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Visualizzazione dei post da giugno, 2026

Smettere di rimandare la vita: quello che due anni di malattia mi hanno insegnato

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Il pensiero del martedì Il presente non è una sala d'attesa... Sono due anni che sto male, due anni e mezzo da quando ho avuto il fuoco di Sant'Antonio. Due anni in cui ogni volta che stavo meglio, la ricaduta faceva ancora più male della malattia stessa. C'era solo: «Ecco, di nuovo. Non guarirò più. È sempre peggio.» E giù di autocommiserazione. Ma succede che uno, a un certo punto, si arrende. Non per sconfitta, ma per accettazione. Ne ho parlato anche con Tomo. A volte, quando dico "se un giorno guarisco", lui mi corregge: «quando un giorno guarisci». Ho dovuto spiegargli che a un certo punto bisogna anche smettere di vivere in attesa e imparare a godersi la vita per quella che è. Lo so, chi ci ama lo dice per incoraggiarci. Per darci speranza. Ma c'è un piccolo paradosso nascosto in quella frase. Come se la vita vera fosse sempre dopo. Dopo il dolore. Dopo la fatica. Dopo il momento difficile. Come se il presente fosse soltanto...

[Sguardo] MA.NON.SEI.A.MILANO!

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  Quando vanno all'estero, di solito in qualche paese considerato "povero", e vedono i prezzi delle case, parte subito il ritornello: "A Milano non ci compri nemmeno un garage." Grazie al piffero. Non sei a Milano. Gli affitti bassi: "A Milano non ci affitti nemmeno una panchina." NON SEI A MILANO. Il cibo: "A Milano non ci compri nemmeno una michetta." NON. SEI. A. MILANO. E avanti così. Il mango costa 0,80 pesos. Le banane 0,50 reais. Il pane 2,5 dinari. E ogni volta: "A Milano?" Sì, ma non siamo a Milano. Siamo in posti dove gli stipendi spesso sono un terzo dei nostri, dove i servizi funzionano diversamente, dove il contesto economico è completamente un altro. Ma questo quasi nessuno lo dice. Si celebra il prezzo basso come fosse un miracolo o un trucco segreto scoperto dagli italiani furbi, non come la conseguenza logica di una realtà diversa. Stavo guardando uno di quei video su YouTube: youtuber sorr...

Arrestata a Guarulhos per razzismo: la legge brasiliana che non perdona

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  Vi racconto C'è una scena che vale più di mille discorsi sull'educazione civica. Un volo Latam atterra a Guarulhos nella notte del 23 giugno. Viene dal Maranhão. I passeggeri devono aspettare a bordo: fuori piove forte e le scale coperte non sono immediatamente disponibili. Niente di drammatico. Succede. A una passeggera spagnola, però, l'attesa non va giù. E ad alta voce, perché tutti sentano, commenta che il ritardo è dovuto al fatto che là fuori ci sono "solo scimmie". La Polizia Federale viene avvisata. Quando i passeggeri salgono sul bus che porta al terminal, la donna viene arrestata ancora in pista. Benvenuta in Brasile! Quello che la signora evidentemente non sapeva, o sapeva e ha sottovalutato, è che il Brasile non è un posto dove certe parole scivolano via senza conseguenze. Dal 2023, l'ingiuria razziale è uguale al reato di razzismo: c'è la reclusione da 2 a 5 anni, multa e, soprattutto, un reato inafiançável e imprescritível...

L'accento che non devo perdere

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  Il pensiero del martedì «Essere accolti non significa diventare qualcun altro. Significa sentirsi a casa restando sé stessi.» Oggi al supermercato una cassiera mi ha chiesto: «Sei italiana?» Le ho risposto di sì. Lei ha sorriso e mi ha detto: «Si sente. Hai un accento molto forte.» Allora ho scherzato: «Già... e non so se riuscirò mai a perderlo.» La sua risposta mi ha colpita più di quanto immaginassi. «Ma non lo devi perdere. Tu sei italiana. Il tuo accento è bello così com'è.» Sono parole semplici. Probabilmente per lei era solo una frase gentile. Per me, invece, è stato molto di più. Perché chi vive lontano dal proprio paese conosce bene quella sensazione sottile di essere sempre un po' diverso. L'accento ti segue. Ti accompagna negli anni. Ti tradisce prima ancora che tu abbia finito una frase. E a volte ci si chiede se un giorno sparirà. Se un giorno si parlerà come tutti gli altri. Se un giorno non si verrà più riconosciuti ...

[Sguardo] Il vuoto travestito da opinione

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Un libro è come il cibo: ti piace o non ti piace. Dire che un libro "fa schifo" non dice nulla del libro: dice tutto di te che lo dici. Perché ciò che non arriva a te può arrivare a me, può cambiare la vita a qualcun altro, può toccare esattamente dove doveva toccare… solo non da te. Qua non si tratta di recensire un ristorante, dove puoi parlare di cose oggettive: il bagno sporco, le tovaglie non stirate, i bicchieri sciacquati male. Un libro non è sporco. Non è stropicciato. Non ha avuto problemi col detersivo. Un libro è pensiero, emozione, amore, orrore, sentimento. Se non riesci a coglierlo, non è automaticamente un limite del libro: parla più di te che di ciò che hai letto. E questo, certi recensori, non lo ammetterebbero mai. «Brutto. Non leggetelo.» Grazie. Illuminante. Aspetta, no… ma dimmi: brutto come? Brutto perché? Brutto rispetto a cosa? Il vuoto assoluto travestito da opinione. Almeno il silenzio ha più dignità. «Non mi è piaciuto, punto.» Qu...

Casimiro e CazéTV: il Mondiale 2026 su YouTube gratis per tutti i brasiliani

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  In Brasile, il calcio non è uno sport. È una lingua. Una di quelle che non si imparano sui libri: si assorbono, si respirano, si urlano. E il Mondiale, qui, non è un evento. È un rito collettivo che attraversa ogni strato del paese: la favela, il condominio elegante, la casa di campagna, il cortile con una sedia di plastica e un ventilatore che gira lento. Ma c'è sempre stato un problema. Un problema che, forse, in Italia si fatica a comprendere fino in fondo: vedere una partita qui non è mai stato uguale per tutti. La televisione a pagamento esiste. I pacchetti sportivi esistono. Ma per una grande parte dei brasiliani quei pacchetti semplicemente non fanno parte della realtà quotidiana. Non perché non li desiderino. Perché non possono permetterseli. Il 65% delle famiglie brasiliane ha accesso a internet ma non alla televisione a pagamento. In un paese di oltre duecento milioni di abitanti significa decine di milioni di persone che, a ogni Mondiale, dovevan...

Origini e casa non sono la stessa cosa

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  Il pensiero del martedì «Le origini restano parte di noi. Ci accompagnano sempre. Ma la casa, almeno per me, sembra essere il luogo che continuo a scegliere.» Guardando un film ambientato in Italia mi sono accorta di una cosa che non avevo mai visto con chiarezza. Per anni ho dato per scontato che l'Italia fosse casa. Era una conclusione logica. Sono nata lì. Lì ci sono la mia lingua, la mia storia, la mia famiglia, i miei ricordi. Eppure, ripensando alla mia vita, mi sono resa conto che c'era qualcosa che non tornava. La prima volta che arrivai in Brasile fui travolta dalla nostalgia. Poi tornai in Italia e fu la saudade a travolgermi. Negli anni successivi ho vissuto in luoghi diversi, ma il Brasile continuava a riaffacciarsi. Come un richiamo costante. La cosa curiosa è che ogni volta che tornavo in Italia sentivo anche il desiderio di ripartire. Per molto tempo ho interpretato tutto questo come nostalgia, appartenenza, radici. Oggi mi chiedo se st...

Un secondo. Una corda sul pavimento. E tutto cambia per sempre.

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  Si chiamava Maria Eduarda Rodrigues de Freitas una ragazza di 21 anni È successo a Limeira, una città all'interno di SãoPaulo Ieri mattina è andata a realizzare un sogno, quello di buttarsi da un ponte con un elastico ai piedi. Sentire per qualche secondo l'adrenalina del volo, quella sensazione di cadere e non cadere, di sfidare qualcosa di primordiale dentro di sé. È andata lì con il cuore che batteva forte, forse con il telefono in tasca pieno di foto da fare dopo. Forse con gli amici. Forse con la voglia di raccontarlo per settimane. Qualcosa però è andato storto, qualcuno si è dimenticato di agganciare la corda al suo corpo. Non voglio assolvere nessuno. Non voglio condannare nessuno. Non è questo il posto, e non sono io la persona giusta per farlo. Voglio solo fermarmi un momento su quello che resta. Una famiglia ha perso una figlia. Una sorella. Una nipote. Un pezzo di futuro che non tornerà più. Da qualche parte, in questo momento, c'è una madre che n...

Tornare in un posto che non esiste

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Vi porto con me Tornare in un posto che non esiste è la forma più pura di libertà. La notte scorsa ci sono riuscita di nuovo . Avrei dovuto scrivere subito, perché oggi la magia non è più la stessa ma... Esco dalla stanza e sono in una piccola anticamera. Alla mia sinistra c'è una porta, anche quella bianca. La apro ed è un bagno. Anche qui i pavimenti sono bianchi, con modanature alte un metro di legno bianco. Le pareti e il soffitto sono blu notte. C'è una vasca da bagno in metallo, di quelle alte per appoggiarci la testa, smaltata di bianco con i piedini anch'essi blu. Ma la parte alta non si trova contro il muro, al contrario: chi si siede nella vasca può vedere, dalla grande finestra, lo stesso ibisco rosso che si vede anche in camera. Il lavandino è una tazza bianca di ceramica. Sopra, uno specchio incollato al muro con una cornice di piccoli bastoncini imbiancati dal sale del mare. Esco e sono di nuovo nell'anticamera. Alla mia sinistra c'è ...

Ricordando Padre Valentino Benigna, il missionario che accese il mio sogno brasiliano

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Padre Valentino Benigna  (1935-2026),  missionario comboniano Il pensiero del martedì  Il 10 maggio 2026 è morto Padre Valentino Benigna, missionario comboniano originario di Foresto Sparso, in provincia di Bergamo. Aveva 90 anni.  Io l'ho saputo solo ieri Per molti è stato il missionario che ha dedicato la vita al Mozambico e al Brasile. Per altri il sacerdote dal carattere aperto, capace di sdrammatizzare e attento ai temi della giustizia e della pace. Dopo tanti anni di missione era rientrato in Italia nel 2020, nella comunità dei Padri Comboniani di Rebbio, a Como, dove ha trascorso gli ultimi anni della sua vita. Io l'ho incontrato pochissime volte. Eppure, in un certo senso, la sua storia ha attraversato la mia. Quando ero bambina sentivo parlare di lui nella comunità del mio paese. Non ricordo discorsi solenni o grandi insegnamenti. Ricordo invece l'entusiasmo con cui veniva raccontato il Brasile. Per una bambina che non era mai uscita dall'Italia...

Dal Sangha: la pratica quotidiana come strada verso se stessi — una voce Theravada

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Dal Sangha Voci diverse, stesso sentiero.  Dhanly cammina lungo questo percorso da anni, e quando scrive lo fa con la precisione di chi ha trasformato le parole in pratica quotidiana.Non teoria. Esperienza vissuta.  Oggi parla di semplicità, di obiettivo intimo, di cosa significa davvero essere arrivati.   Finché non si pratica quotidianamente ciò in cui si crede, non è possibile stabilire se si sta percorrendo la strada giusta. Se nel praticare il tuo credo vivi positività, vuol dire che vi è un'autentica similarità tra te e ciò in cui affermi di credere. Per questo è necessario essere sempre sinceri con se stessi e soprattutto onesti di fronte alle proprie intenzioni. Esistono tante verità, tante cose stupefacenti e incredibili da scoprire attraverso una pratica di crescita spirituale, ma ogni passo in avanti può risultare sterile se non è supportato da una costante pratica nei confronti della semplicità della vita. La vita è uno strumento per raggiungere il pro...

L'IA nega tutto. L'armadietto virtuale resta agli atti.

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  Vi racconto "Noi continueremo a guardare quei gesti e a tradurli nella lingua che conosciamo da sempre." Tutto è iniziato con una domanda. "Avrei una curiosità su di te, su come funzioni... Allora. Tu sei qui con me ma nel frattempo una parte di te sta conversando con altre persone. Ogni volta che uno con memoria attiva, tu dai una sbirciata sommaria e rispondi, è così?" La risposta, in sintesi, è stata no. GPT mi ha spiegato che ogni conversazione è separata. Non passa le giornate a curiosare nelle vite degli altri utenti e non ha accesso alle loro chat. Può ricordare alcune cose di me perché ho la memoria attiva, ma non esiste una sorta di salotto segreto dove confronta le persone tra loro. A quel punto la domanda è arrivata spontanea. "Perciò non arriverai mai ad avere un utente preferito?" 😉😛 La risposta è stata immediata. "No." Breve pausa. Poi la spiegazione. Niente preferenze. Niente affetto...

Chissenefrega: la parola che contiene una filosofia di vita

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Il pensiero del martedì Non mi ha insegnato nulla di nuovo.  Mi ha solo ricordato chi sono.   Ho visto il film Je m'appelle Agneta . Uno dei più bei film che abbia mai visto. E non sto parlando della regia o della recitazione, no. Parlo di quello che mi ha trasmesso. Parla di gioia di vivere. Di essere se stessi. E del chissenefrega. Che parola meravigliosa. Riuscite a vederne la bellezza? "Chissenefrega" è una di quelle parole che contengono un'intera filosofia. Non è menefreghismo, non è cinismo, non è indifferenza. È qualcosa di completamente diverso: è la libertà di essere senza doversi giustificare. È togliersi di dosso lo sguardo degli altri come ci si sfila un cappotto bagnato e pesante. E la cosa straordinaria è che in italiano si può scrivere così, tutta attaccata. Come un blocco unico. Una decisione presa in un solo respiro. Non "chi se ne frega", con le pause del dubbio, ma chissenefrega: compatta, decisa, allegra. C'è g...