[Sguardo] Fuori target: smontare le narrazioni sull’intelligenza artificiale
Domenica l'altra ho parlato di intelligenza artificiale.
Di nuovo.
Non perché io ne sia ossessionata, anche se la apprezzo, ma perché ne ho piene le palle di essere presa in giro.
Non dall’IA.
Dai racconti che le vengono costruiti intorno.
Da parole gonfiate, metafore sbagliate, frasi che sembrano profonde e invece servono solo a evitare una cosa semplice: dire chi decide e chi è responsabile.
Quindi sì, torno sull’argomento.
Non per spiegare cos’è l’intelligenza artificiale, ma per smontare l’ennesima narrazione che tratta i lettori come cretini e l’imbecillità come un pubblico da accontentare.
Fuori target (non fuori tempo)
In questo periodo succede una cosa curiosa:
apro giornali seri, testate seguite, nomi “autorevoli”, e mi ritrovo a leggere frasi che mi fanno venire una domanda semplice:
ma mi stanno per caso prendendo per i fondelli?
Perché quando leggo che l’intelligenza artificiale sarebbe “un corpo in evoluzione, capace di trasformarsi ed evolversi autonomamente”, capisco una cosa chiarissima:
non stanno parlando dell’IA.
Stanno parlando a un pubblico che va trattato come un branco di imbecilli.
Chiariamo subito:
l’intelligenza artificiale non è un corpo.
Non evolve.
Non decide.
Non vuole.
Non trama.
Non si sveglia la mattina pensando a cosa farà degli esseri umani.
Ma raccontarla così è comodo.
Molto più comodo che dire la verità, che è questa:
gli esseri umani delegano decisioni a strumenti che non capiscono fino in fondo, perché conviene, perché fa comodo, perché rende.
Dire questo però richiederebbe una cosa pericolosa:
responsabilità.
E allora via con le metafore.
Via con l’IA che “cresce”, che “si evolve”, che “diventa autonoma”.
Un bel racconto da fantascienza, così se qualcosa va storto non è colpa di nessuno.
È successo.
Ops.
Il problema non è l’IA.
Il problema è l’idiozia dilagante di chi usa il linguaggio per abbassare l’asticella della verità, pur di non perdere lettori, consenso, like, click.
Perché diciamolo:
non è che l’idiozia vince.
È che le si va incontro.
Si semplifica tutto.
Si infantilizza tutto.
Si parla come se il lettore fosse un cretino da tranquillizzare, non un adulto da rispettare.
E guai a dire le cose come stanno.
Guai a scrivere che:
il mezzo è neutro
l’imbecille è chi lo usa male
la responsabilità non è delegabile
No, troppo diretto. Troppo scomodo. Meglio raccontare di entità autonome, processi inevitabili, rivoluzioni che “accadono”.
A questo punto è chiaro anche un altro fatto, che finalmente posso dire senza girarci intorno:
io non sono fuori tempo. Sono fuori target.
Questi articoli non sono scritti per chi pensa.
Sono scritti per chi vuole sentirsi intelligente senza fare lo sforzo di esserlo.
Per chi ha bisogno di un colpevole esterno.
Per chi ha paura di guardare le proprie scelte.
E allora sì, mi viene il nervoso.
Perché non è solo una questione di stile o di linguaggio.
È una questione di onestà intellettuale.
Se continuiamo a raccontarci cazzate eleganti, il prezzo lo pagheremo dopo.
E anche allora, statene certi, non sarà colpa dell’IA.
Ma qualcuno, da qualche parte, scriverà un altro bell’articolo per spiegarci che nessuno poteva prevederlo.
E noi, ancora una volta, verremo presi per i fondelli.
Lo [Sguardo] non va rivolto alle macchine, ma a chi le muove. E a chi, pur di non rispondere, preferisce raccontare favole.
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