Difterite e vaccini: la responsabilità che non si può denunciare

 


Tutti hanno detto qualcosa, e anch'io voglio dire la mia.

Una bambina è morta di difterite e i genitori denunciano gli ospedali.

I sanitari hanno sbagliato qualcosa? 

Può essere. È giusto che qualcuno lo accerti. Se hanno sbagliato, ne risponderanno.

I genitori hanno preso una decisione riguardo alla salute della propria figlia?

Sì.

Perciò è inutile girarci intorno: quella responsabilità non scompare perché, successivamente, qualcun altro potrebbe aver commesso un errore.

Una responsabilità non cancella automaticamente l'altra.

Se dall'indagine emergesse che una diagnosi tempestiva avrebbe potuto salvarla, sarebbe importantissimo saperlo. Ma questo non permetterebbe di riscrivere la storia come se la bambina fosse stata vaccinata e poi fosse morta comunque.

E, più di tutto, denunciare qualcuno non assolve se stessi.

Io amo molto la parola responsabilità.

Perché significa prendere una posizione. Significa sapere che dalle proprie azioni possono derivare delle conseguenze.

Se tu, genitore, hai la responsabilità del benessere di tuo figlio e non lo proteggi, le conseguenze di quella scelta non possono semplicemente sparire.

Puoi anche prendertela con tutti gli dei del paradiso, con i medici, con gli ospedali, con le case farmaceutiche.

Ma quella responsabilità, quella vera, nasce da una scelta. E quella scelta, questa volta, non nasce dal dubbio o dalla paura confusa di chi non sa più a chi credere. Nasce da una storia che circola da trent'anni, partita da uno studio poi smontato, smentito e ritirato dalla stessa rivista che lo aveva pubblicato, eppure ancora capace di convincere una madre a lasciare sua figlia senza protezione.

Ecco perché la parola responsabilità mi sta così a cuore. Non perché serva a puntare il dito su chi ha già perso tutto, ma perché è l'unica cosa che, raccontata per intero, può salvare la prossima bambina.


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