[Sguardo] L'Europa e l'immigrazione: la cecità scelta di chi non vuole guardare
Oggi è Pasqua
"Mica possiamo prenderli tutti."
Oh, quante volte l'ho sentita. Detta con quella tranquillità di chi non ha mai dovuto scegliere davvero tra restare o partire. Di chi la mattina si sveglia, apre il frigo, e la sua unica preoccupazione è cosa mangiare.
Capisco. Davvero. Perché è difficile immaginare quello che non si è mai visto. È difficile sentire quello che non si è mai vissuto.
Ma è anche difficile giustificare chi non prova neanche a capire. Perché informarsi si può. Leggere si può. Chiedersi il perché si deve.
Eppure…
C'è qualcosa che mi fa impazzire più della cattiveria consapevole: la cecità scelta. Quella di chi decide di non guardare. Di non sapere. Di non capire. E poi parla. Vota. Decide. Anche per gli altri.
Parliamo di esseri umani che cercano di andare a vivere in un posto dove si stia meglio. Incredibile, vero? Sembra quasi una rivoluzione.
È una cosa che abbiamo fatto tutti, in forme diverse: cambiare città, paese, quartiere. Cercare condizioni migliori. La differenza è che loro spesso partono senza nulla. Senza sicurezza, senza garanzie, a volte senza ritorno.
E prima di parlare di "muri, centri di detenzione, rimpatri accelerati, procedure di screening", tutta la terminologia tecnica con cui l'Europa ha imparato a parlare di persone come se fossero pratiche amministrative, forse varrebbe la pena ricordare un pezzo di storia.
Perché no, l'Europa in Africa non c'è andata a portare benessere. Ci è andata a prendere risorse. Oro, avorio, diamanti, caucciù, cotone, cacao, petrolio. Ha tracciato confini a tavolino, unendo popoli che non si conoscevano e dividendo comunità che esistevano da secoli. E questo non è un'opinione. È storia.
Poi, nel tempo, molti di quei paesi sono rimasti intrappolati in equilibri fragili, conflitti, economie dipendenti. Non è tutta la spiegazione, ma è una parte della storia che spesso si preferisce dimenticare.
E oggi gli stessi paesi che per secoli hanno preso da quel continente stanno discutendo su come impedire alle persone di muoversi. Come se il movimento fosse il problema. Come se la disperazione fosse una colpa.
Così si costruiscono centri di detenzione fuori dai confini europei. Fuori. Per non dover guardare troppo da vicino quello che succede. Si allungano i tempi di detenzione. Si accelerano i rimpatri. Tutto in nome dell'ordine, della sicurezza, della sovranità.
Ma c'è una cosa che resta vera, comunque la si giri: nessuno sceglie dove nascere. Nessuno sceglie di nascere in un posto dove non c'è acqua, dove la guerra è normale, dove la fame non è emergenza ma condizione.
Quindi no. Il punto non è che "non si possono prendere tutti". Il punto è che non si vuole guardare quello che è successo, e quello che continua a succedere.
E finché non si guarda, non si capisce. E finché non si capisce, si continuerà a parlare di esseri umani come se fossero problemi da smistare.
Questo è il mio sguardo. E oggi è più incazzato del solito.
