Una dogana in Tunisia e la solitudine di chi non viene creduto

 


Il pensiero del martedì (in ritardo)

"A volte basta una dogana per scoprire quanto siamo soli e quanto siamo forti."

Stavo guardando uno di quei programmi su YouTube ambientati negli aeroporti, con i controlli doganali, le valigie aperte e i passeggeri nervosi sotto le telecamere. A un certo punto mi sono ritrovata a sorridere, perché mi è tornata in mente una storia che mi riguarda da vicino.
È successo quattro o cinque anni fa, quando vivevamo ancora in Tunisia.

Claudio ha un problema di omonimia e, ogni volta che passiamo una dogana, viene fermato per controlli. Quella volta eravamo in macchina e, sapendo che sarebbe stata una cosa lunga, mi disse:
«Vai avanti tu con la macchina, io ti raggiungo.»

Mi misi in coda. Passò un quarto d'ora. Poi mezz'ora. Poi un'ora.
Lo chiamai. Nessuna risposta.
Lo richiamai. Ancora niente.

Non avevo idea di dove fosse mio marito e, quando finalmente arrivò il mio turno, ero già agitata di mio.
I poliziotti se ne accorsero subito.

Con il mio francese piuttosto incerto cercai di spiegare che Claudio era stato fermato e che non era ancora arrivato, ma non servì a molto.
Mi svuotarono completamente la macchina. Aprirono ogni sportello, controllarono dappertutto. A un certo punto mi aspettavo quasi che smontassero anche i sedili.
Alla fine mi sedetti nel baule ad aspettare.

Poi mi dissero di portare l'auto allo scanner. Lo feci, ma lo scanner non funzionava.
Continuarono comunque a cercare.
Più mi vedevano nervosa, più si convincevano che ci fosse qualcosa che non andava.

Chiamarono un interprete. Spiegai di nuovo la situazione.
Nemmeno lui mi credette.

Alla fine arrivò un superiore e chiese cosa stesse succedendo.
«È la signora», gli dissero. «Continua a ripetere "mio marito, mio marito", ma è troppo nervosa.»

Nel frattempo stavo ancora cercando di chiamare Claudio.
Il superiore mi urlò:
«Spenga quel telefono.»

Lo spensi. O almeno, spensi lo schermo.
Non il telefono.
Ancora oggi non saprei dire se l'ho fatto apposta oppure no.

Lui vide che lo schermo era ancora acceso e mi urlò di nuovo.
Io lo guardai.
Guardai lo schermo.
Poi lo chiusi, continuando a sostenerne lo sguardo con tutta la sfida che avevo in corpo.
Perché, a quel punto, ne avevo abbastanza di essere trattata come una delinquente.

Finalmente arrivò Claudio.
Lo indicai e dissi:
«Questo è mio marito.»

Claudio spiegò la situazione.
E io, prima di andarmene, aggiunsi:
«Mi avete trattata come una delinquente senza avere la minima idea di quello che stava succedendo. Non vi siete fermati nemmeno a chiedermi perché fossi nervosa. Non avete nemmeno provato a tranquillizzarmi.»

Probabilmente, con quella sfida, stavo tentando la sorte.
Ma tant'è.
Mi lasciarono andare.

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