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Il bosco, la scena e lo [Sguardo]: quando vivere diventa recitare

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Bisogna ammetterlo: in Italia non esistono fatti, esistono solo scene. Drammatiche, teatrali, favoleggianti... Ogni cosa, OGNI COSA , prima o poi viene trascinata sul palco: illuminata male, amplificata troppo, caricata di pathos fino a perdere qualsiasi contorno reale. Non importa cosa sia accaduto davvero. Importa come può essere raccontato. E di solito viene raccontata male! La famiglia del bosco non fa eccezione. Anzi: è perfetta. Perché c’è il bosco, che in questo Paese non è mai solo bosco. È fuga, è minaccia, è purezza e regressione, è colpa, è sogno. Certo, dipende da chi guarda. E da cosa deve dimostrare. La loro unica colpa non è aver sottratto i figli alla scuola, né aver rifiutato un modello, né aver scelto una vita ai margini. La loro unica colpa è aver fatto una scelta: non il bosco, ma il bosco in Italia . Perché in Italia le scelte devono essere spiegate, giustificate, rese digeribili. A tutti, ovviamente. Devono diventare...

Pix in Brasile: paghi il caffè come mandi un messaggio

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  Vivo in Brasile da un po’ e ci sono cose che, giorno dopo giorno, smettono di stupirti.Poi ce ne sono altre che continuano a farlo, anche quando diventano quotidiane. Pix è una di queste. Per chi non lo sapesse: Pix è il sistema di pagamento brasiliano. Ma detta così è come dire che il mare è “acqua”. Con Pix paghi il caffè, il taxi, la spesa, l’idraulico, la lezione di yoga, l’affitto, lo stipendio, il cocco in spiaggia e – probabilmente – anche il karma, se qualcuno trovasse il modo. E la parte che ancora mi fa sorridere è questa: per pagare non servono IBAN chilometrici, codici misteriosi o dati da copiare tre volte. Basta un numero di telefono, un’email, oppure un QR code. Come mandare un messaggio. Letteralmente. Scansiono, confermo sul telefono, fine. Il pagamento è già dall’altra parte mentre io sto ancora sorridendo. La cosa che mi colpisce davvero non è la tecnologia. È la normalità con cui funziona. Nessuno ti guar...

Un nuovo arrivo in cucina (con superpoteri)

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  Ah, che meraviglia, l'ho fatto, ho comprato una lavastoviglie! In verità ho guardato più al prezzo che alle sue competenze, dopotutto deve lavare i piatti, non certo fare esperimenti di fisica, no? Così sguinzaglio mio segugio personale, il mio Tomo, e tra le tante offerte trova questa Electrolux 14 coperti . Ok, ha le dimensioni giuste per la nicchia a lei dedicata, vedo che ha il mezzo carico; siamo in due, farebbe davvero comodo... Non mi interessa altro! Ordinata! Quattro giorni e ce la consegnano. Ah ragazzi, è bella, bianca, grande e sembra quasi un armadio di design che ha deciso di trasferirsi in cucina per sentirsi più utile! La adoro! Così vado a leggermi le istruzioni (non sono un uomo, posso farlo, no?) e cosa vedo? Higienizar Compras . Cioè? Ho pensato: è ovvio che la utilizzerò per lavare le stoviglie e affini prima di usarle, ma perché un programma apposito? Eh cari miei, voi non lo sapete ma qua sono maestri dell'igiene e cosa ti ha...

[Sguardo] Fuori target: smontare le narrazioni sull’intelligenza artificiale

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Domenica l'altra ho parlato di intelligenza artificiale. Di nuovo. Non perché io ne sia ossessionata, anche se la apprezzo, ma perché ne ho piene le palle di essere presa in giro. Non dall’ IA . Dai racconti che le vengono costruiti intorno. Da parole gonfiate, metafore sbagliate, frasi che sembrano profonde e invece servono solo a evitare una cosa semplice: dire chi decide e chi è responsabile. Quindi sì, torno sull’argomento. Non per spiegare cos’è l’intelligenza artificiale, ma per smontare l’ennesima narrazione che tratta i lettori come cretini e l’imbecillità come un pubblico da accontentare. Fuori target (non fuori tempo) In questo periodo succede una cosa curiosa: apro giornali seri, testate seguite, nomi “autorevoli”, e mi ritrovo a leggere frasi che mi fanno venire una domanda semplice: ma mi stanno per caso prendendo per i fondelli? Perché quando leggo che l’intelligenza artificiale sarebbe “un corpo in evoluzione , cap...

Il gallo stonato e il pranzo inaspettato: un ricordo caraibico

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Un racconto di vita quotidiana in Repubblica Dominicana, tra risvegli sgraziati, vicini sinceri e finali sorprendenti. Vegani avvisati: qui si ride anche di un gallo stonato. Ricordi... Ieri mi è bastato vedere un gallo tronfio in una foto per ricordarmi che, in Repubblica Dominicana, ne avevo uno sotto casa che pensava di essere Pavarotti. Era il 2006, o giù di lì, eravamo in quella della Domenicana da un anno circa. Vicino a noi viveva una famiglia che ho sempre apprezzato molto. C’era Santiago, sua moglie Andrea e figli e nipoti sparsi un po’ ovunque. Una mattina mi sveglio con il canto di un gallo che, più che un canto, era il suono sgradevole di un gesso sulla lavagna. Mi alzo e, fuori dalla finestra, proprio sulla recinzione, vedo un galletto tutto allegro e tronfio che dava il buongiorno al mondo. Ho pensato: e questo da dove cazzo arriva? E niente, mi sono rimessa a letto. Il cantante ha finito la sua performance, così io mi sono riad...

Coltivare il sole: il mio cammino verso l’autonomia energetica

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  Ci sono desideri che coltivi per anni, in silenzio. Il mio era questo: avvicinarmi il più possibile all’autonomia energetica. Il mio inizio è stato mercoledì: sono arrivati i pannelli solari! Li ho desiderati da quando ne ho memoria. Mi hanno sempre affascinata: l’idea di poter usufruire di una cosa così bella, così semplice e così intelligente. Sì, domani, quando verranno a collegare il tutto iniziamo — finalmente — a coltivare il sole ☀️ E non potevamo desiderare luogo migliore, visto che viviamo in una riserva naturale . Qui l’acqua viene depurata internamente e tutta l’energia necessaria agli spazi comuni — acqua compresa — nasce dal sole. C’è poi un altro grande vantaggio: in Brasile l’energia prodotta in più non si perde. Entra nel circuito e diventa credito. Ci potete credere? Oggi do, domani riprendo, quando ne ho bisogno mi viene restituita. E il credito dura cinque anni! Non sarà autonomia al 100%, ma è molto ...

[Sguardo] Due pesi e due misure: italiani all’estero e integrazione

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Una riflessione sulla nostra diaspora e sul modo in cui giudichiamo le comunità straniere in Italia. Qualcuno di voi ha letto quell’articolo su Antônio Prado, la città brasiliana dove si parla ancora il dialetto talian? Bello vero? Ah, com'è commovente! Tradizioni, patrimonio culturale, museo a cielo aperto… insomma, la solita autocelebrazione da italiani all’estero. Ed è qui che mi sale il crimine. Perché diciamolo: noi italiani siamo intolleranti verso chiunque arrivi da fuori, ma intanto siamo andati a rompere gli zebedei ovunque nel mondo. Brasile, Argentina, Stati Uniti, Belgio, Svizzera… ovunque ci fosse da emigrare. Trovatemi un posto dove non ci sono italiani! Ci siamo piazzati con le nostre valigie di cartone e abbiamo imposto lingua, tradizioni, chiese e chiassose feste patronali. Quando lo facciamo noi, diventa " patrimonio culturale ". Quando lo fanno gli altri in Italia, diventa " problema di integrazione ". Un ...