Chiudi gli occhi e il mondo cambia forma

 

Il pensiero del martedì

Chiudi gli occhi e il mondo non sparisce. 

Cambia forma.


Entro nella mia stanza e mentre lo faccio mi riempio di meraviglia.

Il letto è bianco, con cuscini enormi, tutto bianco. La parete è azzurra, di quell'azzurro cielo che infonde tranquillità. Sopra il letto c'è un quadro: raffigurato c'è un paesino di calce bianca con una bouganville rosa.

Vicino al letto non c'è un comodino, c'è una sedia blu con una candela alla lavanda e un mazzolino di fiori gialli. A terra la ceramica bianca, opaca, con tappeti di corda intrecciata. Alla mia sinistra c'è un armadio piccolo a due ante, anche quello azzurro sbiadito, e il tempo ha cancellato quello che dovevano essere girasoli. Alla mia destra invece vedo una finestra e fuori, non troppo lontano, un cespuglio di ibisco rosso. Riesco a immaginare la felicità delle tartarughe quando i fiori cadranno.

Ma la cosa più bella è la porta, grande, alta, e sopra, attaccata a un bastone, una tenda di mussola bianca che si muove nel vento.

Esco e sono su un portico, non troppo grande, senza ringhiera, solo gradini. Da una parte c'è una sedia a dondolo con dei cuscini a fantasia e sui lati del portico due palme. Scendo i gradini. La sabbia sotto i miei piedi, all'ombra, è tiepida.

Cammino verso il mare e mi fermo sulla battigia a contemplare l'immensità blu. Faccio un passo indietro e mi siedo.

Sento un vociare, mi giro e alla mia sinistra ci sono un uomo e due ragazzi che cercano di spingere una barca in mare. Sulla prua c'è una lampara. Immagino che vogliono uscire a pescare la notte.

Ad un tratto la risata di un bimbo attira la mia attenzione. Alla mia destra c'è un papà che gioca con un bambino, gli sta mostrando la magia delle formine.

Arriva una donna, che immagino essere la madre. Li raggiunge, si abbassa e dà un bacio sulla fronte al papà. Sorride al bimbo ma non gli dice niente, quasi a non voler rovinare la magia. Prende un secchio e si avvia verso il mare. Alla prima onda si abbassa e lo riempie, ma non torna subito. Rimane a guardare l'orizzonte. Sente che la sto guardando, si gira e con la mano libera mi saluta.

Io, quasi vergognosa di essere stata colta in fallo, saluto in fretta e rivolgo di nuovo lo sguardo verso il mare.

Rimango lì per un tempo indefinito, poi decido di tornare a casa.

Deve essere passato tanto tempo perché ora la sabbia è più fredda. Quando raggiungo il portico vedo che la mia portulaca ha bisogno di acqua, così mi avvio in cucina. Mentre sono lì ho sete, apro il frigo e prendo una limonata, la verso in un grande bicchiere col disegno delle coccinelle. La assaggio ma è troppo forte, così apro lo sportello sopra e prendo il ghiaccio.

Torno sul portico, appoggio il bicchiere su uno sgabello e annaffio la mia portulaca.

Sullo sgabello c'è un libro aperto, le pagine fermate da una pietra. Quella pietra è lì da tanto tempo perché non riesco ad andare avanti con la lettura. Chi me l'ha consigliato l'aveva considerato strepitoso, ma io non riesco a entrare nel flusso.

Mi siedo, porto le gambe al petto e le abbraccio. Poi appoggio la testa sul cuscino giallo.

Dalla mia sedia a dondolo osservo di nuovo il mare. Ed ecco che spunta il mio vicino di casa per la sua passeggiata pomeridiana. È un uomo di 85 anni, baffi spessi e lunghi. Ha un cappello da pescatore bianco con le palme arancioni, camicia verde aperta sulla pancetta abbronzata, bermuda blu con la fantasia di granchi gialli. Cammina col suo bastone. Mi vede, e con la mano libera si toglie gli occhiali e mi saluta. Io coi gesti chiedo come sta e lui col pollice alzato mi fa capire che sta bene.

Finita la nostra "chiacchierata", riprende la sua passeggiata.

La luce gialla lascia spazio alla notte e il mare è ora punteggiato di luci, di chi sta affidando il proprio lavoro alle acque.


Poi mi fermo.

Perché tutto questo non è accaduto.

Non c'è nessuna stanza azzurra, nessun portico, nessuna portulaca assetata. Non c'è la donna col secchio né il vecchio coi granchi gialli sui bermuda.

Ieri sera ero dolorante e avevo bisogno di riposare. Ho messo una cassa sulla finestra con i suoni delle onde e dei gabbiani, e ho chiuso gli occhi.

Ed è bastato così poco per andare altrove.

Quella che avete letto è la strada che ho percorso verso il sonno. Un posto che non esiste ancora, forse, ma che dentro di me ha già ogni dettaglio a posto. Persino il libro che non riesco a finire.

E c'è una cosa che non vi ho detto. Quando sono entrata in quella stanza, era vuota. Gli oggetti, i colori, i fiori, il quadro con la bouganville, sono arrivati uno ad uno, man mano che posavo lo sguardo. Come se la realtà aspettasse la mia attenzione per prendere forma.

Sono scivolata via mentre ero ancora lì, sulla sedia a dondolo, con le luci dei pescatori davanti agli occhi.

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