Arrestata a Guarulhos per razzismo: la legge brasiliana che non perdona
C'è una scena che vale più di mille discorsi sull'educazione civica.
Un volo Latam atterra a Guarulhos nella notte del 23 giugno. Viene dal Maranhão. I passeggeri devono aspettare a bordo: fuori piove forte e le scale coperte non sono immediatamente disponibili. Niente di drammatico. Succede.
A una passeggera spagnola, però, l'attesa non va giù. E ad alta voce, perché tutti sentano, commenta che il ritardo è dovuto al fatto che là fuori ci sono "solo scimmie".
La Polizia Federale viene avvisata. Quando i passeggeri salgono sul bus che porta al terminal, la donna viene arrestata ancora in pista.
Benvenuta in Brasile!
Quello che la signora evidentemente non sapeva, o sapeva e ha sottovalutato, è che il Brasile non è un posto dove certe parole scivolano via senza conseguenze. Dal 2023, l'ingiuria razziale è uguale al reato di razzismo: c'è la reclusione da 2 a 5 anni, multa e, soprattutto, un reato inafiançável e imprescritível, cioè senza possibilità di cauzione e senza prescrizione.
Ho fatto un po' di ricerca e ho notato che purtroppo non è un caso isolato...
A maggio, un manager cileno era stato arrestato sempre a Guarulhos per aver insultato il personale di bordo di un volo Latam con le stesse parole, aggiungendo insulti omofobi.
A febbraio, un'avvocata argentina aveva imitato una scimmia davanti ai dipendenti di un bar a Ipanema: tre mesi ai domiciliari, braccialetto elettronico, passaporto ritirato e una cauzione di circa 20.000 dollari per poter rientrare nel proprio Paese.
Dopo quel caso, il governo argentino ha persino diffuso un vademecum per i propri turisti: attenzione, in Brasile il razzismo è un reato penale e vi arrestano davvero.
La Legge n. 7.716 esiste dal 1989. È nata in un Paese che, uscito dalla dittatura, ha scelto di mettere nero su bianco un principio molto preciso: il razzismo non è un'offesa, non è una mancanza di tatto, non è un'opinione. È un crimine.
Nel corso degli anni la legge è stata ampliata e rafforzata. Oggi punisce chi discrimina nell'accesso al lavoro, alle cariche pubbliche o ai servizi, chi incita all'odio e, per decisione del Supremo Tribunal Federal, comprende anche omofobia e transfobia.
E qui esco dalla cronaca.
Il razzismo è inaccettabile, sempre! Sia che lo compia un brasiliano o uno straniero. Ma quando a pronunciare certe parole è qualcuno che è arrivato qui da ospite, provo anche un senso di indignazione in più.
Questa è una reazione personale, non certo un principio giuridico. Eppure faccio fatica a capire l'arroganza di chi arriva in un Paese, usa i suoi aeroporti, i suoi servizi, la sua grande ospitalità e poi si sente autorizzato a insultarne le persone.
Per me c'è qualcosa di particolarmente offensivo nel disprezzare proprio la mano che ti sta accogliendo.
Viaggiare è una cosa bellissima. Permette di conoscere luoghi, culture e persone diverse da noi. Ma dovrebbe esistere una regola non scritta, valida ovunque: quando entri nel Paese di qualcun altro, ci entri con rispetto. Non devi condividere tutto, non devi capire tutto, ma non puoi permetterti di guardare dall'alto in basso le persone che lo abitano.
E se scegli di farlo, devi anche essere pronto ad accettarne le conseguenze.
Perché ogni volta che la Polizia Federale brasiliana ferma qualcuno sul bus dell'aeroporto per quello che ha detto, sta mandando un messaggio molto preciso al resto del mondo: qui la dignità delle persone non è negoziabile.
E poi c'è poi quest'altra cosa che trovo interessante. Non molti anni fa, probabilmente, una frase del genere sarebbe scivolata via. Qualcuno avrebbe borbottato, qualcun altro avrebbe invitato a lasciar perdere e tutto sarebbe finito lì. Invece oggi, sempre più spesso, qualcuno sta dicendo: basta.
E quella parola, in Brasile, si chiama coraggio civile. Ed ha anche le manette.
