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[Sguardo] Non possiamo prenderli tutti: la risposta che vorrei dare

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  Domenica scorsa ho parlato di quella frase: “Mica possiamo prenderli tutti.” Pensavo fosse finita lì. Poi ho visto un film… Il film racconta una storia vera: The Red Sea Diving Resort, dove un uomo ha messo su un hotel in Sudan per salvare i rifugiati politici etiopi. In una scena, un militare dice: non posso prenderli tutti, sono tropp i. E lì mi è salito il crimine, un'altra volta. Ma Ari risponde: ok, scegli tu chi far salire e chi lasciare a terra, chi deve vivere o morire. Scegli tu. Ti devi vivere con questo. Perché io non lo farò per te. Esatto. Questa è la risposta che vorrei dare a chi solleva sempre quella maledetta frase: non possiamo prenderli tutti. E a chi la pensa così dico solo una cosa: ok, vai tu. Ti pago io l'aereo. Vai tu, che so, in Etiopia, in Congo, o in un paese a tua scelta dell'Africa centrale. Li accompagni a casa loro, e visto che ci sei, e soprattutto che sono io a pagare, il volo di ritorno te lo prenoto dopo una settimana. Visto che i...

Contém apenas 1% de fruta: il marketing brasiliano che fa ridere (e riflettere)

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  Ditemi, state vedendo quello che vedo io? C'è scritto: contiene appena l'1% di frutta. Lo dicono, e se ne vantano pure. Dai, è quasi surreale! Scrivono "contém apenas 1% de fruta" in grassetto, in grande, come se fosse un punto di forza, mentre di fatto stanno ammettendo che il prodotto è sostanzialmente acqua gassata al sapore di limone. Possiamo chiamarlo marketing? Magari vogliono distinguersi dai succhi veri dichiarando onestà ("almeno non ti inganniamo"), oppure sottolineare che è leggero, non pesante come un succo concentrato. Mmmh. Ma il risultato comunicativo è più che comico: è un vanto involontario (?) della propria mediocrità. E poi quel "30% ridotto in zuccheri" in piccolo sotto... ridotto rispetto a cosa  di preciso? Però bisogna dirlo: in Brasile queste cose le sanno fare bene. Le etichette dei refrigeranti economici hanno una franchezza brutale che in Europa verrebbe sepolta in caratteri microscopici. Ora mi chiedo: meg...

Ho disinstallato un gioco. E mi sono ricordata che posso smettere sempre.

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  Da un po' di tempo giocavo a Royal Match. Mi ha sempre divertito: bella squadra, partite relativamente facili, quel senso di gruppo che si crea quando si gioca insieme. Ma stare in una squadra richiede costanza, punteggi, presenza. E io quella presenza l'ho sempre data. Giorni fa è arrivata mia nipote e, com'è naturale, ho giocato meno. Però, per correttezza verso il gruppo, continuavo comunque a partecipare per aiutare a raggiungere gli obiettivi. Ma dopo un fantastico fine settimana, apro il gioco e mi arriva un pensiero quasi improvviso: ma che cavolo sto facendo? Davvero devo fare questa cosa? Davvero devo obbligarmi a giocare? E per cosa, poi? Così sono andata nella chat del gruppo e ho scritto: "Ciao a tutti. Per me giocare sta diventando un obbligo e non ne ho più voglia. Quindi disinstallo il gioco. Buon proseguimento e buona fortuna a tutti." Sono uscita dalla chat. Sono andata sull'icona, pressione lunga, disinstalla. La cosa c...

[Sguardo] L'Europa e l'immigrazione: la cecità scelta di chi non vuole guardare

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Oggi è Pasqua  "Mica possiamo prenderli tutti." Oh, quante volte l'ho sentita. Detta con quella tranquillità di chi non ha mai dovuto scegliere davvero tra restare o partire. Di chi la mattina si sveglia, apre il frigo, e la sua unica preoccupazione è cosa mangiare. Capisco. Davvero. Perché è difficile immaginare quello che non si è mai visto. È difficile sentire quello che non si è mai vissuto. Ma è anche difficile giustificare chi non prova neanche a capire. Perché informarsi si può. Leggere si può. Chiedersi il perché si deve. Eppure… C'è qualcosa che mi fa impazzire più della cattiveria consapevole: la cecità scelta. Quella di chi decide di non guardare. Di non sapere. Di non capire. E poi parla. Vota. Decide. Anche per gli altri. Parliamo di esseri umani che cercano di andare a vivere in un posto dove si stia meglio. Incredibile, vero? Sembra quasi una rivoluzione. È una cosa che abbiamo fatto tutti, in forme diverse: cambiare città, paese, q...

Mobili rustici, promesse e un forno sacrificato sull'altare dell'incompetenza

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  Questa storia la volevo raccontare, ma volevo aspettare che finisse. Diciamo che ho deciso io quando finiva. Tutto inizia a metà gennaio: il mio Tomo trova la pubblicità di un tizio che fa mobili rustici. Ci serve un tavolo e sei sedie. Trattative, accordo sul prezzo, data di consegna. Chiedo di vedere i mobili nel dettaglio e Ana mi manda dei video. Sono parecchio rustici, ma siamo in campagna, ci stanno. Arrivano per fine settimana, come promesso. Li piallo, li smusso, li coloro di mogano. Risultato: esattamente quello che volevo. Primo punto per Ana. Il 6 febbraio la ricontatto: fate anche altri mobili? Sì, tutto quello che vuole! Cerco immagini, mando le misure, mobile TV, mobile bagno, ante per la cucina in muratura, sportelli sopra, isola . Il 12 febbraio arriva il preventivo. Concordiamo. Chiedo i tempi. Il 2 marzo. Perfetto. Il 12 marzo arriva mia nipote Alessandra e ho tutto il tempo di carteggiare, smussare, colorare. Che ingenua. Il 24 febbraio chiedo co...

Guararema con gli occhi di chi ama: capibara, ali di farfalla e il bello curato

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  Ho portato Alessandra a Guararema. Per chi non la conosce, Guararema è "una piccola città a circa ottanta chilometri da São Paulo, nel Vale do Paraíba. La chiamano Pérola do Vale,  la Perla della Valle. Il suo nome viene dal tupi-guaraní e significa pau d'alho , il nome di un albero un tempo così presente da segnare per sempre l'identità del luogo. Ancora oggi nella piazza principale c'è un esemplare di trentatré metri, imponente e silenzioso come un testimone di secoli. Per secoli, prima che esistessero strade asfaltate, Guararema era tappa obbligatoria per chiunque viaggiasse tra São Paulo e Rio de Janeiro. Un luogo di passaggio che ha imparato a farsi ricordare." Poi abbiamo visto i capibara, lei li ama così tanto! E come potrebbe essere diversamente? C'è qualcosa di inaspettatamente tenero in questi animali enormi che pascolano come se il mondo fosse sempre stato gentile... A un certo punto mi ha scattato una foto. Io seduta su una panchina, dietro...

[Sguardo] Mollaccioni? Prima di dirlo, guardiamoci allo specchio

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I ragazzi di oggi sono dei mollaccioni. Lo sentiamo dire spesso, e lo diciamo ancora più spesso. Con una facilità che dovrebbe farci vergognare un po'. Sì, perché mentre li chiamiamo mollaccioni, non ci fermiamo mai a chiederci in quale mondo li abbiamo messi a vivere. Partiamo dalla casa. Per andarsene di casa, quel gesto che la nostra generazione considera il minimo sindacale dell'indipendenza, i ragazzi di oggi devono ripiegare su stanze condivise a prezzi che farebbero impallidire chiunque. Novecento euro a stanza. Novecento! E non un appartamento. Una stanza! Quegli appartamenti erano dei nonni. Oggi, macchine da soldi. E qualcuno, con grande senso degli affari e pochissimo pudore, ha deciso che speculare sulla necessità altrui si chiama mercato. Sarà... Ma il mercato, in certi casi, ha proprio la puzza di chi se ne sta approfittando. E non è solo la casa. È il lavoro, precario, sottopagato, a progetto, a chiamata, a tempo determinato rinnovato al...