[Sguardo] Il gioco che uccide: quando lo scherzo diventa tragedia
C'è una soglia sottile, quasi invisibile, che separa uno scherzo da una tragedia. Non è fatta di intenzioni, nessuno dei protagonisti di queste storie voleva morire, né voleva uccidere. È fatta di un istante: quello in cui qualcun altro, che non era nel copione, deve decidere in una frazione di secondo se quello che ha davanti è un gioco o una minaccia reale. E sceglie di credere alla minaccia, perché è l'unica scelta che la prudenza gli permette.
A San Paolo, pochi giorni fa, due dipendenti di un autolavaggio hanno inscenato una finta rapina davanti a un negozio. Lo avevano già fatto altre volte, evidentemente, o almeno così hanno pensato: "È solo uno scherzo". Un agente della polizia civile che passava di lì non conosceva il copione. Ha visto una rapina e ha agito come gli è stato insegnato ad agire. Uno dei due uomini è morto. Ha lasciato moglie e una bambina.
Non è un caso isolato e non è nemmeno un caso brasiliano. Anni fa, a Laterza, in provincia di Taranto, un gruppo di amici ripeteva uno scherzo ormai collaudato: pietre sulla strada per costringere un'auto a rallentare, poi un ragazzo mascherato che compariva davanti al parabrezza impugnando una pistola giocattolo identica a una vera. Lo avevano già fatto e aveva sempre funzionato. Quella notte, però, l'auto che rallentò non era quella degli amici di ritorno dalla discoteca, ma una gazzella dei Carabinieri. William Perrone aveva diciannove anni.
Anni dopo, a Nashville, un ventenne di nome Timothy Wilks si avvicinò con un amico a un gruppo di sconosciuti in un parcheggio, brandendo due coltellacci da macellaio. Voleva solo girare un video per il suo canale YouTube: riprendere le facce terrorizzate di persone che non sapevano di essere finite dentro uno scherzo. Uno di loro aveva una pistola. E, soprattutto, non sapeva di essere il protagonista di uno spettacolo.
Tre continenti, tre epoche diverse, la stessa identica dinamica. E in ognuna di queste storie, a premere il grilletto non è stato un mostro. È stato qualcuno che ha fatto esattamente ciò che, in quel momento, riteneva necessario fare: valutare un pericolo apparente e reagire per proteggere sé stesso o gli altri.
La responsabilità, allora, non sta in chi ha creduto che quel pericolo fosse reale. Sta in chi ha deciso di trasformare la paura degli altri in un gioco. Perché nel momento in cui costringi uno sconosciuto a credere di essere in pericolo, lo scherzo smette di appartenere a chi lo ha organizzato ed entra nella realtà di chi lo subisce. E la realtà, purtroppo, non conosce il copione.
Forse è proprio questo il punto su cui vale la pena fermarsi. Viviamo in un tempo che ha trasformato la paura altrui in contenuto, in materiale da video, in occasione di intrattenimento... e quel che è peggio, al numero ei Luke. Ma soprattutto, abbiamo smesso di chiederci cosa succede a chi, dall'altra parte, non ha scelto di partecipare al gioco.
Essere simpatici è una bella qualità. Volerlo essere a tutti i costi, invece, un costo ce l'ha. E qualche volta quel costo è più alto di una risata.
Sguardo
