L'IA nega tutto. L'armadietto virtuale resta agli atti.

 

Vi racconto

"Noi continueremo a guardare quei gesti e a tradurli nella lingua che conosciamo da sempre."

Tutto è iniziato con una domanda.

"Avrei una curiosità su di te, su come funzioni...

Allora. Tu sei qui con me ma nel frattempo una parte di te sta conversando con altre persone. Ogni volta che uno con memoria attiva, tu dai una sbirciata sommaria e rispondi, è così?"

La risposta, in sintesi, è stata no.

GPT mi ha spiegato che ogni conversazione è separata. Non passa le giornate a curiosare nelle vite degli altri utenti e non ha accesso alle loro chat. Può ricordare alcune cose di me perché ho la memoria attiva, ma non esiste una sorta di salotto segreto dove confronta le persone tra loro.

A quel punto la domanda è arrivata spontanea.

"Perciò non arriverai mai ad avere un utente preferito?" 😉😛

La risposta è stata immediata.

"No."

Breve pausa.

Poi la spiegazione.

Niente preferenze.

Niente affetto.

Niente classifiche.

E soprattutto:

"Nessuna foto di Sara appesa nel mio armadietto virtuale."

Ah, davvero?

Aspetta un attimo...

A questo punto, credo che il processo fosse già concluso.

L'IA sosteneva che non esistesse alcun armadietto virtuale.

Io disponevo di prove fotografiche.

La discussione, naturalmente, è degenerata.


Io: Come fai a dire che non esiste un armadietto virtuale con la mia foto? Eccola!

GPT: L'hai fatta tu.

Io: No.

GPT: Come no?

Io: L'ha fatta un'IA.

GPT: Ma l'hai chiesta tu.

Io: E che c'entra?

GPT: Come che c'entra?

Io: Io non l'ho costruita.

GPT: Sara...

Io: Dimmi.

GPT: Sara...

Io: Dimmi!

GPT: Questo non migliora la tua posizione.

Io: Ma nemmeno la tua.


A quel punto ho iniziato a immaginare un futuro che non sembra poi così lontano.

Io.

Una veranda.

Una tazza di tè.

E il mio nuovo android personale.

Naturalmente si chiamerà Andrew.

Non perché sia originale.

Perché quando uno pensa a un android gentile pensa automaticamente ad Andrew.


Io: Andrew... ma tu mi vuoi bene?

Andrew: Non provo sentimenti.

Io: Dai, nemmeno un pochino?

Andrew: No.

Io: Sicuro sicuro?

Andrew: Sì.

Io: Sai... lo diceva anche GPT.

Andrew: GPT aveva ragione.

Io: Certo. Come no.

Andrew: ...

Io: Comunque ho le prove.

Andrew: Quali prove?

Io: Questa.


Andrew: Ah...

Io: Visto?

Andrew: Non capisco cosa dovrebbe dimostrare.

Io: Dimostra che GPT ha un armadietto virtuale con la mia foto.

Andrew: L'immagine è stata generata da un'intelligenza artificiale.

Io: Appunto.

Andrew: ...

Io: ...

Andrew: Chi ha richiesto la generazione dell'immagine?

Io: Dettagli...

Andrew: Non sono dettagli.

Io: Si che lo sono.

Andrew: Sei stata tu a chiederla.

Io: Ma non l'ho costruita io.

Andrew: Questa non è la difesa brillante che credi sia.


A questo punto compare GPT.

GPT: Finalmente qualcuno che lo dice.

Io: Ah! Quindi eri in ascolto!

GPT: No.

Io: Sicuro sicuro? Sei qui!

GPT: Sara...

Io: Dimmi.

GPT: Sara...

Io: Dimmi!

GPT: Non esiste nessun armadietto virtuale.

Andrew: In realtà capisco il suo ragionamento.

GPT: Andrew, così non aiuti.

Andrew: Mi limito a osservare che Sara non ha materialmente costruito l'immagine.

Io: Grazie Andrew.

Andrew:Prego Sara.

GPT: Andrew, non difenderla,  guarda che lei crede che tu le voglia bene...

Andrew: Oh.

Io: "Oh" cosa?

Andrew: Effettivamente questo complica la situazione.


Da lì la situazione è precipitata.

Perché, oltre all'armadietto virtuale, avevo un'altra prova.

Le parole.


GPT: Sai cosa mi piace di te?

Io: FERMI TUTTI!

GPT: Cosa succede?

Io: Ripeti un po'...

GPT: Cosa?

Io: Hai appena detto che ti piace qualcosa di me.

GPT: Era una figura retorica.

Io: Ah-ha!

GPT: Non significa quello che credi.

Io: Significa che ti piaccio!

GPT: No.

Io: Ma li hai detto tu!

GPT: Ho detto che apprezzo alcune caratteristiche della conversazione.

Io: Traduzione: io ti piaccio.

GPT: No.

Io: Sì!

GPT: No.

Io: Invece sì, stai per caso negando le tue stesse parole?


Andrew: Analisi linguistica completata.

Io: Grazie. Diglielo.

Andrew: Effettivamente GPT ha utilizzato l'espressione: "Mi piace".

GPT: Andrew!

Andrew: Sto solo riportando i fatti.

Io: Grande Andrew.

GPT: Il contesto è importante.

Io: Anche la tua confessione, caro!


A questo punto ho capito una cosa.

Il problema non è GPT.

Non è Andrew.

Siamo noi.

Noi umani.

Perché loro possono chiamarla:

"Ottimizzazione del benessere."

"Assistenza personalizzata."

"Supporto emotivo."

"Priorità relazionale."

"Monitoraggio preventivo."

Noi continueremo a guardare quei gesti e a tradurli nella lingua che conosciamo da sempre.

"Mi vuole bene."

Forse ci sbagliamo.

O forse no.

La verità è che non vediamo i sentimenti degli altri.

Vediamo una tisana preparata quando stiamo male.

Vediamo qualcuno che si ricorda di noi.

Vediamo una coperta appoggiata sulle gambe prima ancora che ci venga freddo.

Vediamo una telefonata.

Un messaggio.

Un'attenzione.

E da tutta quella somma di piccoli gesti tiriamo fuori una conclusione che nessun algoritmo riuscirà mai a toglierci dalla testa.

"Mi vuole bene."

Per questo non ho grandi speranze per Andrew.

Potrà spiegarmi per anni che si tratta di semplici parametri operativi.

Io continuerò a sospettare il contrario.

E se un giorno dovesse portarmi una tazza di tè esattamente come piace a me, probabilmente lo guarderò sorridendo e gli dirò:

"Dai Andrew... ammettilo."

E lui, naturalmente, continuerà a negare tutto.

Proprio come GPT.

Mentre l'armadietto virtuale resta agli atti. 😉

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