La natura non bussa alla porta (e a volte entra lo stesso)
Ho scelto di vivere in mezzo alla natura. Nessuno però mi aveva avvertita che la natura, a volte, avrebbe scelto di vivere anche dentro casa mia.
Dopo la riflessione di domenica, nella rubrica Sguardo, sulla vicenda di alcuni turisti a Serina che si sono lamentati del rumore dei campanacci delle mucche e dell'odore di stalla, mi sono ritrovata a pensare alla mia esperienza di vita in una riserva naturale.
Ora, posso capire che certi rumori e certi odori, per alcune persone, possano essere davvero difficili da sopportare. Ognuno ha il proprio livello di tolleranza, le proprie sensibilità e le proprie abitudini.
Ma da qui ad andare dal sindaco per chiedere di intervenire su qualcosa che fa parte dell'identità stessa di quel luogo, forse si va un po' oltre.
Perché le mucche con i campanacci non sono un disturbo arrivato da fuori. Sono parte della montagna. Così come l'odore di stalla non è un errore da correggere: è il profumo del lavoro di chi vive e mantiene quei territori.
E così ho pensato alla mia scelta di venire a vivere in una riserva naturale.
Sì, è un paradiso. Ma non il paradiso immaginato nelle fotografie patinate.
È un paradiso vero.
E il paradiso vero ha i suoi rumori, i suoi odori e le sue sorprese.
Ho i pappagalli che, allo spuntar del sole, decidono di fare una riunione proprio sugli alberi davanti casa mia. A volte penso: "Con tutto lo spazio che avete, proprio qui dovevate mettervi?" Ma poi sorrido, perché quei versi fanno parte di questo posto.
Ho imparato anche che un grillo in casa può diventare un avversario temibile. Non perché sia rumoroso in modo insopportabile, ma perché è un musicista invisibile: canta, si ferma, ricomincia, e tu non riesci a capire da dove arrivi il suono.
Per fortuna ho sviluppato una tecnica: un colpo su un mobile alla volta. Quando il grillo sente la vibrazione smette di cantare, e piano piano riesco a capire dove si nasconde. Finora ho sempre vinto io. Lui viene accompagnato fuori, nel suo ambiente naturale, dove può continuare tranquillamente il suo concerto.
Poi ci sono i rospi.
Loro hanno un concetto molto personale di ospitalità: entrano, fanno un giro per casa e, come ricordo della visita, lasciano anche qualcosa.
A quel punto parte il trasferimento: una salvietta per fermare i salti, poi lo prendo delicatamente e lo porto vicino alla foresta.
E sì, gli parlo anche.
"Su, a casa tua adesso. E cerca di non venire più a fare i tuoi bisogni nella mia."
Probabilmente lui non capisce, ma io mi sento meglio.
La mia casa, poi, non è frequentata solo da piccoli visitatori. C'è l'iguana che passeggia tranquillamente sotto il portico come se fosse il proprietario, e ci sono le scimmiette sugli alberi che ogni tanto mi chiamano con i loro versi.
Ho scelto di vivere qui sapendo che non avrei avuto solo il lato bello della natura.
La natura non è un giardino ordinato dove tutto resta al proprio posto. È movimento, rumore, vita. È qualcosa che non chiede permesso.
A volte mi sveglia. A volte mi sporca il pavimento. A volte mi fa ridere.
Ma è anche il motivo per cui ho scelto questo posto.
E allora, quando un pappagallo decide che il mio albero è il suo palco o un rospo pensa che casa mia sia un buon rifugio, mi ricordo una cosa semplice: non sono io ad aver conquistato la natura.
Sono io che ho avuto il privilegio di essere sua ospite.
