Terapia intensiva: il giorno in cui ho imparato cosa vuol dire essere vivi.Seconda parte.
Non è che ricordi bene il viaggio... è passato come fossi stata chiusa in un bozzolo ovattato dove il dolore non può entrare. So di aver chiamato alcuni amici per metterli al corrente di quello che era successo. All'epoca frequentavo un forum di discussione dove avevo avuto il piacere di conoscere anche fisicamente persone stupende. Ricordo di aver parlato con Daniele, Manuela, Luce e di aver mandato una serie di messaggi... avevo bisogno di energia che mi aiutasse a trovare la luce in quella notte che temevo senza fine.
Vero, eravamo ottimisti, avevamo voluto credere a quel dottore, ma dentro di noi c'era la paura di una brutta verità ben camuffata.
Raggiungiamo Udine dopo circa quattro ore di viaggio. L'ospedale non è difficile da trovare, seguiamo le indicazioni e parcheggiamo nel primo buco che troviamo.
Ci avviamo mano nella mano verso la portineria. Vediamo l'ufficio informazioni e chiediamo della Terapia Intensiva 2. Dalla sollecitudine e dalla loro cortesia mi rendo conto che la terapia intensiva non dev'essere un posto molto allegro.
— Subito a destra, in fondo al corridoio prendete l'ascensore... 4° piano, suonate e vi apriranno... —
Ci sorride mesta.
Ho il cuore a mille... solo ora inizio a rendermi conto della gravità della situazione.
Arriviamo e suoniamo.
— Buongiorno, siamo i genitori del Fanciullo... —
— Prego, accomodatevi che il dottore arriva subito... —
— Ok... grazie... —
Ci sediamo in punta di sedia... siamo in una stanzetta con degli scaffali con dentro camici, mascherine e copri-scarpe... non so ancora a cosa servano... ma inizio a intuire.
— Buongiorno signori, sono il dottor De Lucia, ci siamo sentiti ieri al telefono! —
— Sì... buongiorno... —
— Allora, la situazione è questa: il ragazzo ora è sedato e... —
— Cosa vuol dire sedato dottore... ci dica la verità. —
— Ok, ora vi spiego tutto: vostro figlio ha avuto un bruttissimo trauma. Nell'impatto i polmoni di vostro figlio sono... scoppiati. Avete presente un sacchetto di carta pieno di aria? Ecco, nel forte impatto sono entrambi scoppiati e hanno uno sbrego da dove esce aria, impedendo ai polmoni di fare il loro lavoro. La prassi normale sarebbe operare e cucire il buco, ma i polmoni del Fanciullo non sono più compatti, essendo ridotti a gelatina... come potete capire la gelatina è inconsistente. Speriamo che il buco si chiuda da solo... Non dovesse succedere, ci penseremo a tempo debito. Per questo ora ha due tubi che escono dal torace da dove esce il liquido in eccesso. È stato messo in coma farmacologico per mantenere tutte le sue attività stabili. Non sente dolore ed è incosciente ma reattivo: grazie al cielo non ha avuto nessun trauma cranico. Nell'impatto, quando i polmoni sono scoppiati la pleura si è gonfiata di liquido e il gonfiore ha soffocato il cuore. Ma noi lo abbiamo riattivato e ora è stabile. Ovviamente viene aiutato a respirare da un respiratore e viene nutrito da un sondino naso-gastrico... —
Non ricordo se le parole dette fossero esattamente queste, ma questo è quello che ricordo. Dopodiché ci fa vestire con camice e copri-scarpe e ci accompagna al suo letto.
Nella stanzetta ci aspetta un infermiere che al nostro arrivo si fa da parte... Io vado dritta da lui, Tomo fa il giro del letto... uno a destra e l'altro a sinistra... siamo uno di fronte all'altro, ci guardiamo e guardiamo nostro figlio... be', non eravamo pronti a quello che ci troviamo di fronte.
Il Fanciullo è sdraiato con un sacco di tubi che entrano ed escono dal suo corpo... ci sono i tubi del drenaggio che escono dai polmoni, il respiratore, il sondino naso-gastrico, un ago che va nel collo, o meglio nella vena centrale, con attaccati altri tubicini, un catetere e altre cose che non capisco. Il tutto è attaccato a un monitor che emette dei bip che a noi fanno paura.
— Potete toccarlo... —
Ci dice con un sussurro l'infermiere lì accanto.
Io guardo il Fanciullo e non so dove mettere le mani... ma ho necessità di farlo. Allora mi faccio strada tra quel marasma di tubi e gli tocco la fronte. Mi trovo a sorprendermi che sia calda... Guardo Tomo e vedo tutta la disperazione che un padre può avere... Lo vedo spaventato e sopraffatto, ha il terrore e mi guarda quasi aspettandosi una mia tragica reazione.
— Tomo, toccalo... è caldo... è meravigliosamente caldo... è vivo! —
Allora anche lui allunga la mano e lo accarezza... un singhiozzo esce strozzato dalla sua gola... ma mi guarda sorridendo e con gli occhi mi dice che sì, è vivo.
— Parlategli, lui non è cosciente ma sente la vostra presenza. —
Ci dice l'infermiere.
— Cosa gli diciamo...? —
— Quello che volete, raccontate cose, fatti, qualsiasi cosa... sappiate che lui vi ascolta! Io ora vi lascio soli con lui, qualsiasi cosa non esitate a chiamarmi... ok? —
E appoggiandomi la mano sulla spalla ci lascia.
Non so esattamente cosa gli abbiamo detto, ma sicuramente gli avremo portato i saluti dei miei amici, della zia, e magari lo avremo sgridato anche un pochetto...
Mi soffermo a guardarlo, lo osservo minuziosamente... è incredibile che non abbia un livido. Ha solo qualche taglio dove sono stati messi dei punti: uno sulla narice, sul labbro e sotto il mento. Ha il braccio destro gonfio e delle botte su entrambe le tibie, ma nulla di più.
Conveniamo che il casco abbia fatto il suo lavoro... ma ci chiediamo come possano essere scoppiati entrambi i polmoni senza avere una costola rotta.
Parlando con lui continuiamo a toccarlo, ad accarezzarlo, vogliamo sincerarci che sia lì davvero con noi e vogliamo anche che ci senta, sia fisicamente che vocalmente... e sarà così, lui c'era e ci sentiva davvero.
Ma il tempo a nostra disposizione finisce... arrivano altri dottori e infermieri e siamo costretti a lasciarli fare il loro lavoro.
Usciamo dall'ospedale e ora so che è arrivato il momento: devo avvisare i miei e i parenti di Tomo.
Mi rendo davvero conto che sono dentro a un tramonto che ormai è veramente buio. Ho un figlio in Terapia Intensiva legato alla vita solo da una miriade di tubi e tanta speranza... il buio ora è davvero buio, nero... ma io devo trovare l'alba dentro di esso, e trovato quel barlume di luce mi ci devo tenere aggrappata, non posso fare altro... tutto per non precipitare.
Ok, questa è una prova e devo superarla... ce la faccio!
— Pronto mamma? Ciao sono io... —
— Ciao... come mai mi chiami a quest'ora? —
— Eh, mica devo avere un'ora per chiamarti no? —
Rispondo allegra quanto riesco.
— Senti, io sono a Udine, tuo nipote ha pensato di farci un bello scherzetto... ieri è caduto in moto e si è fatto male, ora è qua in terapia intensiva e... —
Ripeto con lo stesso tono le parole dette dal dottore. Rassicurata mia madre, passo a quella di Tomo... stesso tono, stesse parole.
Chiudo le telefonate che hanno portato solo dolore ma nell'immediato hanno anche portato un po' di speranza a chi è a casa.
— Ok... e ora che facciamo? Mi sa che qua viene lunga... bisogna cercare un posto per dormire! —
Be', devo dire che gli hotel di Udine non sono proprio economici... anzi! Dobbiamo allontanarci dalla città per trovare qualcosa di economico. Finiamo così a Latisana, a ben 40 chilometri di distanza... sono troppi, ma quello è il solo posto che possiamo permetterci.
È un bar con camere in affitto. La signora ci mostra la nostra stanza... è grande e pulita. Decidiamo di prenderla per un paio di giorni.
Ci chiede se abbiamo bisogno di qualcosa dal bar che tra un po' chiude.
— Io non ho fame, ma so che devo mandar giù qualcosa... almeno prima di prendere il sonnifero... Potrei avere del latte? —
— Vuole che le dia una scatola? —
— Mi andrebbe bene caldo ma più tardi... ma se voi dovete chiudere... non è che me lo fa bello bollente così magari lo bevo tiepido tra un po'? —
— Se vuole glielo scaldo e glielo metto in un thermos... —
— Oh cara... grazie, sarebbe fantastico! —
— Cosa vi spinge in mezzo a questa nebbia? —
Chiede sorridendo la signora mentre scalda la bevanda.
— Nostro figlio ha fatto un incidente ed è ricoverato in TI nell'ospedale di Udine... —
— Caspita... ma è lontano... Ho sentito che l'ospedale ha delle case per chi viene da lontano... chiedete, magari ve ne assegnano una... —
— Davvero? Oh grazie, grazie mille! —
Torniamo nella nostra stanza... siamo stremati, non abbiamo nemmeno la forza di parlare. Dentro di me prego che vada tutto bene... deve andare tutto bene... sento che è così che deve andare e spero che le mie aspettative non vengano deluse.
Più tardi berrò il mio latte caldo, due biscotti e una pasticca... devo dormire, so che saranno giornate che mi vorranno forte.
Forza Sara, non perdere la luce, tieniti aggrappata per te, per il Fanciullo, per Tomo e per chi ha bisogno!
Un'altra notte senza incubi... quelli troveranno terreno fertile più avanti, ma ora devo andare avanti.