Terapia intensiva: la sala d'aspetto, gli angeli in corsia e una finestra da non perdere di vista. Terza parte.
Qua il post precedente...
Più tardi berrò il mio latte caldo, due biscotti e una pasticca... devo dormire, so che saranno giornate che mi vorranno forte... Forza Sara non perdere la luce, tieniti aggrappata per te, per Daigor, per Claudio e per chi ha bisogno!
Più tardi berrò il mio latte caldo, due biscotti e una pasticca... devo dormire, so che saranno giornate che mi vorranno forte... Forza Sara non perdere la luce, tieniti aggrappata per te, per Daigor, per Claudio e per chi ha bisogno!
Un'alta notte senza incubi... quelli troveranno terreno fertile più avanti, ma ora devo andare avanti!
Un'altra notte senza incubi... quelli troveranno terreno fertile più avanti, ma ora devo andare avanti!
Mi sveglio quando fuori sta spuntando il sole e ricordo subito perché sono lì... mi affaccio alla finestra e quello che vedo è solo nebbia... la stessa che avvolge la mia anima. Il cellulare non ha suonato e questo mi fa ben sperare... un'altra notte è passata, la seconda... il nostro Fanciullo tiene duro!
Mi sistemo come posso e vado al bar della pensione.
La signora mi chiede come mi sento, una domanda retorica, sa benissimo come mi sento, ma io apprezzo la cortesia. Chiedo due caffè e li porto in stanza. Tomo è ancora a letto, ma sveglio con lo sguardo fisso al soffitto.
— Ciao... hai dormito? —
— Sì, ma avrei voluto non svegliarmi... non subito, fra un paio di mesi, pensi che sia possibile? —
— No amore... non si può... —
— E ora che facciamo? —
— Nulla... andiamo avanti attimo per attimo... e preghiamo Dio di darci la forza... vada come vada... e andrà tutto bene, vedrai! —
Finito il caffè ci sistemiamo e usciamo. Non sappiamo cosa fare fino alle 14,00, quando finalmente potremo vedere nostro figlio.
Prendiamo la macchina e giriamo come acqua dentro ai tubi... Nel frattempo il sole asciuga la nebbia e il paesaggio sembra meno funesto... e quel sole asciuga un poco anche il mio cuore... è dall'altro ieri sera che non piango, sono quasi fiera di me stessa!
Alle 13,30 siamo già seduti nella sala d'aspetto della Terapia Intensiva. Ancora non sappiamo come funzioni, ma avremo modo di capirlo strada facendo.
La saletta va riempiendosi pian piano. La gente entra, saluta e poi testa bassa si siede. Ognuno chiuso nel suo dolore, senza nessuna voglia di condividere, anche perché siamo tutti naufraghi in quel mare in tempesta dove è precipitata la nostra vita. Doloranti e infreddoliti non abbiamo il coraggio né la voglia di portare conforto a nessuno, anche perché non ne saremmo capaci.
Siamo tra i primi a essere chiamati. Una fortuna al momento, ma l'esperienza della sala d'attesa mi farà capire che i primi chiamati sono quelli con i parenti più gravi. Nei giorni seguenti avrò modo di capire la fortuna di essere chiamati per ultimi.
Entriamo e troviamo un altro dottore, bravo e competente quanto il primo.
— Buongiorno signori... Allora, posso dire che il vostro ragazzo tiene duro, ha superato anche questa notte il che ci rende speranzosi ma non ancora ottimisti. Purtroppo ci aspettiamo una forte infezione, dovuta al fatto che si è reso necessario un drastico intervento in mezzo a un bosco. Capirete che rispettare le norme igieniche non è stato possibile, e il primo drenaggio è stato fatto proprio lì. Ora gli stiamo somministrando tutto quello che dobbiamo. Inoltre gli stiamo somministrando dosaggi da cavallo per tenerlo sedato: è un ragazzo forte, grande e grosso... e facciamo fatica a "domarlo". —
Ci dice il dottore con un sorriso, e così dicendo ci strappa il primo sorriso della giornata.
— Ma dai, ora andate a trovarlo e fategli compagnia... noi ci vediamo dopo! —
— Grazie dottore... grazie mille... —
— No, ci mancherebbe, solo dovere! —
E con queste parole, un bel sorriso e una stretta di mano ci saluta.
Arriviamo nella sua stanza e ci sono due infermieri, Alessio ed Elena.
Salutiamo il nostro ragazzo che per fortuna è lì dove lo abbiamo lasciato, pulito, ben curato, barba appena fatta e pettinato.
Oggi vederlo è sicuramente meno impattante... apparentemente abbiamo superato il trauma.
Visto che c'è il personale dell'ospedale ne approfitto per chiedere se sanno dirmi qualcosa riguardo agli alloggi.
— Ma voi di dove siete e dove avete alloggiato questa notte? —
Mi chiede lei.
— Siamo di Bergamo e questa notte abbiamo dormito a Latisana... —
— Caspita, è lontano... Noi sappiamo che all'interno della struttura ospedaliera c'è una Onlus, Casa Mia, che ha costruito degli alloggi gratuiti per chi viene da lontano... c'è sempre una grande richiesta ma posso darvi il numero così chiamate per avere informazioni... —
— Oh, sarebbe grandioso! —
Elena ci lascia un attimo e noi rimaniamo con Alessio, che investirò del titolo di Angelo... già perché, anche qua, i giorni mi daranno modo di apprezzarne la presenza.
Ci tiene compagnia raccontandoci delle condizioni di nostro figlio, aggiungendo particolari che, per mancanza di tempo, il dottore aveva omesso. Ci ragguaglia sulla notte appena trascorsa, dei pericoli e delle possibili ricadute. Ci racconta di traumi subiti alla colonna vertebrale del Fanciullo, ma ci rassicura della mancata fuoriuscita di qualsiasi liquido. Qua facciamo fatica a credergli. Sappiamo che ora sono presi a tenerlo in vita e temiamo che la colonna vertebrale sia l'ultimo dei loro pensieri. Vista la nostra espressione ci rassicura del fatto che hanno fatto delle prove e le gambe sono reattive a qualsiasi stimolo. Ok, vogliamo credergli, anche se in noi ora entra l'ombra di un sospetto: camminerà ancora?
Ma decidiamo di accantonare quel timore e ci concentriamo affinché lui si riprenda e lo facciano risvegliare il prima possibile.
Nel frattempo Elena ci raggiunge e mi dà il numero.
— Ecco, questo è il numero, la signora si chiama Laura... quando uscite dalla TI chiedete a lei! —
Prendo il foglietto che mi porge, lo fisso e improvvisamente sembro incapace di compiere quella banalissima azione che sta nel prendere il biglietto e metterlo via...
— Signora... se vuole chiamo io... —
— ...Be' sì... lo farebbe?... grazie... io... —
— Non c'è problema, torno fra un attimo! —
Prende il biglietto che giace inerme tra le mie dita e va... Di lì a poco torna.
— Bene, la signora Laura dice che ci sono alloggi disponibili. Le ho spiegato la situazione: per questa sera siete alloggiati altrove ma se volete lei vi aspetta più tardi per mettervi d'accordo. Ha i vostri nomi... non dovete che uscire da questo padiglione e girare a destra... —
E così ci spiega ben bene che strada fare, poi ci fa avvicinare alla finestra della stanza del Fanciullo e ci mostra dov'è.
Vista da lassù sembra un'oasi di pace... è un insieme di villini in mezzo agli alberi, noto che c'è un laghetto, delle panchine e dei salici piangenti... sembra tutto studiato per trasmettere un po' di pace... e solo Dio sa quanto ce ne sia bisogno!
Gli infermieri se ne vanno e ci lasciano con lui per tutto il tempo che vogliamo, più o meno... in verità non vorremmo andarcene ma il problema alloggio ci dà una certa premura. La signora Laura alle 17 va a casa. Visto che il Fanciullo sembra tranquillo e si è fatta una certa ora ce ne andiamo. Un bacio, una carezza, un arrivederci e un tieni duro, e ci avviamo verso l'uscita.
Raggiungiamo gli alloggi e, come avevamo previsto quando li guardavamo dall'alto, ci accoglie davvero una bella pace. La signora è una bellissima donna con un sorriso fantastico.
Spieghiamo la situazione e ci dice che rientriamo a pieno diritto nell'uso delle casette. Prontamente ci mostra il monolocale dove troviamo una cucina componibile completa di ogni accessorio, un letto matrimoniale, tavolo, sedie, tv e anche qualche libro. Il bagno è in comune con un'altra stanza ma ora è vuota e siamo soli. C'è un salottino comune che divide le altre due stanze. In base al nostro racconto decide che, vista la sua esperienza e sapendo che la degenza sarà lunga, di darci il monolocale anziché le stanze con cucina in comune... preferisce lasciarci la nostra privacy e noi ringraziamo.
Compiliamo una serie di documenti e chiediamo quanto dobbiamo.
— Nulla, quando andrete via potrete lasciare un'offerta libera... ma se lo vorrete, ovviamente, altrimenti non c'è problema. Noi siamo qua per dare un supporto. La signora che ha voluto questo sa cosa vuol dire essere lontani da casa, in stanze d'albergo che prosciugano l'anima e il portafogli. Lei ha vissuto questa situazione quando suo marito è stato male e quel giorno ha promesso a se stessa e al suo defunto marito che avrebbe provveduto, dove poteva, a portare sollievo a qualcuno... —
Grati di tutto questo rivediamo i nostri programmi. Avevamo deciso che Tomo sarebbe tornato a casa a prendere dei vestiti, ma visto che negli alloggi c'è anche una lavatrice e un'asciugatrice in dotazione, nessuno va da nessuna parte. Anche perché nessuno di noi due vuole rimanere solo. Abbiamo bisogno uno dell'altra, necessità di stare insieme senza perderci di vista nemmeno un momento.
Torneremo il giorno dopo con i pochi bagagli che abbiamo e con noi tutta la speranza che ci è rimasta.
Da sotto il porticato della nostra casetta si vede la finestra della stanza del Fanciullo. Quella posizione ci farà sentire ancora più vicini a lui. Nelle giornate che verranno ci troveremo molte volte seduti su una sdraio, sotto il portico, avvolti da una coperta con lo sguardo fisso a quella finestra, quasi a mandare tutta la nostra energia: forza Fanciullo... ti prego, tieni duro! Continua...
Un'altra notte senza incubi... quelli troveranno terreno fertile più avanti, ma ora devo andare avanti!
Mi sveglio quando fuori sta spuntando il sole e ricordo subito perché sono lì... mi affaccio alla finestra e quello che vedo è solo nebbia... la stessa che avvolge la mia anima. Il cellulare non ha suonato e questo mi fa ben sperare... un'altra notte è passata, la seconda... il nostro Fanciullo tiene duro!
Mi sistemo come posso e vado al bar della pensione.
La signora mi chiede come mi sento, una domanda retorica, sa benissimo come mi sento, ma io apprezzo la cortesia. Chiedo due caffè e li porto in stanza. Tomo è ancora a letto, ma sveglio con lo sguardo fisso al soffitto.
— Ciao... hai dormito? —
— Sì, ma avrei voluto non svegliarmi... non subito, fra un paio di mesi, pensi che sia possibile? —
— No amore... non si può... —
— E ora che facciamo? —
— Nulla... andiamo avanti attimo per attimo... e preghiamo Dio di darci la forza... vada come vada... e andrà tutto bene, vedrai! —
Finito il caffè ci sistemiamo e usciamo. Non sappiamo cosa fare fino alle 14,00, quando finalmente potremo vedere nostro figlio.
Prendiamo la macchina e giriamo come acqua dentro ai tubi... Nel frattempo il sole asciuga la nebbia e il paesaggio sembra meno funesto... e quel sole asciuga un poco anche il mio cuore... è dall'altro ieri sera che non piango, sono quasi fiera di me stessa!
Alle 13,30 siamo già seduti nella sala d'aspetto della Terapia Intensiva. Ancora non sappiamo come funzioni, ma avremo modo di capirlo strada facendo.
La saletta va riempiendosi pian piano. La gente entra, saluta e poi testa bassa si siede. Ognuno chiuso nel suo dolore, senza nessuna voglia di condividere, anche perché siamo tutti naufraghi in quel mare in tempesta dove è precipitata la nostra vita. Doloranti e infreddoliti non abbiamo il coraggio né la voglia di portare conforto a nessuno, anche perché non ne saremmo capaci.
Siamo tra i primi a essere chiamati. Una fortuna al momento, ma l'esperienza della sala d'attesa mi farà capire che i primi chiamati sono quelli con i parenti più gravi. Nei giorni seguenti avrò modo di capire la fortuna di essere chiamati per ultimi.
Entriamo e troviamo un altro dottore, bravo e competente quanto il primo.
— Buongiorno signori... Allora, posso dire che il vostro ragazzo tiene duro, ha superato anche questa notte il che ci rende speranzosi ma non ancora ottimisti. Purtroppo ci aspettiamo una forte infezione, dovuta al fatto che si è reso necessario un drastico intervento in mezzo a un bosco. Capirete che rispettare le norme igieniche non è stato possibile, e il primo drenaggio è stato fatto proprio lì. Ora gli stiamo somministrando tutto quello che dobbiamo. Inoltre gli stiamo somministrando dosaggi da cavallo per tenerlo sedato: è un ragazzo forte, grande e grosso... e facciamo fatica a "domarlo". —
Ci dice il dottore con un sorriso, e così dicendo ci strappa il primo sorriso della giornata.
— Ma dai, ora andate a trovarlo e fategli compagnia... noi ci vediamo dopo! —
— Grazie dottore... grazie mille... —
— No, ci mancherebbe, solo dovere! —
E con queste parole, un bel sorriso e una stretta di mano ci saluta.
Arriviamo nella sua stanza e ci sono due infermieri, Alessio ed Elena.
Salutiamo il nostro ragazzo che per fortuna è lì dove lo abbiamo lasciato, pulito, ben curato, barba appena fatta e pettinato.
Oggi vederlo è sicuramente meno impattante... apparentemente abbiamo superato il trauma.
Visto che c'è il personale dell'ospedale ne approfitto per chiedere se sanno dirmi qualcosa riguardo agli alloggi.
— Ma voi di dove siete e dove avete alloggiato questa notte? —
Mi chiede lei.
— Siamo di Bergamo e questa notte abbiamo dormito a Latisana... —
— Caspita, è lontano... Noi sappiamo che all'interno della struttura ospedaliera c'è una Onlus, Casa Mia, che ha costruito degli alloggi gratuiti per chi viene da lontano... c'è sempre una grande richiesta ma posso darvi il numero così chiamate per avere informazioni... —
— Oh, sarebbe grandioso! —
Elena ci lascia un attimo e noi rimaniamo con Alessio, che investirò del titolo di Angelo... già perché, anche qua, i giorni mi daranno modo di apprezzarne la presenza.
Ci tiene compagnia raccontandoci delle condizioni di nostro figlio, aggiungendo particolari che, per mancanza di tempo, il dottore aveva omesso. Ci ragguaglia sulla notte appena trascorsa, dei pericoli e delle possibili ricadute. Ci racconta di traumi subiti alla colonna vertebrale del Fanciullo, ma ci rassicura della mancata fuoriuscita di qualsiasi liquido. Qua facciamo fatica a credergli. Sappiamo che ora sono presi a tenerlo in vita e temiamo che la colonna vertebrale sia l'ultimo dei loro pensieri. Vista la nostra espressione ci rassicura del fatto che hanno fatto delle prove e le gambe sono reattive a qualsiasi stimolo. Ok, vogliamo credergli, anche se in noi ora entra l'ombra di un sospetto: camminerà ancora?
Ma decidiamo di accantonare quel timore e ci concentriamo affinché lui si riprenda e lo facciano risvegliare il prima possibile.
Nel frattempo Elena ci raggiunge e mi dà il numero.
— Ecco, questo è il numero, la signora si chiama Laura... quando uscite dalla TI chiedete a lei! —
Prendo il foglietto che mi porge, lo fisso e improvvisamente sembro incapace di compiere quella banalissima azione che sta nel prendere il biglietto e metterlo via...
— Signora... se vuole chiamo io... —
— ...Be' sì... lo farebbe?... grazie... io... —
— Non c'è problema, torno fra un attimo! —
Prende il biglietto che giace inerme tra le mie dita e va... Di lì a poco torna.
— Bene, la signora Laura dice che ci sono alloggi disponibili. Le ho spiegato la situazione: per questa sera siete alloggiati altrove ma se volete lei vi aspetta più tardi per mettervi d'accordo. Ha i vostri nomi... non dovete che uscire da questo padiglione e girare a destra... —
E così ci spiega ben bene che strada fare, poi ci fa avvicinare alla finestra della stanza del Fanciullo e ci mostra dov'è.
Vista da lassù sembra un'oasi di pace... è un insieme di villini in mezzo agli alberi, noto che c'è un laghetto, delle panchine e dei salici piangenti... sembra tutto studiato per trasmettere un po' di pace... e solo Dio sa quanto ce ne sia bisogno!
Gli infermieri se ne vanno e ci lasciano con lui per tutto il tempo che vogliamo, più o meno... in verità non vorremmo andarcene ma il problema alloggio ci dà una certa premura. La signora Laura alle 17 va a casa. Visto che il Fanciullo sembra tranquillo e si è fatta una certa ora ce ne andiamo. Un bacio, una carezza, un arrivederci e un tieni duro, e ci avviamo verso l'uscita.
Raggiungiamo gli alloggi e, come avevamo previsto quando li guardavamo dall'alto, ci accoglie davvero una bella pace. La signora è una bellissima donna con un sorriso fantastico.
Spieghiamo la situazione e ci dice che rientriamo a pieno diritto nell'uso delle casette. Prontamente ci mostra il monolocale dove troviamo una cucina componibile completa di ogni accessorio, un letto matrimoniale, tavolo, sedie, tv e anche qualche libro. Il bagno è in comune con un'altra stanza ma ora è vuota e siamo soli. C'è un salottino comune che divide le altre due stanze. In base al nostro racconto decide che, vista la sua esperienza e sapendo che la degenza sarà lunga, di darci il monolocale anziché le stanze con cucina in comune... preferisce lasciarci la nostra privacy e noi ringraziamo.
Compiliamo una serie di documenti e chiediamo quanto dobbiamo.
— Nulla, quando andrete via potrete lasciare un'offerta libera... ma se lo vorrete, ovviamente, altrimenti non c'è problema. Noi siamo qua per dare un supporto. La signora che ha voluto questo sa cosa vuol dire essere lontani da casa, in stanze d'albergo che prosciugano l'anima e il portafogli. Lei ha vissuto questa situazione quando suo marito è stato male e quel giorno ha promesso a se stessa e al suo defunto marito che avrebbe provveduto, dove poteva, a portare sollievo a qualcuno... —
Grati di tutto questo rivediamo i nostri programmi. Avevamo deciso che Tomo sarebbe tornato a casa a prendere dei vestiti, ma visto che negli alloggi c'è anche una lavatrice e un'asciugatrice in dotazione, nessuno va da nessuna parte. Anche perché nessuno di noi due vuole rimanere solo. Abbiamo bisogno uno dell'altra, necessità di stare insieme senza perderci di vista nemmeno un momento.
Torneremo il giorno dopo con i pochi bagagli che abbiamo e con noi tutta la speranza che ci è rimasta.
Da sotto il porticato della nostra casetta si vede la finestra della stanza del Fanciullo. Quella posizione ci farà sentire ancora più vicini a lui. Nelle giornate che verranno ci troveremo molte volte seduti su una sdraio, sotto il portico, avvolti da una coperta con lo sguardo fisso a quella finestra, quasi a mandare tutta la nostra energia: forza Fanciullo... ti prego, tieni duro! Continua...