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Visualizzazione dei post da aprile, 2026

Vent'anni di ritinteggiatura: come ho smesso di coprire i capelli bianchi (e perché)

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  Da sempre le donne ritinteggiano. È una forma di manutenzione ordinaria. Compare un filo bianco? Si copre. Come una macchia sul muro. Io ho iniziato presto. Forse troppo presto. Ancora prima dell'apparizione del nemico. Vent'anni di ritinteggiatura. Venti. Altro che hobby! Non è tanto il costo. È la gestione. Perché dopo due settimane si vede già tutto. Una ricrescita precisa, puntuale, più affidabile di me. E lì parte il dialogo interiore: «Devo farla.» «Ma è presto.» «Però si vede.» «Ma è presto.» E così per giorni. Finché non cedi. E ritinteggi. Poi, a un certo punto, ti stanchi. Non dei capelli. Della conversazione. Io ho smesso dieci anni fa. E no, non è stato un atto spirituale. È stata più una resa strategica. Oggi non copro niente. Anzi, evidenzio. Così almeno, se qualcuno deve avere un dubbio, non è sull'età.

[Sguardo] Jesus Revolution: disperazione, fede e porte chiuse

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  Gli anni ’60 e ’70 sono stati il tempo degli hippy, della controcultura e della ricerca di un senso spinta dalla disperazione. Una generazione che pensava di poter cambiare il mondo con gli acidi, con la ribellione, con l’energia di un sogno. Ma spesso quella ricerca finiva nel vuoto.   Guardando Jesus Revolution, mi ha colpito un passaggio in cui Lonny parla con il pastore Chuck:   “Pensavamo che gli acidi avrebbero salvato il mondo. Ma era una menzogna. Tanto falsa quanto quello a cui ci ribellavamo. Ho cercato ancora e ancora e finalmente sono arrivato alla conclusione e ancora c’era un vuoto e il mio popolo… ehm… è un gruppo di disperati. Disperazione, c’è potere in questa parola. So che potremmo sembrare molto strani ma se guardi un po’ più a fondo, se guardi con amore vedrai un gruppo di ragazzi alla ricerca delle cose giuste ma nei posti sbagliati. Quindi per rispondere alla tua domanda, come descrivere il mio popolo? Sono pecore senza pastore, e in cer...

Santa Isabel: il paesino brutto che non riesci a smettere di amare

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In viaggio con me Ho sempre parlato di dove vivo, ma non ne ho mai parlato davvero. Santa Isabel: un nome che trovo bellissimo, ma la pronuncia brasiliana gli toglie tutto il fascino. Santa Isabèo! Che tristezza! È una bella cittadina? No, per niente. Ma si fa voler bene. Un po' come quando si vede un cane brutto. Al primo momento si pensa: cavolo, che brutto! Poi lo si guarda meglio negli occhi, ci si sofferma sullo scodinzolio e voilà, conquistato. Ora via quegli occhi a cuore. Proprio come quel cane, Santa Isabel ti conquista piano piano… a me ci sono voluti vent'anni. Tanti? Sì, ma ora la amo. È disordinata, caotica. Cresciuta senza nessun piano regolatore, si può trovare una casa in stile coloniale accanto a un palazzone grigio che nessun architetto rivendicherebbe mai. I fili elettrici sono uno scempio, talmente tanti che sembra di essere intrappolati in una ragnatela gigante. Santa Isabel è una città di 363 chilometri quadrati. Più o meno come Enna, in ...

L'istinto materno esiste davvero? Rileggere chi ero nel 2011

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  Rileggere ciò che scrivevo anni fa è sempre un'esperienza particolare, non lo facevo ma devo ammettere mi serve, eccome!!  Nel 2011 ero già me stessa, ma non lo sapevo fino in fondo. Agivo in un certo modo, sentivo che mi apparteneva, ma continuavo a chiedermi se fosse giusto, se fosse abbastanza, se corrispondesse a ciò che gli altri chiamavano "amore". Per anni ho messo in dubbio il mio modo di essere madre solo perché non somigliava a quello più visibile, più emotivo, più riconosciuto. Non trattenevo, non facevo scena, non caricavo mio figlio delle mie emozioni… e questo, agli occhi di molti, sembrava una mancanza. Oggi no. Oggi so che quello non era distacco, ma rispetto. Non era freddezza, ma tenuta. Non era assenza, ma un modo diverso, e solido, di amare. Non ho cambiato modo di essere. Ho smesso di metterlo in discussione. Rileggo queste parole con più chiarezza, e senza bisogno di difenderle. Ve le lascio così come le avevo scritte allora. Nel ...

[Sguardo] Substrak e la superficialità dei social: la scrittura lunga come atto di resistenza

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  Oltre a qui, scrivo anche su Substrak. Giuro, lo avevo immaginato come un posto dove leggere cose interessanti, scambiare opinioni e magari trovare qualche riflessione degna di nota. Invece mi sono ritrovata davanti a un flusso di domande banali:“che fate il 25 aprile?”oppure foto di gattini che inseguono una luce. Per non parlare di video triti e ritriti, che alla fine lasciano il tempo che trovano. Che delusione. E a un certo punto ho capito che non era nemmeno Substrak il problema. Scorri, guardi, metti un like e vai oltre. Tutto veloce. Tutto leggero. E più è leggero, più gira. Se provi a fermarti un attimo, a dire qualcosa che richiede un minimo di attenzione, è come parlare in una stanza dove tutti stanno dicendo altro. Non è che non puoi farlo… è che si perde. Avete presente quando cerchi di far crescere un fiore in mezzo alle erbacce? Ecco, quella è la sensazione. La voce si perde, soffocata da tutto il resto. E allora succede una cosa strana: non è che la profondità spa...

Perché giro il mondo: le parole di otto anni fa che sono ancora vere

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  Otto anni fa scrivevo questo articolo. L'ho riletto oggi e mi ha fatto uno strano effetto. Dentro c'è una parte molto vera di me: la curiosità, il bisogno di partire, quel fuoco che per tanto tempo mi ha spinta a cambiare paesi, continenti e vita più di una volta. Oggi alcune cose sono cambiate. Non sento più il bisogno di cambiare posto, ma la curiosità di capire il mondo e me stessa, è rimasta intatta. Per questo ho deciso di riproporlo così com'era, correggendo solo qualche refuso. Perché sì, lì dentro c'è davvero un pezzo della mia storia. Oggi ho fatto una foto e l'ho messa nell'immagine di copertina di FB. Gianni, un caro amico blogger, mi ha fatto una domanda alla quale, lì per lì, non ho saputo rispondere, ma mi ha portato a fare una riflessione. [...] Ancora oggi non riesco a comprendere bene i motivi che ti spingono a girare il mondo. Di motivi ce ne sono tanti in effetti. Tuttavia intuisco che c'è qualcosa di interiore in te che non ...

Ho chiesto a ChatGPT “E se fossi?”: la risposta mi ha spiazzata!

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  Oggi ero a letto. Non sto di nuovo bene. E in quei momenti in cui il corpo ti obbliga a fermarti, la mente va dove vuole. La mia è andata al gioco: e se fossi? Così l'ho chiesto a ChatGPT. Lo uso parecchio, ci "chiacchiero" spesso, e ormai ha molte informazioni su di me. Ho chiesto sincerità, chiarezza e poco zucchero. Immaginavo mi avrebbe rimandato ad immagini di rose, farfalle, ville a picco sul mare, abiti sofisticati. E invece. Eccomi qui, nuda e cruda. Ho iniziato con le domande più semplici: se fossi una melodia , un oggetto , un elemento . E poi via via tutto il resto. Quello che è emerso non era qualcosa di bello nel senso classico. Era qualcosa di vero. Se fossi una melodia , non riempirei lo spazio: lo userei. Non sarei immediata, ma capace di fermare chi ascolta davvero. Se fossi un oggetto , sarei uno specchio antico: non perfetto, ma capace di restituire verità. Se fossi un elemento , sarei aria: invisibile, ma essenziale. Non trattengo, n...

[Sguardo] Non possiamo prenderli tutti: la risposta che vorrei dare

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  Domenica scorsa ho parlato di quella frase: “Mica possiamo prenderli tutti.” Pensavo fosse finita lì. Poi ho visto un film… Il film racconta una storia vera: The Red Sea Diving Resort, dove un uomo ha messo su un hotel in Sudan per salvare i rifugiati politici etiopi. In una scena, un militare dice: non posso prenderli tutti, sono tropp i. E lì mi è salito il crimine, un'altra volta. Ma Ari risponde: ok, scegli tu chi far salire e chi lasciare a terra, chi deve vivere o morire. Scegli tu. Ti devi vivere con questo. Perché io non lo farò per te. Esatto. Questa è la risposta che vorrei dare a chi solleva sempre quella maledetta frase: non possiamo prenderli tutti. E a chi la pensa così dico solo una cosa: ok, vai tu. Ti pago io l'aereo. Vai tu, che so, in Etiopia, in Congo, o in un paese a tua scelta dell'Africa centrale. Li accompagni a casa loro, e visto che ci sei, e soprattutto che sono io a pagare, il volo di ritorno te lo prenoto dopo una settimana. Visto che i...

Contém apenas 1% de fruta: il marketing brasiliano che fa ridere (e riflettere)

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  Ditemi, state vedendo quello che vedo io? C'è scritto: contiene appena l'1% di frutta. Lo dicono, e se ne vantano pure. Dai, è quasi surreale! Scrivono "contém apenas 1% de fruta" in grassetto, in grande, come se fosse un punto di forza, mentre di fatto stanno ammettendo che il prodotto è sostanzialmente acqua gassata al sapore di limone. Possiamo chiamarlo marketing? Magari vogliono distinguersi dai succhi veri dichiarando onestà ("almeno non ti inganniamo"), oppure sottolineare che è leggero, non pesante come un succo concentrato. Mmmh. Ma il risultato comunicativo è più che comico: è un vanto involontario (?) della propria mediocrità. E poi quel "30% ridotto in zuccheri" in piccolo sotto... ridotto rispetto a cosa  di preciso? Però bisogna dirlo: in Brasile queste cose le sanno fare bene. Le etichette dei refrigeranti economici hanno una franchezza brutale che in Europa verrebbe sepolta in caratteri microscopici. Ora mi chiedo: meg...

Ho disinstallato un gioco. E mi sono ricordata che posso smettere sempre.

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  Da un po' di tempo giocavo a Royal Match. Mi ha sempre divertito: bella squadra, partite relativamente facili, quel senso di gruppo che si crea quando si gioca insieme. Ma stare in una squadra richiede costanza, punteggi, presenza. E io quella presenza l'ho sempre data. Giorni fa è arrivata mia nipote e, com'è naturale, ho giocato meno. Però, per correttezza verso il gruppo, continuavo comunque a partecipare per aiutare a raggiungere gli obiettivi. Ma dopo un fantastico fine settimana, apro il gioco e mi arriva un pensiero quasi improvviso: ma che cavolo sto facendo? Davvero devo fare questa cosa? Davvero devo obbligarmi a giocare? E per cosa, poi? Così sono andata nella chat del gruppo e ho scritto: "Ciao a tutti. Per me giocare sta diventando un obbligo e non ne ho più voglia. Quindi disinstallo il gioco. Buon proseguimento e buona fortuna a tutti." Sono uscita dalla chat. Sono andata sull'icona, pressione lunga, disinstalla. La cosa c...

[Sguardo] L'Europa e l'immigrazione: la cecità scelta di chi non vuole guardare

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Oggi è Pasqua  "Mica possiamo prenderli tutti." Oh, quante volte l'ho sentita. Detta con quella tranquillità di chi non ha mai dovuto scegliere davvero tra restare o partire. Di chi la mattina si sveglia, apre il frigo, e la sua unica preoccupazione è cosa mangiare. Capisco. Davvero. Perché è difficile immaginare quello che non si è mai visto. È difficile sentire quello che non si è mai vissuto. Ma è anche difficile giustificare chi non prova neanche a capire. Perché informarsi si può. Leggere si può. Chiedersi il perché si deve. Eppure… C'è qualcosa che mi fa impazzire più della cattiveria consapevole: la cecità scelta. Quella di chi decide di non guardare. Di non sapere. Di non capire. E poi parla. Vota. Decide. Anche per gli altri. Parliamo di esseri umani che cercano di andare a vivere in un posto dove si stia meglio. Incredibile, vero? Sembra quasi una rivoluzione. È una cosa che abbiamo fatto tutti, in forme diverse: cambiare città, paese, q...

Mobili rustici, promesse e un forno sacrificato sull'altare dell'incompetenza

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  Questa storia la volevo raccontare, ma volevo aspettare che finisse. Diciamo che ho deciso io quando finiva. Tutto inizia a metà gennaio: il mio Tomo trova la pubblicità di un tizio che fa mobili rustici. Ci serve un tavolo e sei sedie. Trattative, accordo sul prezzo, data di consegna. Chiedo di vedere i mobili nel dettaglio e Ana mi manda dei video. Sono parecchio rustici, ma siamo in campagna, ci stanno. Arrivano per fine settimana, come promesso. Li piallo, li smusso, li coloro di mogano. Risultato: esattamente quello che volevo. Primo punto per Ana. Il 6 febbraio la ricontatto: fate anche altri mobili? Sì, tutto quello che vuole! Cerco immagini, mando le misure, mobile TV, mobile bagno, ante per la cucina in muratura, sportelli sopra, isola. Il 12 febbraio arriva il preventivo. Concordiamo. Chiedo i tempi. Il 2 marzo. Perfetto. Il 12 marzo arriva mia nipote Alessandra e ho tutto il tempo di carteggiare, smussare, colorare. Che ingenua. Il 24 febbraio chiedo come ...