Martedì Smettere di rimandare la vita: quello che due anni di malattia mi hanno insegnato


Il pensiero del martedì

Il presente non è una sala d'attesa...


Sono due anni che sto male, due anni e mezzo da quando ho avuto il fuoco di Sant'Antonio.

Due anni in cui ogni volta che stavo meglio, la ricaduta faceva ancora più male della malattia stessa.

C'era solo: «Ecco, di nuovo. Non guarirò più. È sempre peggio.» E giù di autocommiserazione.

Ma succede che uno, a un certo punto, si arrende. Non per sconfitta, ma per accettazione.

Ne ho parlato anche con Tomo. A volte, quando dico "se un giorno guarisco", lui mi corregge: «quando un giorno guarisci».

Ho dovuto spiegargli che a un certo punto bisogna anche smettere di vivere in attesa e imparare a godersi la vita per quella che è.

Lo so, chi ci ama lo dice per incoraggiarci. Per darci speranza.

Ma c'è un piccolo paradosso nascosto in quella frase.

Come se la vita vera fosse sempre dopo.
Dopo il dolore.
Dopo la fatica.
Dopo il momento difficile.

Come se il presente fosse soltanto una sala d'attesa da attraversare stringendo i denti.

A un certo punto però ho capito una cosa: non posso passare la vita aspettando di stare bene per iniziare a viverla.

Il dolore c'è. Alcuni giorni di più, altri di meno.
Ma intanto il sole entra comunque dalla finestra.
Il caffè è sempre buono.
E le persone che amo continuano ad esistere adesso, non "quando guarirò".

E allora forse non è arrendersi.
Forse è smettere di rimandare la vita.

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