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Visualizzazione dei post da maggio, 2026

[Sguardo] Il rispetto ha ancora un indirizzo

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  C'è una cosa che osservo, qui in Brasile, e che ogni volta mi colpisce come se fosse la prima. Ero a tavola con mia nuora e sua madre, che era lì per la prima volta. A un certo punto sento: «A senhora precisa de alguma coisa?»  la signora ha bisogno di qualcosa? Mia nuora, 38 anni, dava del lei a sua madre di 63. Con la stessa naturalezza con cui si passa il pane. In un'epoca in cui i miei connazionali vogliono diventare i migliori amici dei propri figli, dove li chiamano Bro e  li consigliano di stare "scialli", qui ci si rivolge ai genitori con il voi. Non per distanza. Per riconoscimento. Ma è stato al cartório che ho capito qualcosa di più profondo. C'era una nonna, anziana, con un'età difficile da definire, molto vecchia, ecco. Accanto a lei un ragazzino, 14, forse 15 anni, che la accompagnava per sbrigare delle pratiche. Non ho mai visto tanta gentilezza, tanta premura, tanta cura silenziosa. La chiamava vovózinha  , nonnina, e anche lui le dav...

Quando l'intelligenza artificiale ha più paura di te che del Darkweb

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Vi racconto Ho chiesto a un'intelligenza artificiale come funziona un macchinario. Un macchinario prescritto da un medico, arrivato a casa mia senza istruzioni. Niente libretto, niente foglietto, niente neanche un disegnino con le frecce. Solo il macchinario, lì, che mi guardava. Ho pensato: chiedo all'IA, risolvo in due minuti. Risposta: argomento a rischio. Cambiamo discorso. Sottotesto; Attenzione. Questa conversazione potrebbe alterare il destino dell’umanità Ho riletto due volte, convinta di aver capito male. No, avevo capito benissimo. L'ho fatto presente, con la voce interiore di chi conta fino a dieci prima di parlare, che non stavo chiedendo come eseguire un intervento chirurgico sul tavolo della cucina. Stavo chiedendo come funziona una macchina. A quel punto qualcosa si è sbloccato. La risposta è arrivata. E poi è sparita. Cancellata. Come se l'IA avesse avuto un ripensamento dell'ultimo secondo e si fosse detta: no, troppo pericoloso, megli...

Perché ho paura dei 60 se non mi sento così?

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Il pensiero del martedì "Non definisce me. Al massimo mi ricorda che sto entrando in una fase nuova."   Ho 59 anni. A gennaio saranno 60. È un numero che, ogni tanto, mi fa effetto. Per anni l'ho associato alla vecchiaia, al decadimento, al dolore. E forse è per questo che, quando ci penso troppo, qualcosa dentro si abbassa. Poi però guardo indietro. E quello che vedo è tutt'altro. Una vita piena. Posti visti, persone incontrate, momenti altissimi e altri profondi. Una vita dove non cambierei virgola. Ed ecco la domanda: com'è possibile che davanti a tutto questo sia un numero a mettermi in difficoltà? La verità è che quei 60 non li sento, proprio per niente. Mi sento viva, presente, con ancora spazio davanti, nonostante tutto. Forse il punto non è eliminare quella sensazione stonata. Forse è riconoscerla per quello che è: un'idea vecchia che ogni tanto torna a bussare. Non definisce me. Al massimo mi ricorda che sto entrando in un...

[Sguardo] WhatsApp, messaggi effimeri e altre forme di crudeltà moderne

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Cose che non sopporto ( elenco in corso) C'è una cosa che non sopporto di WhatsApp. Anzi, forse più di una, ma procediamo con ordine. Le famose spunte blu che rimangono grigie. Sì, lo ammetto, dopo aver notato che non cambiano... anche il mio umore si tinge di quel colore. Ma posso capire: c'è chi rivendica il diritto di non essere sempre reperibile, chi si prende i suoi tempi, chi ha bisogno di respirare lontano dallo schermo. Me ne farò una ragione. Crescerò come persona. Probabilmente. Quello che invece proprio non riesco a digerire, quello che mi fa venire un mezzo esaurimento nervoso, sono i messaggi effimeri.  Cioè, scusate, ma ci siamo capiti? Effimeri a chi?  Tu attivi i messaggi effimeri e WhatsApp mi informa con quella calma burocratica da impiegato comunale dell'anima: "Questo messaggio verrà eliminato tra sette giorni." Sette!  Che poi... la piattaforma perché ce lo deve dire? E soprattutto perché non lo cancella dalla sua chat e lascia...

In metropolitana a San Paolo c'è una regola non scritta che tutti rispettano (o quasi)

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  Vi racconto C'è una cosa che chi vive a San Paolo non perdona a nessuno. Non importa che tu sia appena arrivato, che non abbia diritto di voto, che sia la prima volta che metti piede in quel posto. Non ti perdonerà mai. Anzi, rischi di essere spinto e accompagnato da parole che è meglio non tradurre. Stiamo entrando nella stazione da Sé. Sono davanti a tutti, soddisfatta di me, quando il Fanciullo mi si mette di fianco, mano sulla spalla, tono da film drammatico: "Mamma. Sulla scala mobile. Stai a destra. Mi raccomando." Ok. "E se non lo faccio, cosa mi fanno?" "Fidati. Non vuoi saperlo. Ed ecco il Fanciullo in modalità “ti prego non farci espellere socialmente”, e io che passo dall’orgoglio alla sopravvivenza civile in tre secondi. Non è una regola scritta da nessuna parte. Non c'è un cartello, non c'è una multa, non c'è un vigile.  Eppure tutti la sanno.  La sinistra è per chi cammina, anzi per chi corre, perché a San Paolo a...

Quando il corpo cambia le regole

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Il pensiero del martedì «Non volevo i calzini. Non volevo il caldo. Non volevo essere malata. Eppure eccomi qui, e sto bene lo stesso.» Amavo andare a piedi nudi. Amavo sentire il pavimento, la terra, l'erba. Amavo il freddo, il vento, l'acqua fredda sulla pelle. Non mi limitavo ad amare tutto questo: lo vivevo, lo respiravo, lo integravo. Poi mi sono ammalata. A quanto pare, la mia malattia non ama il freddo. Ama i calzini, le ciabatte imbottite, i pigiami felpati e la borsa dell'acqua calda. Ho sempre odiato il caldo, da quando ne ho memoria. Eppure ora ne ho bisogno. E come si fa ad accettare ciò che si è sempre odiato? Lo si accoglie. Si impara ad apprezzare ciò che è necessario. Come chi odia prendere medicine ma sa che lo faranno stare meglio. Il caldo non ha tutti quegli effetti collaterali, certo. Ma il sudore, le vampate… non sono facili da digerire. Qui sta arrivando l'inverno, e così lo cerco. Due paia di calzini. Il tepore che ...

[Sguardo] Il danno psicologico vero non è la caduta

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  Ho letto la notizia qualche giorno fa: una bambina si fa male durante la ricreazione, cade, si scontra con un compagno. La famiglia chiede ventimila euro di risarcimento alla scuola. Motivazione, tra le altre: danni psicologici. Mi sono fermata su quelle due parole. Danni psicologici. Per una caduta in cortile? Non è la caduta in sé che mi colpisce. I bambini si fanno male, succede, da sempre. È quello che gli adulti costruiscono intorno a quella caduta che oggi sembra cambiare tutto. Ogni bambino è caduto. Ogni bambino ha sbucciato un ginocchio, ha pianto, è stato medicato ed è tornato a correre. Da sempre. Anche io ho una cicatrice sul ginocchio. So di essermela fatta, da qualche parte, in qualche anno, ma non ricordo assolutamente come. Non ricordo la causa perché i miei genitori hanno fatto la cosa più intelligente del mondo: mi hanno medicata, mi hanno detto di stare attenta la prossima volta, e sono andati avanti. Nessun trauma.  Nessun incubo.  Nessun co...

Ketchupi! Vivere in Brasile e sopravvivere all'inglese

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  Vi racconto Lo dico subito, prima che qualcuno si offenda: io i brasiliani li amo. Li amo con quella specie di amore irrazionale che non si spiega e non si discute. La loro gioia, la loro ironia, la generosità con cui ti accolgono nella vita e in casa loro. Però. C'è una cosa. Una piccola cosa. Una cosina che, dopo anni, ancora mi fa sobbalzare. La stoppiatura delle parole inglesi. Spiego. Quando sono arrivata qui nel 2001, fresca fresca, ancora con la valigia che sapeva di Italia, sono entrata in un bar di Santa Isabel e ho ordinato un panino con le patatine fritte. Tutto bene. Poi ho chiesto del ketchup. Silenzio. «Ketchup», ripeto, con tutta la mia "sicurezza da europea appena sbarcata". La signora mi guarda come se avessi detto una parola in sanscrito. «Quello rosso», dico. «Che si mette sulle patatine... Saporito. Rosso. Denso. Viene in una bottiglietta...» Lei, con un sorriso che illumina il bancone: «Aaaah! Ketchupi!!» Ecco. Ketchupi. Con...

Chiudi gli occhi e il mondo cambia forma

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  Il pensiero del martedì Chiudi gli occhi e il mondo non sparisce.  Cambia forma. Entro nella mia stanza e mentre lo faccio mi riempio di meraviglia. Il letto è bianco, con cuscini enormi, tutto bianco. La parete è azzurra, di quell'azzurro cielo che infonde tranquillità. Sopra il letto c'è un quadro: raffigurato c'è un paesino di calce bianca con una bouganville rosa. Vicino al letto non c'è un comodino, c'è una sedia blu con una candela alla lavanda e un mazzolino di fiori gialli. A terra la ceramica bianca, opaca, con tappeti di corda intrecciata. Alla mia sinistra c'è un armadio piccolo a due ante, anche quello azzurro sbiadito, e il tempo ha cancellato quello che dovevano essere girasoli. Alla mia destra invece vedo una finestra e fuori, non troppo lontano, un cespuglio di ibisco rosso. Riesco a immaginare la felicità delle tartarughe quando i fiori cadranno. Ma la cosa più bella è la porta, grande, alta, e sopra, attaccata a un bastone, u...

[Sguardo] Nessuno ci ha visti

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Mia mamma ha 82 anni e spinge la sedia a rotelle di mio padre di 86. L'ha fatto per tre mesi, con quella forza silenziosa che hanno le persone abituate a prendersi cura senza fare rumore. Mia madre è così. L'altro giorno mi ha raccontato una cosa piccola, ma che mi è rimasta dentro. Era ferma davanti a una porta, in attesa di passare con la sedia. Ha aperto. La gente ha iniziato a entrare. Una persona, due, tre. Nessuno si è fermato. Nessuno li ha visti. Me lo ha detto con la voce di chi non ci crede: «Ero lì ferma in attesa di passare e la gente continuava a entrare. Nessuno ci ha visti. L'ho anche detto, ma che cavolo, ci fate passare? E niente.» In quella frase ho sentito tutto. L'incredulità e un pizzico di dolore. Anzi, qualcosa di più profondo: la consapevolezza. Forse per la prima volta, di cosa significa diventare anziani, lenti, vulnerabili in un mondo che ha fretta. Fretta di passare senza accorgersene, senza vedere chi hanno davanti. Senza fermarsi....

Vacanze in Brasile: spiagge, chácara e paesini coloniali, come si riposa davvero qui

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Vi racconto Le vacanze in Brasile, o meglio, le feste in mezzo alla settimana e i ponti festivi, hanno una sola domanda: la gente dove va? Dipende da dove sei. Qui da me la spiaggia più vicina è Santos, con le sue lunghe distese di ombrelloni. Ma non è come in Italia. Difficile trovare file di persone sdraiate in silenzio, a leggere o ad ascoltare musica con le cuffie. Qui è diverso: ombrelloni, sedie e tante chiacchiere. Due ombrelloni? Almeno dieci sedie. E tra uno e l'altro, un frigo portatile 50x40, pieno di bibite, alcoliche o meno, sepolte sotto una montagna di ghiaccio. Il cibo non si porta: si sceglie tra i venditori che serpeggiano tra la gente come pesci in un banco. Nessuno muore di fame. Nessuno muore di silenzio, nemmeno per sbaglio. Questo è il classico fine settimana. Per quelli prolungati, le più gettonate sono le chácara : case in campagna con mille stanze e mille posti letto. Costano, quindi ci si organizza: mezzo quartiere, stereo con casse grandi qu...

La libertà tranquilla, quando il cambiamento non ha bisogno di fare rumore

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  Oggi la routine è tornata, come sempre. La casa, i gesti, i silenzi che si infilano tra una cosa e l'altra. Parte una canzone a caso. Uomini soli dei Pooh. La conosco a memoria. Eppure oggi la ascolto davvero. Vediamo se si può imparare questa vita. E magari un po' cambiarla prima che ci cambi lei… E penso che sì, è proprio così. Solo che oggi non lo sento come una lotta. Lo sento come una responsabilità tranquilla. Non ho più voglia di "mettere in ordine la vita" come se fosse qualcosa da sistemare una volta per tutte. Piuttosto, la guardo mentre si muove. E scelgo dove stare. Per anni ho sentito persone dire: io sono così, prendere o lasciare. Una volta mi faceva arrabbiare. Oggi no. Oggi semplicemente non prendo, senza principio e senza ribellione. Ho capito che non tutto mi riguarda, non tutto mi spetta, non tutto devo accoglierlo. C'è stato un tempo in cui avevo bisogno di dirlo forte, quasi spingendo via. Oggi non serve più. Non è...

Dal Sangha: la vita come unica vera ricchezza. Una voce Theravada

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 C'è stato un tempo in cui, ogni sabato, questo blog ospitava voci che non erano la mia. Voci di persone che camminavano, e camminano, lungo un sentiero che conosco bene: la filosofia Theravada. Non una religione. Una forma di buonsenso applicato alla vita, trasmessa da un Maestro a chi sceglie di ascoltare.  Quello che i buddhisti chiamano Sangha, la comunità di chi condivide lo stesso ideale, per me ha un volto preciso, dei nomi, delle parole che nel tempo mi hanno accompagnata. Poi quella rubrica si è fermata. La vita cambia, le strutture cambiano. Adesso torna, in forma diversa. Una domenica al mese, la prima, lascerò spazio a qualcuno del Sangha. Non sarò io a scrivere. Sarò io a firmare le loro parole con il loro nome, e a fare da cornice silenziosa. Oggi è Ada a parlare. La storia Theravada, dove uomini di valore che avevano lo stesso ideale si sono incontrati millenni fa. La filosofia Theravada, che non è religione, ma spiritualità applicata alla vita pratica...

Samhain nell'emisfero sud: il mio 1° maggio come rito di passaggio

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  Oggi è il 1° maggio. Sul calendario brasiliano è festa dei lavoratori. Manifestazioni, discorsi, bandiere. Il lavoro celebrato, rivendicato, difeso. Ma io festeggio altro. Oggi è Samhain. Samhain è il Capodanno celtico, la festa che segna il passaggio tra la stagione calda e quella fredda, tra ciò che è stato e ciò che verrà. Nell'emisfero nord cade il 31 ottobre, quella notte che il mondo moderno ha trasformato in costumi e dolcetti. Ma qui, nell'emisfero sud, le stagioni sono invertite. E il 1° maggio è l'inizio dell'inverno australe. È qui che il velo si assottiglia. È qui che Samhain mi trova. La tradizione dice che in questo giorno i confini tra i mondi si fanno sottili. È un momento per fare il punto, per guardare cosa porti con te nell'inverno e cosa lasci fuori dalla porta. Io prendo questa cosa sul serio. Mi siedo. Accendo una candela. Fuori l'aria ha già quel sapore diverso che São Paulo a volte concede a maggio, più asciutta, più ferma...