L'accento che non devo perdere
«Essere accolti non significa diventare qualcun altro. Significa sentirsi a casa restando sé stessi.»
Oggi al supermercato una cassiera mi ha chiesto:
«Sei italiana?»
Le ho risposto di sì.
Lei ha sorriso e mi ha detto:
«Si sente. Hai un accento molto forte.»
Allora ho scherzato:
«Già... e non so se riuscirò mai a perderlo.»
La sua risposta mi ha colpita più di quanto immaginassi.
«Ma non lo devi perdere. Tu sei italiana. Il tuo accento è bello così com'è.»
Sono parole semplici.
Probabilmente per lei era solo una frase gentile. Per me, invece, è stato molto di più. Perché chi vive lontano dal proprio paese conosce bene quella sensazione sottile di essere sempre un po' diverso.
L'accento ti segue.
Ti accompagna negli anni.
Ti tradisce prima ancora che tu abbia finito una frase.
E a volte ci si chiede se un giorno sparirà.
Se un giorno si parlerà come tutti gli altri.
Se un giorno non si verrà più riconosciuti come stranieri.
Eppure quella donna, in pochi secondi, ha ribaltato completamente la prospettiva.
Non mi ha detto che il mio accento era un problema.
Non mi ha detto che avrei dovuto correggerlo.
Non mi ha detto che, vivendo in Brasile, avrei dovuto parlare come una brasiliana.
Mi ha detto il contrario.
Mi ha detto che potevo restare italiana.
Che non c'era nulla da correggere.
Che non c'era nulla da nascondere.
Ripensandoci, credo che ciò che mi ha emozionata non fosse il complimento.
Era l'accoglienza.
Quella forma di accoglienza che non ti chiede di diventare qualcun altro per essere accettato.
Che non ti dice:
«Se vuoi stare qui, devi assomigliarci.»
Ma ti dice:
«Puoi stare qui così come sei.»
Forse è questo che mi colpisce da sempre dei brasiliani.
Hanno molti difetti, come tutti i popoli. Ma spesso possiedono una qualità rara. Ti lasciano spazio per essere te stesso. Non cercano immediatamente di correggerti, definirti o inserirti in una categoria.
Ti incontrano.
E basta.
Uscendo dal supermercato continuavo a ripensare a quella frase.
«Non lo devi perdere.»
Forse aveva ragione.
Perché il mio accento racconta una storia. Parla del luogo da cui vengo. Delle strade che ho percorso.
Delle persone che ho amato.
Della vita che ho vissuto.
E forse l'accoglienza più bella non è quella che ci trasforma. È quella che ci permette di restare chi siamo.
Solo molte ore dopo ho capito perché quelle parole mi avevano emozionata così tanto.
Quello stesso giorno, dopo una lunga riflessione sulla mia vita, mi sono ritrovata a dire ad alta voce una frase che non avevo mai pronunciato prima:
«Sono a casa.»
E mentre lo dicevo ho pianto.
Non di nostalgia.
Non di tristezza.
Di felicità.
Perché in quel momento ho compreso una cosa semplice: potevo sentirmi a casa senza smettere di essere italiana.
Non dovevo scegliere tra le mie origini e la mia vita.
Non dovevo perdere il mio accento.
Non dovevo lasciare indietro nessuna parte di me.
Forse è per questo che le parole di quella cassiera mi hanno toccata così profondamente.
Senza saperlo, mi aveva regalato esattamente ciò che stavo scoprendo quel giorno.
Che essere accolti non significa diventare qualcun altro.
Significa sentirsi a casa restando sé stessi.
