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Visualizzazione dei post da marzo, 2026

Guararema con gli occhi di chi ama: capibara, ali di farfalla e il bello curato

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  Ho portato Alessandra a Guararema. Per chi non la conosce, Guararema è "una piccola città a circa ottanta chilometri da São Paulo, nel Vale do Paraíba. La chiamano Pérola do Vale,  la Perla della Valle. Il suo nome viene dal tupi-guaraní e significa pau d'alho , il nome di un albero un tempo così presente da segnare per sempre l'identità del luogo. Ancora oggi nella piazza principale c'è un esemplare di trentatré metri, imponente e silenzioso come un testimone di secoli. Per secoli, prima che esistessero strade asfaltate, Guararema era tappa obbligatoria per chiunque viaggiasse tra São Paulo e Rio de Janeiro. Un luogo di passaggio che ha imparato a farsi ricordare." Poi abbiamo visto i capibara, lei li ama così tanto! E come potrebbe essere diversamente? C'è qualcosa di inaspettatamente tenero in questi animali enormi che pascolano come se il mondo fosse sempre stato gentile... A un certo punto mi ha scattato una foto. Io seduta su una panchina, dietro...

[Sguardo] Mollaccioni? Prima di dirlo, guardiamoci allo specchio

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I ragazzi di oggi sono dei mollaccioni. Lo sentiamo dire spesso, e lo diciamo ancora più spesso. Con una facilità che dovrebbe farci vergognare un po'. Sì, perché mentre li chiamiamo mollaccioni, non ci fermiamo mai a chiederci in quale mondo li abbiamo messi a vivere. Partiamo dalla casa. Per andarsene di casa, quel gesto che la nostra generazione considera il minimo sindacale dell'indipendenza, i ragazzi di oggi devono ripiegare su stanze condivise a prezzi che farebbero impallidire chiunque. Novecento euro a stanza. Novecento! E non un appartamento. Una stanza! Quegli appartamenti erano dei nonni. Oggi, macchine da soldi. E qualcuno, con grande senso degli affari e pochissimo pudore, ha deciso che speculare sulla necessità altrui si chiama mercato. Sarà... Ma il mercato, in certi casi, ha proprio la puzza di chi se ne sta approfittando. E non è solo la casa. È il lavoro, precario, sottopagato, a progetto, a chiamata, a tempo determinato rinnovato al...

[Vi porto con me] Paraty e Trindade: un fine settimana da mostrare a chi ami

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"Vi porto con me" non nasce oggi. Sfogliando gli articoli degli anni passati, ho ritrovato tante foto di viaggi, pranzi, spiagge, momenti, storie raccontate senza ancora sapere che stavano formando una rubrica. Ora ha un nome. E continua. Quindi… allacciate le cinture. Si parte. E oggi vi porto con me in un fine settimana che mi ha fatto battere il cuore. Questo fine settimana siamo stati prima a Paraty, poi a Trindade. Wow, wow, wow. Code infinite per tornare a casa, ma ne è comunque valsa la pena! Paraty è un paese unico nel suo genere! Splendido, con la marea che entra nelle strade creando un'atmosfera surreale. Camminare tra quei vicoli bianchi con l'acqua ai piedi è qualcosa che non si dimentica. E poi Trindade, un villaggio che si snoda sulla spiaggia, con sentieri che portano a spiagge incontaminate. Il tipo di posto che ti fa venire voglia di non tornare mai a casa. Le foto parlano da sole. Buona visione! Gilda, la signora in giallo ora è sul mio...

Anch'io? Certo che sì: quando un gruppo di sconosciuti ti fa sentire a casa

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  Ho voluto far conoscere il mio paradiso a mia nipote, e il fine settimana è stato bellissimo. Non tanto per i luoghi, anche se il panorama era quello di sempre, meraviglioso, ma per una leggerezza che non mi aspettavo. Ero lì, ferma, a godermi il panorama in silenzio. Dietro di me sento una ragazza che dice ai suoi amici: "Dai, facciamo una foto tutti insieme!" Mi giro. Li guardo. E con tutta la mia faccia tosta chiedo: "Anch'io?" Lei non ha esitato un secondo: "Certo che sì!" Ho sorriso, ho fatto per andarmene, perché in fondo non li conoscevo, erano estranei, e loro: "No no, rimani! Tutti insieme!" Così mi sono messa in posa. Foto fatta. Ho ringraziato e me ne sono andata. Con il sorriso fino alle orecchie. Quello che non sapevo è che mia nipote, da lontano, stava fotografando me mentre facevo la foto con loro. Quattro estranei che si immortalavano insieme, senza sapere nulla l'uno dell'altro. E lei lì, a catt...

[Sguardo] La chiamano modernizzazione: la nuova legge sul lavoro in Argentina che riporta indietro il tempo

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In Argentina hanno approvato una legge. Si chiama Legge di Modernizzazione del Lavoro. Il nome è già tutto un programma. Di cosa si tratta? Be lo racconto : i datori di lavoro possono estendere l'orario di lavoro, in modo arbitrario, da otto a dodici ore giornaliere. Gli straordinari non vengono più pagati in denaro. Vengono compensati con un giorno di riposo. Va che culo, direbbe qualcuno. E ovviamente, ovviamente , vengono facilitate le procedure di licenziamento. E ridotte le indennità massime. Gli argentini si sono arrabbiati, come era prevedibile, si sono radunati fuori dal Parlamento. Indovinate com'è andata a finire? La polizia ha represso i manifestanti. E il governo li ha denunciati. Per terrorismo. Terrorismo ragazzi!! Lavoratori che protestano contro dodici ore di lavoro al giorno. Terroristi. Nel frattempo, nel nord Europa si discute di ridurre la settimana lavorativa a quattro giorni. Più tempo per la famiglia. Per la salute...

Havaianas: da sandalo dei poveri a souvenir più richiesto d'Italia

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  Quando qualcuno in Italia sa che torno dal Brasile, la risposta alla domanda : cosa vuoi che ti porti, è sempre la stessa. Secca, sicura, senza esitazioni. "Portami le Havaianas." Non il caffè brasiliano, non una maglietta, non qualcosa di tipico. Le Havaianas. Un semplice sandalo di gomma. E io sorrido ogni volta, perché chi le chiede probabilmente non sa che quello che considera un oggetto esotico e desiderabile, qui in Brasile è semplicemente... la ciabatta di casa. Anzi, le ciabatte. Perché in Brasile, e posso confermarlo per esperienza diretta, non si ha un paio di Havaianas. Io, per esempio ne ho tre: quelle per la casa, quelle per il giardino e quelle per uscire. Sì, per uscire. Perché qui le Havaianas si mettono ovunque, dal supermercato alla spiaggia, dalla festa di compleanno al matrimonio. Eppure non è sempre stato così. Nate nel 1962, ispirate al sandalo giapponese Zori, quello con la suola in paglia e i nastri in tessuto, le Havaianas erano un ...

Quando l'incontro vero non dipende dall'età

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  È arrivata dall'Italia a trovare la sua vecchia zia. È giovane, bellissima, con uno spirito e un entusiasmo che si adatta a tutto. Ironia della sorte: sono andata dall'altra parte del mondo e la persona che mi capisce arriva da dove io sono partita. Ieri sera cena insieme, chiacchiere fino alle due di notte. Ventinove anni di differenza che spariscono nel giro di una forchettata. Mi guarda come chi ha già capito tutto. E in quello sguardo mi riconosco, non come ero, ma come voglio continuare a essere. Parliamo di quella voglia di smettere di controllare tutto. Di smettere di accontentare tutti. Della parola no...  corta, difficile, liberatoria. Io ci sono quasi arrivata. Lei ci vuole arrivare il prima possibile. E questa differenza, invece di dividerci, ci unisce. C'è un'intelligenza rara nel saper riconoscere i propri limiti. Ce ne vuole ancora di più per decidere di superarli. Lei ce l'ha già, quella intelligenza. Io la guardo e p...

[Sguardo] Quando lo sguardo si ritira e resta il sentire

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  Oggi guardo, ma lo sguardo non c’è. Non manca: si è semplicemente ritirato. Un po’ come fanno certe facoltà quando il corpo ha bisogno di sentire. Oggi non sto osservando il mondo, lo attraverso... In questi momenti succede di tutto, ma non ho niente da dire. Sento tante parole a cui non riesco a dare una forma. Forse Sguardo oggi è questo: sapere quando smettere di guardare per non tradire ciò che si muove sotto. Non è un cambio di rubrica, è solo una domenica in cui Sguardo si siede e ascolta.

Idosa per un giorno: quando la chioma bianca ti promuove in banca in Brasile

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  A volte ritornano. E questo meritava di tornare. Se si è fortunati, capita a tutti. E sì, è successo anche a me! Ebbene sì, sono stata considerata anziana. Certo, ho "solo" 57 anni e, teoricamente, non dovrei rientrare in questa categoria così preziosa, ma la mia chioma bianca ha sicuramente agevolato il passaggio. Spiego. Ero tranquilla in fila in banca, neanche stavo sbuffando per la fila chilometrica, e osservavo ciò che mi circondava. È bello guardare le persone: qui ci sono davvero dei personaggi interessanti, giuro! A un certo punto, una ragazza mi batte sulla spalla e mi fa segno di andare a sedermi sulle sedie riservate agli idosos. Io, sorridendo, le dico che non ce n'è bisogno. Lei mi guarda stranita e, dopo un attimo di perplessità, ripete l'invito. Io, scusandomi per il mio portoghese, ribadisco che posso tranquillamente stare in piedi. Niente da fare: sempre più determinata, insiste con la stessa frase… A quel punto capisco che non c'è via ...

Mille post e sedici anni: scrivere non è mai stata una terapia. È diventata casa.

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  Mille post. Mille! Io che sono così prolissa non oso nemmeno immaginare quanti caratteri ho battuto su questi tasti. Probabilmente abbastanza da riempire un'enciclopedia. O due. Il primo post che ho scritto parlava dell'incidente di mio figlio. Coma. Terapia intensiva. Tutto il pacchetto. Non esattamente il debutto leggero che si sogna. Ma era quello che avevo dentro. E scrivere è stato l'unico modo che avevo per non esplodere in silenzio. Da lì, in sedici anni, ho scritto di tutto. Della solitudine, tanto temuta, poi agognata, infine amata. Dei miei viaggi nel mondo, con tutto quello che ci stava in mezzo. Delle paure, delle meditazioni, dei viaggi interiori. Perfino dei miracoli. Ho scritto di un autista di pullman che, oltre a guidare, deve anche mangiare, fare pipì. E fare le pulizie. Perché nella vita ci sono tragedie e ci sono autisti di pullman, e a volte entrambi meritano la stessa attenzione. Ma a pensarci bene, non ho mai ...

[Sguardo] Siamo un branco di idioti: il pensiero critico è diventato un lusso

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  È ufficiale: siamo un branco di idioti. Non lo dico per provocare. Lo dico perché lo vedo, lo sento, lo vivo. E ogni tanto mi chiedo: ma davvero c'è gente che crede ciecamente a tutto quello che politici, guru, influencer e giornalisti ci raccontano? Davvero nessuno si ferma a pensare, a dubitare, a dire "mi sa che ci stanno prendendo in giro"? Un po' come quel tizio in Don't Look Up, che alza gli occhi al cielo e dice la frase più vera del film. Ecco, io sono quel tizio. Solo che non ho la barba. E io l'avrei fatto ancora prima, altro che aspettare la presidente di turno. Si costruiscono muri per sentirsi al sicuro, e poi ci si lamenta di essere soli. Si tagliano alberi per stampare volantini che dicono "salviamo la natura". Si scrivono poesie d'amore e ci si lascia con un messaggio su WhatsApp. Si inventano orologi per misurare il tempo, e poi si corre come criceti impazziti. E poi ci sono i social. Troppo rumore, troppa superf...

[Sguard]o Luce. Guarigione. Consapevolezza. Perché certe parole non aprono: chiudono

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Di solito non rileggo quello che scrivo. Se lo faccio, è solo per riprendere un tema, non per rivedermi. Oggi invece mi è successo. Tempo fa avevo scritto questo e mi ero sentita giudicante, presuntuosa, magari anche un po' saccente. Rileggendolo oggi, mi sa che ero solo molto cauta. Forse fin troppo gentile. Da tempo ormai sui social è esploso un certo tipo di linguaggio: parole grosse, solenni, sempre uguali. Luce. Guarigione. Consapevolezza. Verità. Parole che dovrebbero aprire e invece chiudono. Perché quando qualcuno parla così, spesso non sta cercando: sta affermando. Il problema non sono i life coach o gli influencer spirituali. Il problema è quanto facilmente gli si crede. Quanto siamo disposti a smettere di pensare con la nostra testa pur di sentirci dire che stiamo andando nella direzione giusta. Chi si definisce guida, di solito vuole essere seguito. Chi promette cambiamenti, spesso non sopporta le domande. E chi parla sempre di luce, raramente ...
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  Sono andata a fare il rinnovo della patente. Nemmeno me ne ero accorta, ma ad aprile saranno cinque anni che è scaduta. Così vado in paese, al Poupatempo Poupatempo, in portoghese, significa letteralmente risparmia tempo , e dentro a questa struttura c'è davvero tutto: documenti personali, servizi legati ai veicoli, certificati, servizi sociali, difesa del consumatore. Un posto solo, quattrocento servizi pubblici di cose risolte.  Arrivo e mi avvio al totem che spicca per tutta la sua tecnologia! Mi atteggio come fossi una diva, ma... non ci capisco nulla. Chiedo aiuto (che è meglio) e arriva una ragazza carinissima. La signora ha bisogno di aiuto? chiede lei. E io uso le parole magiche che aprono tutte le porte della cortesia. Da quando vivo qui le uso sempre: Chiedo scusa per il mio portoghese, sono straniera. Mi può aiutare? Dopo questa frase si può vedere lo sguardo di perplessità lasciare posto a un bellissimo sorriso. Le spalle si rilassano, e passano ...

La levigatrice mi ha insegnato cosa non riesce a fare la forza

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Oggi ha smesso di piovere, così ho preso la levigatrice e sono uscita.  Il tavolo è nuovo. Struttura massiccia.  È bello, sì. Ma troppo spigoloso. Appena ho iniziato a lavorare, il rumore ha disturbato la foresta e ha zittito i cinguettii. Per un attimo, tutto si è fermato. Si sa, ogni trasformazione fa rumore. All'inizio ho spinto. Ho pensato: più forza, più risultato. Più pressione, più velocità. Poi mi sono accorta che invece stavo scavando, così ho allentato la mano. E lì è successo qualcosa di semplice: senza spingere, il lavoro veniva meglio. La levigatrice non va forzata. Va accompagnata. Mentre passavo sul piano del tavolo, pensavo alla vita. Facciamo così: spingiamo nelle relazioni, spingiamo per farci capire, spingiamo per essere ascoltati, spingiamo per accelerare processi che hanno un loro tempo. Ma quando spingiamo troppo, creiamo solchi. Per smussare gli angoli serve presenza, non aggressività. Serve mano ferma, non tensione....

[Sguardo] Accentismo: quando la lingua diventa una soglia silenziosa da attraversare per essere accettati

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A pensarci bene, è una cosa che in Italia accade spesso, anche quando non la si nomina. Anzi, di più; si fa di tutto per non dirla. Come quel mio amico, meridionale, che per essere accolto ha iniziato a parlare il dialetto locale. Non per gioco, non per folklore. Per necessità. Per ridurre l'attrito. Per smettere di essere notato come "altro". E non era un problema di comprensione. Ci si capiva benissimo anche prima! C'è un fenomeno che ha un nome preciso: accentismo. L'accentismo è la discriminazione linguistica, il trattamento ingiusto di persone in base alla loro lingua o al loro accento. Poco conosciuta, eppure molto diffusa. Opera spesso al di sotto della consapevolezza, il che la rende una delle forme di discriminazione più difficili da riconoscere. E non è una mia opinione. È oggetto di ricerca scientifica. L'Università di Siena coordina un progetto europeo — il progetto CIRCE, che studia come gli accenti vengono percepit...