[Sguardo] Il danno psicologico vero non è la caduta

 



Ho letto la notizia qualche giorno fa: una bambina si fa male durante la ricreazione, cade, si scontra con un compagno. La famiglia chiede ventimila euro di risarcimento alla scuola. Motivazione, tra le altre: danni psicologici.

Mi sono fermata su quelle due parole. Danni psicologici.

Per una caduta in cortile?

Non è la caduta in sé che mi colpisce. I bambini si fanno male, succede, da sempre. È quello che gli adulti costruiscono intorno a quella caduta che oggi sembra cambiare tutto.

Ogni bambino è caduto. Ogni bambino ha sbucciato un ginocchio, ha pianto, è stato medicato ed è tornato a correre. Da sempre. Anche io ho una cicatrice sul ginocchio. So di essermela fatta, da qualche parte, in qualche anno, ma non ricordo assolutamente come. Non ricordo la causa perché i miei genitori hanno fatto la cosa più intelligente del mondo: mi hanno medicata, mi hanno detto di stare attenta la prossima volta, e sono andati avanti.

Nessun trauma. 

Nessun incubo. 

Nessun colpevole da cercare.

Se ogni volta che mi sono graffiata i miei genitori avessero chiesto i danni a qualcuno, con tre figli sarebbero milionari.

Allora mi chiedo: il danno psicologico da cosa arriva, esattamente? Da una caduta in cortile, da uno scontro casuale con un amico, da una cicatrice che tra vent'anni quella bambina non saprà nemmeno spiegarsi? O arriva dalle discussioni in casa, dalle telefonate concitate, dal clima di battaglia che si respira a tavola, dagli adulti che litigano davanti a lei con la preside, con gli avvocati, con chiunque capiti?

Quella bambina dimenticherà la caduta in pochi giorni. Non dimenticherà così facilmente di essere stata messa al centro di una guerra.

C'è un'idea che si è fatta strada silenziosamente, e che trovo pericolosa: l'idea che ogni ferita abbia un colpevole, che ogni dolore meriti un risarcimento, che la vita non abbia il diritto di fare male. È un'idea che non protegge i figli, li fragilizza. Insegna loro che il mondo è ostile e che qualcuno deve sempre pagare, invece di insegnare quello che serve davvero: che si cade, che si piange, che ci si rialza.

Le cicatrici che non ricordiamo sono quelle che ci hanno lasciati guarire.


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