Il rischio di sbocciare

 



Il pensiero del martedì

Non tutto ciò che sentiamo ha il diritto di decidere per noi.

Proprio ieri mi è successa una cosa.

Scrivo alla mia vicina per sapere come sta. Lei mi risponde che è a São Paulo per sbrigare delle faccende e che sta bene, poi mi chiede come sto.

Io rispondo:

"Bene dai, tra un dolore e l'altro sopravvivo 🙂."

Subito dopo mi sono sentita in imbarazzo per essermi scoperta, come se volessi attirare l'attenzione. Cosa non vera.

Ma il mio cervello ha iniziato a dire:

Sei sempre la solita. Parli troppo. Vola basso ogni tanto!

Mi sono mandata a quel paese subito.

Non volevo provare imbarazzo per aver semplicemente detto come mi sentivo.

Ed ecco che, tra le tante parole belle che mi capitano, ho trovato questa che detesto nella maniera più assoluta.

Imbarazzo.

Non perché sia una brutta parola in sé, ma perché sembra portarsi dietro un intero mondo di situazioni che magari ti fanno venire voglia di scappare da se stessi.

Per me l'imbarazzo è un sentire inutile.
Non serve a nulla, se non a spegnere ciò che abbiamo dentro.
A farci pensare a come appariremo invece che a ciò che siamo.
A farci richiudere proprio quando avremmo qualcosa da dire.

E allora mi è tornata in mente una frase attribuita ad Anaïs Nin:

«E venne il giorno in cui il rischio di rimanere chiuse in un bocciolo fu più doloroso del rischio di sbocciare.»

E forse è proprio questo.

A volte il rischio non è quello di esporsi.
Il rischio è richiudersi.

Per paura del giudizio, dell'imbarazzo, di sembrare troppo, di aver parlato troppo, di esserci mostrati un po' più di quanto avevamo programmato.

E allora forse vale la pena ricordarsi che non tutto ciò che sentiamo ha il diritto di decidere per noi.

Ieri ho detto semplicemente come stavo.
E oggi penso che continuerò a farlo.

Perché, alla fine, preferisco sbocciare piuttosto che vivere in un bocciolo per paura di essere guardata.

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