Sono andata a fare il rinnovo della patente. Nemmeno me ne ero accorta, ma ad aprile saranno cinque anni che è scaduta.

Così vado in paese, al Poupatempo

Poupatempo, in portoghese, significa letteralmente risparmia tempo, e dentro a questa struttura c'è davvero tutto: documenti personali, servizi legati ai veicoli, certificati, servizi sociali, difesa del consumatore. Un posto solo, quattrocento servizi pubblici di cose risolte. 

Arrivo e mi avvio al totem che spicca per tutta la sua tecnologia! Mi atteggio come fossi una diva, ma... non ci capisco nulla.

Chiedo aiuto (che è meglio) e arriva una ragazza carinissima.

La signora ha bisogno di aiuto? chiede lei.

E io uso le parole magiche che aprono tutte le porte della cortesia. Da quando vivo qui le uso sempre:

Chiedo scusa per il mio portoghese, sono straniera. Mi può aiutare?

Dopo questa frase si può vedere lo sguardo di perplessità lasciare posto a un bellissimo sorriso. Le spalle si rilassano, e passano in modalità ascolto.

La ragazza mi fa la prenotazione, ci vorranno solo dieci minuti, mi chiede i documenti, controlla che ci siano tutti e mi fa accomodare.

Dieci minuti di attesa e mi chiamano.

Documenti, richiesta dell'indirizzo, e mi fanno scivolare di una sedia per fare la foto.

Foto. Impronte digitali. Tutte e dieci, più il pollice destro a chiusura della firma.

Sul pollice però ho un cerotto, lo tolgo La ragazza mi guarda, guarda lui, e chiede preoccupata: ma le fa male il pollice?

Sorrido dicendo di no, e ancora di più per la delicatezza con cui preme il mio povero dito sullo scanner.

Ma la sua preoccupazione non si placa. Continua a guardarmi sottecchi per vedere se mi sta facendo male.

Allora decido di cambiare discorso e porto l'attenzione sul fatto che in Italia non si prendono le impronte per ogni documento. Anzi, il solo pensiero, agli italiani, viene l'orticaria e assieme a questa, la voglia di fare una rivoluzione...Lei ride e si rilassa, finendo così il suo compito.

Paghiamo 130 reais di tassa governativa via pix e andiamo dal medico, che si trova due quartieri più avanti.

Entro in questa stanza che, a differenza dell'elegante e tecnologica Poupatempo, sembra un set di un film degli anni Settanta — e non uno di quelli belli. A terra un'ardesia che ha visto più piedi che stelle in cielo. In un angolo una scrivania, un computer e un altro scanner per le impronte. A fare da parete divisoria, una paratia di plastica che si regge in piedi per volontà propria, appoggiata a delle piastrelle scelte a fare da ancora. Rotte. 

Alle pareti, delle fotocopie ingiallite e ricciolute negli angoli, come se stessero cercando di scappare anche loro. I muri bianchi, bianchi si fa per dire, hanno più colla che pittura, come se qualcuno a un certo punto avesse rinunciato a metà dell'opera e nessuno se ne fosse mai accorto. E a terra, quello che una volta doveva essere un tappeto, o forse un pezzo di moquette, ridotto ormai a pura trama, con i fili che guardano il soffitto rassegnati.

Arriva il medico. Mmh, sembra un po' scorbutico. Ha l'età di Matusalemme ma i capelli nerissimi, lo stesso vezzo di Chico Xavier. Si muove con difficoltà e parla anche peggio. Ma non è questo il problema: il problema è che già faccio fatica a capire quando parlano in fretta... e adesso?

Entro, saluto con gentilezza e uso le parole magiche.

Funzionano anche con il più burbero della compagnia.

Mi fa guardare dentro uno schermo. Sembra un cannocchiale trasformato in microscopio, ma non è né uno né l'altro, è... boh! 

Con le lettere sbaglio qualche pronuncia ma lui va avanti tranquillo. Poi mi mostra due colori. Io vedo arancione e rosso. Lui chiede: che colore è il primo?

Continuo a dire arancione. E lui, sempre più innervosito: dimmi che colore è il primo.

Ok, non è arancione. Ricordo che la signora prima di me ha pronunciato due colori... Giallo! Deve essere proprio giallo. Ma ho un problema antico: vermelho e amarelo non mi entrano in testa. Dopo tutti questi anni, rosso e giallo rimangono un enigma irrisolvibile. Facendo un paio di associazioni ci provo; amarelo! Preso!

Così, supero anche quel test. E anche quello della visione periferica: dieci su dieci.

Il medico mi guarda e  con grande teatralità mi allunga il bigliettino e sentenzia:

Liberado!

Esco e vado dalla segretaria. Mi chiede di mettere il pollice sinistro sullo scanner. Guardo il mio dito. Lei vede il cerotto e prontamente dice: no no, non toglierlo, usiamo un altro dito.

E tra tutte le dita comode a disposizione, lei che fa? Sceglie l'anulare destro. Perché no...

Pago 90 reais e voilà. Domani avrò la mia patente digitale da scaricare nel mio vell8 direttamente dal portale gov.br. La versione cartacea arriverà tra dieci giorni!

Ho girato mezzo mondo e ho imparato che ogni paese ha la sua lingua dell'accoglienza. In Brasile non è solo una questione di parole. È una questione di sguardi, di mani che premono piano su un dito ferito, di occhi che controllano sottecchi se ti fa male. È una cura silenziosa e continua, quasi inconsapevole.

Ci vuole pazienza, per vivere qui. Ma i brasiliani te la restituiscono con gli interessi... in forma di dolcezza.

Liberada. In tutti i sensi.

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