Il bosco, la scena e lo [Sguardo]: quando vivere diventa recitare
Bisogna ammetterlo: in Italia non esistono fatti, esistono solo scene. Drammatiche, teatrali, favoleggianti...
Ogni cosa, OGNI COSA, prima o poi viene trascinata sul palco: illuminata male, amplificata troppo, caricata di pathos fino a perdere qualsiasi contorno reale.
Non importa cosa sia accaduto davvero. Importa come può essere raccontato. E di solito viene raccontata male!
La famiglia del bosco non fa eccezione.
Anzi: è perfetta.
Perché c’è il bosco, che in questo Paese non è mai solo bosco.
È fuga, è minaccia, è purezza e regressione, è colpa, è sogno.
Certo, dipende da chi guarda. E da cosa deve dimostrare.
La loro unica colpa non è aver sottratto i figli alla scuola, né aver rifiutato un modello, né aver scelto una vita ai margini.
La loro unica colpa è aver fatto una scelta: non il bosco, ma il bosco in Italia.
Perché in Italia le scelte devono essere spiegate, giustificate, rese digeribili. A tutti, ovviamente.
Devono diventare monito o esempio, ma mai semplicemente scelte.
Così la storia viene ripresa, rimontata, riscaldata a intervalli regolari.
E ogni volta con lo stesso tono: allarme, indignazione, compassione.
Come se fosse sempre la prima volta.
Come se il tempo non fosse passato.
Come se il silenzio fosse un’ammissione di colpa.
Perché, e lo sappiamo bene, in Italia il silenzio non è contemplato.
Chi non commenta sembra mancare a un dovere civico: quello di partecipare al dramma collettivo.
E allora si parla. Ancora. Sempre.
Ma non per capire meglio, magari lo fosse, ma per sentire qualcosa.
Per confermare che siamo dalla parte giusta.
Per riempire quel vuoto che si crea quando una storia finisce davvero.
Forse la vera trasgressione non è vivere nel bosco.
Perché, cari miei, la scelta enorme, irreparabile, è stata farlo in Italia.
Un Paese che non sa stare davanti a un fatto senza trasformarlo in scena.
Perché in Italia non si vive: si recita.
Uno Sguardo basta. Il resto è scena.
