[Sguardo] Accentismo: quando la lingua diventa una soglia silenziosa da attraversare per essere accettati
A pensarci bene, è una cosa che in Italia accade spesso, anche quando non la si nomina.
Anzi, di più; si fa di tutto per non dirla.
Come quel mio amico, meridionale, che per essere accolto ha iniziato a parlare il dialetto locale.
Non per gioco, non per folklore.
Per necessità.
Per ridurre l'attrito.
Per smettere di essere notato come "altro".
E non era un problema di comprensione.
Ci si capiva benissimo anche prima!
C'è un fenomeno che ha un nome preciso: accentismo.
L'accentismo è la discriminazione linguistica, il trattamento ingiusto di persone in base alla loro lingua o al loro accento.
Poco conosciuta, eppure molto diffusa.
Opera spesso al di sotto della consapevolezza, il che la rende una delle forme di discriminazione più difficili da riconoscere.
E non è una mia opinione.
È oggetto di ricerca scientifica.
L'Università di Siena coordina un progetto europeo — il progetto CIRCE, che studia come gli accenti vengono percepiti nelle scuole italiane.
Perché il problema inizia lì, in classe, quando un bambino impara che il suo modo di parlare non è abbastanza.
Perché, si sa, in Italia non basta essere presenti, corretti, in regola.
È, esclusivamente, un problema di rassicurazione.
Semplice: bisogna somigliare.
Nel modo di parlare, di stare, persino di sbagliare.
E il dialetto, in questo, è una soglia silenziosa.
Se lo attraversi, forse entri.
Ma se resti fuori, resti sempre un po' fuori, anche dopo anni.
E allora si impara a cambiare voce.
A limare gli accenti.
A indossare inflessioni che non sono le tue.
Non per diventare qualcun altro, ma per non essere continuamente respinti.
È un adattamento così sottile, che praticamente è diventato invisibile.
E la cosa peggiore è che non viene mai chiamato violenza, perché non fa rumore.
Ma lascia tracce, eccome se le lascia!
Perché quando l'accoglienza passa dalla somiglianza, non accoglie davvero.
Fa il contrario: assorbe.
E ciò che viene assorbito smette, lentamente, di essere riconoscibile.
Io vivo in Brasile.
Qui non devo somigliare per esistere.
La diversità non viene tollerata a malincuore: viene integrata, spesso persino esaltata.
Non perché sia tutto semplice o perfetto, ma perché non c'è l'ossessione della copia.
Il mio permesso di soggiorno è arrivato così.
Un avvocato ha parlato per noi, ha presentato i documenti, e il permesso è stato rilasciato.
Nessuna prova linguistica.
Nessun esame di somiglianza.
La lingua, qui, è uno strumento che verrà.
Non una soglia da superare per essere considerati legittimi.
Non una prova.
Ed è proprio qui che il malessere italiano diventa visibile.
Non nella richiesta di integrazione, ma nella pretesa di rassicurazione.
Non nel desiderio di ordine, ma nella paura della differenza.
Perché quando un Paese chiede di somigliare prima ancora di accogliere, non sta integrando.
Sta chiedendo, silenziosamente, di sparire un po'.
Questo è lo Sguardo.
Quello che non viene mai nominato.
Ma che tutti, prima o poi, hanno sentito sulla pelle.
