[Sguard]o Luce. Guarigione. Consapevolezza. Perché certe parole non aprono: chiudono




Di solito non rileggo quello che scrivo.
Se lo faccio, è solo per riprendere un tema, non per rivedermi.
Oggi invece mi è successo.

Tempo fa avevo scritto questo e mi ero sentita giudicante, presuntuosa, magari anche un po' saccente.
Rileggendolo oggi, mi sa che ero solo molto cauta.
Forse fin troppo gentile.

Da tempo ormai sui social è esploso un certo tipo di linguaggio: parole grosse, solenni, sempre uguali.
Luce. Guarigione. Consapevolezza. Verità.

Parole che dovrebbero aprire e invece chiudono.
Perché quando qualcuno parla così, spesso non sta cercando: sta affermando.

Il problema non sono i life coach o gli influencer spirituali.
Il problema è quanto facilmente gli si crede.
Quanto siamo disposti a smettere di pensare con la nostra testa pur di sentirci dire che stiamo andando nella direzione giusta.

Chi si definisce guida, di solito vuole essere seguito.
Chi promette cambiamenti, spesso non sopporta le domande.
E chi parla sempre di luce, raramente sa stare nel dubbio.

Non c'è niente di profondo nel ripetere frasi altrui.
Non c'è niente di spirituale nel delegare il proprio giudizio.

La crescita personale non è una frase motivazionale,
né qualcuno che ci dice chi siamo.
È una cosa molto più semplice e molto più scomoda:
restare presenti, farsi domande, senza appoggiarsi a nessuno.

Oggi [Sguardo] è proprio questo:
non farsi guidare,
ma restare capaci di vedere
anche quando nessuno indica la strada.

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