[Sguardo] Quando un luogo non è fatto per noi (e non il contrario)

 



Quando scegliamo un luogo, ci chiediamo ancora se quel luogo faccia per noi?

Oppure ci aspettiamo che sia il luogo ad adattarsi a noi?

È una domanda che mi è venuta spontanea leggendo la notizia di alcuni turisti che si sono lamentati del rumore dei campanacci delle mucche e dell'odore di stalla.

Naturalmente esistono situazioni oggettivamente problematiche che meritano di essere affrontate. Non sto parlando di questo.

Sto parlando di quei casi in cui il disagio nasce proprio dall'identità del luogo.

Così una montagna dovrebbe smettere di profumare di stalla.

Una spiaggia dovrebbe liberarsi dei gabbiani.

La campagna dovrebbe convincere il gallo a cantare più tardi.

Il bosco dovrebbe avere meno insetti.

E una città dovrebbe essere meno affollata e rumorosa.

È come se ci fossimo abituati all'idea che tutto possa essere modellato sulle nostre aspettative.

Eppure ogni luogo possiede una propria identità.

La montagna non è soltanto un bel panorama: è pascoli, allevamenti, campanacci, odore di fieno e di stalla.

La spiaggia non è soltanto sabbia e tramonti: è vento, sale e gabbiani.

Il bosco non è soltanto silenzio: è umidità, insetti e vita.

La città non è soltanto servizi e comodità: è anche traffico, persone, rumore e movimento.

Se togliamo tutto ciò che ci infastidisce, rischiamo di togliere anche ciò che rende ogni luogo unico.

Forse il punto non è domandarsi come cambiare quel posto.

Forse la domanda giusta è un'altra:

Quel luogo fa davvero per me?

Perché scegliere un luogo significa accogliere anche la sua natura, non soltanto la parte che ci piace.

Altrimenti, un po' alla volta, rischiamo di trasformare ogni luogo nello stesso luogo...


Sguardo

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