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L'accento che non devo perdere

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  Il pensiero del martedì «Essere accolti non significa diventare qualcun altro. Significa sentirsi a casa restando sé stessi.» Oggi al supermercato una cassiera mi ha chiesto: «Sei italiana?» Le ho risposto di sì. Lei ha sorriso e mi ha detto: «Si sente. Hai un accento molto forte.» Allora ho scherzato: «Già... e non so se riuscirò mai a perderlo.» La sua risposta mi ha colpita più di quanto immaginassi. «Ma non lo devi perdere. Tu sei italiana. Il tuo accento è bello così com'è.» Sono parole semplici. Probabilmente per lei era solo una frase gentile. Per me, invece, è stato molto di più. Perché chi vive lontano dal proprio paese conosce bene quella sensazione sottile di essere sempre un po' diverso. L'accento ti segue. Ti accompagna negli anni. Ti tradisce prima ancora che tu abbia finito una frase. E a volte ci si chiede se un giorno sparirà. Se un giorno si parlerà come tutti gli altri. Se un giorno non si verrà più riconosciuti ...

[Sguardo] Il vuoto travestito da opinione

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Un libro è come il cibo: ti piace o non ti piace. Dire che un libro "fa schifo" non dice nulla del libro: dice tutto di te che lo dici. Perché ciò che non arriva a te può arrivare a me, può cambiare la vita a qualcun altro, può toccare esattamente dove doveva toccare… solo non da te. Qua non si tratta di recensire un ristorante, dove puoi parlare di cose oggettive: il bagno sporco, le tovaglie non stirate, i bicchieri sciacquati male. Un libro non è sporco. Non è stropicciato. Non ha avuto problemi col detersivo. Un libro è pensiero, emozione, amore, orrore, sentimento. Se non riesci a coglierlo, non è automaticamente un limite del libro: parla più di te che di ciò che hai letto. E questo, certi recensori, non lo ammetterebbero mai. «Brutto. Non leggetelo.» Grazie. Illuminante. Aspetta, no… ma dimmi: brutto come? Brutto perché? Brutto rispetto a cosa? Il vuoto assoluto travestito da opinione. Almeno il silenzio ha più dignità. «Non mi è piaciuto, punto.» Qu...

Casimiro e CazéTV: il Mondiale 2026 su YouTube gratis per tutti i brasiliani

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  In Brasile, il calcio non è uno sport. È una lingua. Una di quelle che non si imparano sui libri: si assorbono, si respirano, si urlano. E il Mondiale, qui, non è un evento. È un rito collettivo che attraversa ogni strato del paese: la favela, il condominio elegante, la casa di campagna, il cortile con una sedia di plastica e un ventilatore che gira lento. Ma c'è sempre stato un problema. Un problema che, forse, in Italia si fatica a comprendere fino in fondo: vedere una partita qui non è mai stato uguale per tutti. La televisione a pagamento esiste. I pacchetti sportivi esistono. Ma per una grande parte dei brasiliani quei pacchetti semplicemente non fanno parte della realtà quotidiana. Non perché non li desiderino. Perché non possono permetterseli. Il 65% delle famiglie brasiliane ha accesso a internet ma non alla televisione a pagamento. In un paese di oltre duecento milioni di abitanti significa decine di milioni di persone che, a ogni Mondiale, dovevan...

Origini e casa non sono la stessa cosa

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  Il pensiero del martedì «Le origini restano parte di noi. Ci accompagnano sempre. Ma la casa, almeno per me, sembra essere il luogo che continuo a scegliere.» Guardando un film ambientato in Italia mi sono accorta di una cosa che non avevo mai visto con chiarezza. Per anni ho dato per scontato che l'Italia fosse casa. Era una conclusione logica. Sono nata lì. Lì ci sono la mia lingua, la mia storia, la mia famiglia, i miei ricordi. Eppure, ripensando alla mia vita, mi sono resa conto che c'era qualcosa che non tornava. La prima volta che arrivai in Brasile fui travolta dalla nostalgia. Poi tornai in Italia e fu la saudade a travolgermi. Negli anni successivi ho vissuto in luoghi diversi, ma il Brasile continuava a riaffacciarsi. Come un richiamo costante. La cosa curiosa è che ogni volta che tornavo in Italia sentivo anche il desiderio di ripartire. Per molto tempo ho interpretato tutto questo come nostalgia, appartenenza, radici. Oggi mi chiedo se st...

Un secondo. Una corda sul pavimento. E tutto cambia per sempre.

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  Si chiamava Maria Eduarda Rodrigues de Freitas una ragazza di 21 anni È successo a Limeira, una città all'interno di SãoPaulo Ieri mattina è andata a realizzare un sogno, quello di buttarsi da un ponte con un elastico ai piedi. Sentire per qualche secondo l'adrenalina del volo, quella sensazione di cadere e non cadere, di sfidare qualcosa di primordiale dentro di sé. È andata lì con il cuore che batteva forte, forse con il telefono in tasca pieno di foto da fare dopo. Forse con gli amici. Forse con la voglia di raccontarlo per settimane. Qualcosa però è andato storto, qualcuno si è dimenticato di agganciare la corda al suo corpo. Non voglio assolvere nessuno. Non voglio condannare nessuno. Non è questo il posto, e non sono io la persona giusta per farlo. Voglio solo fermarmi un momento su quello che resta. Una famiglia ha perso una figlia. Una sorella. Una nipote. Un pezzo di futuro che non tornerà più. Da qualche parte, in questo momento, c'è una madre che n...

Tornare in un posto che non esiste

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Vi porto con me Tornare in un posto che non esiste è la forma più pura di libertà. La notte scorsa ci sono riuscita di nuovo . Avrei dovuto scrivere subito, perché oggi la magia non è più la stessa ma... Esco dalla stanza e sono in una piccola anticamera. Alla mia sinistra c'è una porta, anche quella bianca. La apro ed è un bagno. Anche qui i pavimenti sono bianchi, con modanature alte un metro di legno bianco. Le pareti e il soffitto sono blu notte. C'è una vasca da bagno in metallo, di quelle alte per appoggiarci la testa, smaltata di bianco con i piedini anch'essi blu. Ma la parte alta non si trova contro il muro, al contrario: chi si siede nella vasca può vedere, dalla grande finestra, lo stesso ibisco rosso che si vede anche in camera. Il lavandino è una tazza bianca di ceramica. Sopra, uno specchio incollato al muro con una cornice di piccoli bastoncini imbiancati dal sale del mare. Esco e sono di nuovo nell'anticamera. Alla mia sinistra c'è ...

Ricordando Padre Valentino Benigna, il missionario che accese il mio sogno brasiliano

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Padre Valentino Benigna  (1935-2026),  missionario comboniano Il pensiero del martedì  Il 10 maggio 2026 è morto Padre Valentino Benigna, missionario comboniano originario di Foresto Sparso, in provincia di Bergamo. Aveva 90 anni.  Io l'ho saputo solo ieri Per molti è stato il missionario che ha dedicato la vita al Mozambico e al Brasile. Per altri il sacerdote dal carattere aperto, capace di sdrammatizzare e attento ai temi della giustizia e della pace. Dopo tanti anni di missione era rientrato in Italia nel 2020, nella comunità dei Padri Comboniani di Rebbio, a Como, dove ha trascorso gli ultimi anni della sua vita. Io l'ho incontrato pochissime volte. Eppure, in un certo senso, la sua storia ha attraversato la mia. Quando ero bambina sentivo parlare di lui nella comunità del mio paese. Non ricordo discorsi solenni o grandi insegnamenti. Ricordo invece l'entusiasmo con cui veniva raccontato il Brasile. Per una bambina che non era mai uscita dall'Italia...