Samhain nell'emisfero sud: il mio 1° maggio come rito di passaggio
Oggi è il 1° maggio.
Sul calendario brasiliano è festa dei lavoratori. Manifestazioni, discorsi, bandiere. Il lavoro celebrato, rivendicato, difeso.
Ma io festeggio altro.
Oggi è Samhain.
Samhain è il Capodanno celtico, la festa che segna il passaggio tra la stagione calda e quella fredda, tra ciò che è stato e ciò che verrà. Nell'emisfero nord cade il 31 ottobre, quella notte che il mondo moderno ha trasformato in costumi e dolcetti. Ma qui, nell'emisfero sud, le stagioni sono invertite. E il 1° maggio è l'inizio dell'inverno australe. È qui che il velo si assottiglia. È qui che Samhain mi trova.
La tradizione dice che in questo giorno i confini tra i mondi si fanno sottili. È un momento per fare il punto, per guardare cosa porti con te nell'inverno e cosa lasci fuori dalla porta.
Io prendo questa cosa sul serio.
Mi siedo. Accendo una candela. Fuori l'aria ha già quel sapore diverso che São Paulo a volte concede a maggio, più asciutta, più ferma. Non fa freddo nel senso europeo della parola, ma qualcosa cambia. Qualcosa si quieta.
E io guardo.
Non il lavoro nel senso in cui lo celebrano oggi nelle piazze. Parlo di tutto quello che occupa spazio, tempo, energia. I gesti che ripeto senza più chiedermi perché. I pensieri che tornano come ospiti che nessuno ha invitato ma che trovano sempre la porta aperta. I ruoli che continuo a tenere in piedi, anche quando non servono più a nessuno, nemmeno a me.
Oggi non li correggo.
Non li miglioro.
Non li trasformo.
Li guardo e basta.
C'è qualcosa di strano e preciso in questo esercizio. Non è passività. È una forma di attenzione che di solito non mi concedo, perché sono abituata ad agire, a rispondere, a sistemare. Ma Samhain chiede altro. Chiede di stare ferma abbastanza a lungo da accorgersi di quello che c'è.
E quello che c'è, spesso, sorprende.
Cose che pensavo importanti e che invece si sono svuotate. Abitudini che portavo avanti per inerzia, non per scelta. Pezzi di me che non riconosco più come miei, ma che continuo a trascinare perché non ho mai trovato il momento giusto per posarli.
Oggi è il momento.
Non perché il calendario lo dica. Non perché una tradizione millenaria lo prescriva. Ma perché ogni tanto ho bisogno di un giorno che abbia questa forma, un giorno in cui il permesso di fermarsi non vada guadagnato, ma sia già lì, incluso nel rito.
Samhain me lo dà.
E io lo prendo.
