[Sguardo] Jesus Revolution: disperazione, fede e porte chiuse

 


Gli anni ’60 e ’70 sono stati il tempo degli hippy, della controcultura e della ricerca di un senso spinta dalla disperazione. Una generazione che pensava di poter cambiare il mondo con gli acidi, con la ribellione, con l’energia di un sogno. Ma spesso quella ricerca finiva nel vuoto.  

Guardando Jesus Revolution, mi ha colpito un passaggio in cui Lonny parla con il pastore Chuck:  

“Pensavamo che gli acidi avrebbero salvato il mondo. Ma era una menzogna. Tanto falsa quanto quello a cui ci ribellavamo. Ho cercato ancora e ancora e finalmente sono arrivato alla conclusione e ancora c’era un vuoto e il mio popolo… ehm… è un gruppo di disperati. Disperazione, c’è potere in questa parola. So che potremmo sembrare molto strani ma se guardi un po’ più a fondo, se guardi con amore vedrai un gruppo di ragazzi alla ricerca delle cose giuste ma nei posti sbagliati. Quindi per rispondere alla tua domanda, come descrivere il mio popolo? Sono pecore senza pastore, e in cerca di altre falsità. Il problema è che il tuo popolo li ripudia. Allora ti chiedo, Pastore: come potranno credere in Lui senza averne sentito parlare? Possiamo varcare solo le porte che ci vengono aperte e la tua chiesa, beh, è una porta chiusa.”  

Queste parole sono un pugno nello stomaco. La disperazione non è solo un sentimento oscuro, ma anche un motore. È ciò che spinge a cercare, a non accontentarsi, a bussare a porte che spesso restano chiuse.  

E qui arriva il punto dolente. Nel film, un fedele della chiesa dice: “Ok, fare crescere la congregazione. Ma questo non è posto per loro.”  

Non è posto per loro? E allora, qual è il loro posto? La chiesa dovrebbe essere il luogo dell’accoglienza, non dell’esclusione. Eppure, troppe volte, chi cerca viene respinto.  

Col senno di poi, è facile vedere come molte rivoluzioni si siano spente proprio lì: davanti a porte chiuse. “Tanto non cambierà mai niente”, e così il fuoco si spegne.  

Io però ho deciso di non arrendermi. Nel mio piccolo, la rivoluzione l’ho fatta. Ho guardato la mia vita, ho visto che non mi piaceva, e l’ho cambiata. Non con slogan o grandi gesti, ma con la scelta quotidiana di non accettare più il vuoto.  

La disperazione può essere un punto di partenza, ma solo se incontra qualcuno disposto ad aprire una porta. E a volte quella porta non arriva dall’esterno: nasce quando qualcuno smette di aspettare e decide di non accettare più il vuoto.

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