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Martedì quando il corpo cambia le regole

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Il pensiero del martedì «Non volevo i calzini. Non volevo il caldo. Non volevo essere malata. Eppure eccomi qui, e sto bene lo stesso.» Amavo andare a piedi nudi. Amavo sentire il pavimento, la terra, l'erba. Amavo il freddo, il vento, l'acqua fredda sulla pelle. Non mi limitavo ad amare tutto questo: lo vivevo, lo respiravo, lo integravo. Poi mi sono ammalata. A quanto pare, la mia malattia non ama il freddo. Ama i calzini, le ciabatte imbottite, i pigiami felpati e la borsa dell'acqua calda. Ho sempre odiato il caldo, da quando ne ho memoria. Eppure ora ne ho bisogno. E come si fa ad accettare ciò che si è sempre odiato? Lo si accoglie. Si impara ad apprezzare ciò che è necessario. Come chi odia prendere medicine ma sa che lo faranno stare meglio. Il caldo non ha tutti quegli effetti collaterali, certo. Ma il sudore, le vampate… non sono facili da digerire. Qui sta arrivando l'inverno, e così lo cerco. Due paia di calzini. Il tepore che ...

[Sguardo] Il danno psicologico vero non è la caduta

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  Ho letto la notizia qualche giorno fa: una bambina si fa male durante la ricreazione, cade, si scontra con un compagno. La famiglia chiede ventimila euro di risarcimento alla scuola. Motivazione, tra le altre: danni psicologici. Mi sono fermata su quelle due parole. Danni psicologici. Per una caduta in cortile? Non è la caduta in sé che mi colpisce. I bambini si fanno male, succede, da sempre. È quello che gli adulti costruiscono intorno a quella caduta che oggi sembra cambiare tutto. Ogni bambino è caduto. Ogni bambino ha sbucciato un ginocchio, ha pianto, è stato medicato ed è tornato a correre. Da sempre. Anche io ho una cicatrice sul ginocchio. So di essermela fatta, da qualche parte, in qualche anno, ma non ricordo assolutamente come. Non ricordo la causa perché i miei genitori hanno fatto la cosa più intelligente del mondo: mi hanno medicata, mi hanno detto di stare attenta la prossima volta, e sono andati avanti. Nessun trauma.  Nessun incubo.  Nessun co...

Ketchupi! Vivere in Brasile e sopravvivere all'inglese

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  Vi racconto Lo dico subito, prima che qualcuno si offenda: io i brasiliani li amo. Li amo con quella specie di amore irrazionale che non si spiega e non si discute. La loro gioia, la loro ironia, la generosità con cui ti accolgono nella vita e in casa loro. Però. C'è una cosa. Una piccola cosa. Una cosina che, dopo anni, ancora mi fa sobbalzare. La stoppiatura delle parole inglesi. Spiego. Quando sono arrivata qui nel 2001, fresca fresca, ancora con la valigia che sapeva di Italia, sono entrata in un bar di Santa Isabel e ho ordinato un panino con le patatine fritte. Tutto bene. Poi ho chiesto del ketchup. Silenzio. «Ketchup», ripeto, con tutta la mia "sicurezza da europea appena sbarcata". La signora mi guarda come se avessi detto una parola in sanscrito. «Quello rosso», dico. «Che si mette sulle patatine... Saporito. Rosso. Denso. Viene in una bottiglietta...» Lei, con un sorriso che illumina il bancone: «Aaaah! Ketchupi!!» Ecco. Ketchupi. Con...

Chiudi gli occhi e il mondo cambia forma

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  Il pensiero del martedì Chiudi gli occhi e il mondo non sparisce.  Cambia forma. Entro nella mia stanza e mentre lo faccio mi riempio di meraviglia. Il letto è bianco, con cuscini enormi, tutto bianco. La parete è azzurra, di quell'azzurro cielo che infonde tranquillità. Sopra il letto c'è un quadro: raffigurato c'è un paesino di calce bianca con una bouganville rosa. Vicino al letto non c'è un comodino, c'è una sedia blu con una candela alla lavanda e un mazzolino di fiori gialli. A terra la ceramica bianca, opaca, con tappeti di corda intrecciata. Alla mia sinistra c'è un armadio piccolo a due ante, anche quello azzurro sbiadito, e il tempo ha cancellato quello che dovevano essere girasoli. Alla mia destra invece vedo una finestra e fuori, non troppo lontano, un cespuglio di ibisco rosso. Riesco a immaginare la felicità delle tartarughe quando i fiori cadranno. Ma la cosa più bella è la porta, grande, alta, e sopra, attaccata a un bastone, u...

[Sguardo] Nessuno ci ha visti

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Mia mamma ha 82 anni e spinge la sedia a rotelle di mio padre di 86. L'ha fatto per tre mesi, con quella forza silenziosa che hanno le persone abituate a prendersi cura senza fare rumore. Mia madre è così. L'altro giorno mi ha raccontato una cosa piccola, ma che mi è rimasta dentro. Era ferma davanti a una porta, in attesa di passare con la sedia. Ha aperto. La gente ha iniziato a entrare. Una persona, due, tre. Nessuno si è fermato. Nessuno li ha visti. Me lo ha detto con la voce di chi non ci crede: «Ero lì ferma in attesa di passare e la gente continuava a entrare. Nessuno ci ha visti. L'ho anche detto, ma che cavolo, ci fate passare? E niente.» In quella frase ho sentito tutto. L'incredulità e un pizzico di dolore. Anzi, qualcosa di più profondo: la consapevolezza. Forse per la prima volta, di cosa significa diventare anziani, lenti, vulnerabili in un mondo che ha fretta. Fretta di passare senza accorgersene, senza vedere chi hanno davanti. Senza fermarsi....

Vacanze in Brasile: spiagge, chácara e paesini coloniali, come si riposa davvero qui

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Vi racconto Le vacanze in Brasile, o meglio, le feste in mezzo alla settimana e i ponti festivi, hanno una sola domanda: la gente dove va? Dipende da dove sei. Qui da me la spiaggia più vicina è Santos, con le sue lunghe distese di ombrelloni. Ma non è come in Italia. Difficile trovare file di persone sdraiate in silenzio, a leggere o ad ascoltare musica con le cuffie. Qui è diverso: ombrelloni, sedie e tante chiacchiere. Due ombrelloni? Almeno dieci sedie. E tra uno e l'altro, un frigo portatile 50x40, pieno di bibite, alcoliche o meno, sepolte sotto una montagna di ghiaccio. Il cibo non si porta: si sceglie tra i venditori che serpeggiano tra la gente come pesci in un banco. Nessuno muore di fame. Nessuno muore di silenzio, nemmeno per sbaglio. Questo è il classico fine settimana. Per quelli prolungati, le più gettonate sono le chácara : case in campagna con mille stanze e mille posti letto. Costano, quindi ci si organizza: mezzo quartiere, stereo con casse grandi qu...

La libertà tranquilla, quando il cambiamento non ha bisogno di fare rumore

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  Oggi la routine è tornata, come sempre. La casa, i gesti, i silenzi che si infilano tra una cosa e l'altra. Parte una canzone a caso. Uomini soli dei Pooh. La conosco a memoria. Eppure oggi la ascolto davvero. Vediamo se si può imparare questa vita. E magari un po' cambiarla prima che ci cambi lei… E penso che sì, è proprio così. Solo che oggi non lo sento come una lotta. Lo sento come una responsabilità tranquilla. Non ho più voglia di "mettere in ordine la vita" come se fosse qualcosa da sistemare una volta per tutte. Piuttosto, la guardo mentre si muove. E scelgo dove stare. Per anni ho sentito persone dire: io sono così, prendere o lasciare. Una volta mi faceva arrabbiare. Oggi no. Oggi semplicemente non prendo, senza principio e senza ribellione. Ho capito che non tutto mi riguarda, non tutto mi spetta, non tutto devo accoglierlo. C'è stato un tempo in cui avevo bisogno di dirlo forte, quasi spingendo via. Oggi non serve più. Non è...