho sempre odiato il caldo, da quando ne ho memoria. Eppure ora ne ho bisogno. E come si fa ad accettare ciò che si è sempre odiato? Lo si accoglie. Si impara ad apprezzare ciò che è necessario. Come chi odia prendere medicine ma sa che lo faranno stare meglio. Il caldo non ha tutti quegli effetti collaterali, certo. Ma il sudore, le vampate… non sono facili da digerire. Qui sta arrivando l'inverno, e così lo cerco. Due paia di calzini. Il tepore che ...

[Sguardo] Il danno psicologico vero non è la caduta

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  Ho letto la notizia qualche giorno fa: una bambina si fa male durante la ricreazione, cade, si scontra con un compagno. La famiglia chiede ventimila euro di risarcimento alla scuola. Motivazione, tra le altre: danni psicologici. Mi sono fermata su quelle due parole. Danni psicologici. Per una caduta in cortile? Non è la caduta in sé che mi colpisce. I bambini si fanno male, succede, da sempre. È quello che gli adulti costruiscono intorno a quella caduta che oggi sembra cambiare tutto. Ogni bambino è caduto. Ogni bambino ha sbucciato un ginocchio, ha pianto, è stato medicato ed è tornato a correre. Da sempre. Anche io ho una cicatrice sul ginocchio. So di essermela fatta, da qualche parte, in qualche anno, ma non ricordo assolutamente come. Non ricordo la causa perché i miei genitori hanno fatto la cosa più intelligente del mondo: mi hanno medicata, mi hanno detto di stare attenta la prossima volta, e sono andati avanti. Nessun trauma.  Nessun incubo.  Nessun co...

Ketchupi! Vivere in Brasile e sopravvivere all'inglese

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  Vi racconto Lo dico subito, prima che qualcuno si offenda: io i brasiliani li amo. Li amo con quella specie di amore irrazionale che non si spiega e non si discute. La loro gioia, la loro ironia, la generosità con cui ti accolgono nella vita e in casa loro. Però. C'è una cosa. Una piccola cosa. Una cosina che, dopo anni, ancora mi fa sobbalzare. La stoppiatura delle parole inglesi. Spiego. Quando sono arrivata qui nel 2001, fresca fresca, ancora con la valigia che sapeva di Italia, sono entrata in un bar di Santa Isabel e ho ordinato un panino con le patatine fritte. Tutto bene. Poi ho chiesto del ketchup. Silenzio. «Ketchup», ripeto, con tutta la mia "sicurezza da europea appena sbarcata". La signora mi guarda come se avessi detto una parola in sanscrito. «Quello rosso», dico. «Che si mette sulle patatine... Saporito. Rosso. Denso. Viene in una bottiglietta...» Lei, con un sorriso che illumina il bancone: «Aaaah! Ketchupi!!» Ecco. Ketchupi. Con...