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Visualizzazione dei post da febbraio, 2026

Stagione delle piogge in Brasile: quando Mosè viene a trovarti e non se ne va più

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  Dicembre. Gennaio. Febbraio. Tre mesi in cui il Brasile ha deciso che l'acqua dal cielo non è un fenomeno meteorologico, ma una filosofia di vita. Loro la chiamano stagione delle piogge. Io la chiamo il periodo in cui Mosè è venuto a trovarci. Ci si sveglia con il rumore della pioggia. Si va a dormire con il rumore della pioggia. Nel mezzo? Indovinate. Io amo la pioggia, sia chiaro. La benedico, la trovo romantica, poetica, rigenerante. Ma anche le palle sono piene — di pioggia, ovviamente. I brasiliani, nel frattempo, sono serafici. Il loro mantra universale, valido per qualsiasi situazione — alluvione inclusa — è: "Se Deus quiser." Se Dio vuole... E io li amo anche per questo. Per quella capacità di arrendersi al cielo senza drammi, senza resistenza. Con un sorriso. E fin qui, tutto bello. Tutto spirituale. Tutto zen. Ma permettetemi un'osservazione: se Dio ha deciso di concentrare le piogge di un anno intero in tre mesi forsenna...

Domande banali e un colibrì: quando non fare nulla è già il viaggio

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  Oggi non ho molto da fare e mi faccio domande banali, così sciocche che non necessitano nemmeno risposta. Osservo la palma davanti a me e guardo la pioggia che viene catturata dalle sue foglie. Quando queste si riempiono, l'acqua viene rilasciata e raccolta dalla tela che rimane in basso. Mi chiedo: quanta di quest'acqua verrà assorbita dalla pianta prima che evapori al primo raggio di sole? Il mio sguardo gira e va alle nuvole che, oggi, in assenza di vento, viaggiano lente. Mi chiedo se si accumuleranno ancora o si dissolveranno al sole prima di raggiungere una nuova meta. Ed ecco che arriva un colibrì, che succhia il nettare da un fiore cresciuto sulla siepe. Mi chiedo quanti fiori gli servano per sentirsi sazio. C'è poi una mosca sul bordo della poltrona, che si tiene salda per contrastare l'aria del ventilatore. Poi si rilassa, sfregando le sue zampette. Mi chiedo se esista un animale altrettanto sgraziato e fastidioso. La risposta arriv...

Punch, il macaco abbandonato: quando lo [Sguardo] si ferma sulla pucciosità e dimentica la coerenza

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  Punch ha sei mesi. È nato in uno zoo giapponese, a Chiba, ed è diventato una piccola star sui social in poche settimane. È tenero, è minuscolo, è perfetto per un reel, non trovate? E sua madre lo ha abbandonato alla nascita, ok! Fin qui, la notizia. Adesso spostiamo lo Sguardo. Quante volte avete sentito dire: "Preferisco gli animali agli esseri umani. Loro sono puri. Loro amano in modo incondizionato." È una frase che ritorna spesso. Troppo spesso. Per carità, non c'è nulla di sbagliato nell'amare gli animali, anzi! Il problema nasce quando quell'amore diventa un rifugio morale: una purezza proiettata, comoda, che non contraddice, non delude, non mette in discussione. Poi arriva Punch. Un animale "puro", "istintivo", "libero da sovrastrutture umane". E l'abbandono accade. E lo Sguardo dove si posa? Non sull'abbandono da parte della madre.  Non sulla fragilità dell'istinto. Non sul...

Lo sporco gioca a nascondino

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  Consigliata a chi pensa che la polvere abbia un sindacato segreto! A volte mi chiedo se lo sporco si diverta a giocare a nascondino . Perché uno si impegna: aspira, lava, si piega in acrobazie degne di una lezione di yoga. Poi si gira tutto soddisfatto per godere del lavoro fatto e… voilà ! Brusighini*  ovunque, come coriandoli dopo una festa non invitata. Lo sporco non è solo polvere: è un artista del camouflage, un ninja delle fessure, un illusionista che appare quando meno te lo aspetti. Giuro che i brusighini hanno un sindacato: si organizzano per comparire solo quando abbasso la guardia. Alla fine ho capito: non sto pulendo casa, sto partecipando a un reality segreto, “Chi vuole diventare polvere?” La verità? Lo sporco ha il senso dell’umorismo. I brusighini sono più veloci di qualsiasi aspirapolvere. La soddisfazione di un pavimento pulito dura esattamente 3 secondi. Morale  della fa...

Il viaggio che porta a fondo: consapevolezza, maestro e cammino interiore

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  Una riflessione profonda sul cammino interiore, ispirata dalle parole di Michy. Quello che Michy scrive lo sento dentro. Non perché lo capisca, ma perché lo riconosco. Per me questo è l’unico viaggio possibile: quello che non porta lontano, ma porta a fondo. E se vogliamo davvero smettere di girare intorno alle cose, prima o poi da lì bisogna passare. È l’unico vero viaggio che possiamo intraprendere è quello alla scoperta di noi stessi, perché l’unica verità è ciò che siamo. Durante questo lungo cammino, siamo sempre esposti a pericoli esterni, ma non dobbiamo lasciarci trascinare né deviare dalla nostra meta. È fondamentale essere determinati nel proseguire il nostro viaggio con la consapevolezza che tutto ciò che è fuori di noi è un’illusione, ma può anche diventare uno strumento utile se usato correttamente. Questo viaggio è tortuoso e difficile, ma è meraviglioso scoprire chi siamo e cosa possiamo diventare se solo ci crediamo. È u...

[Sguardo] sul ghiaccio: quando la tecnica diventa grazia

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Oggi lo Sguardo non vuole essere polemico ... Oggi non c’è niente da chiarire, niente da protestare, niente da sistemare. Solo uno Sguardo. Puro. Lineare. Perfetto. Oggi ci sono loro che scivolano sul ghiaccio come se fossero nati su quelle lame sottili, come se l’equilibrio fosse la loro lingua madre. Triplo Lutz, Axel, quadruplo toe loop… parole tecniche che suonano quasi dure, e invece in aria diventano leggerezza. Decollano e il tempo si ferma. Atterrano su una lama esterna pulita, precisa, come una decisione presa senza tremare. Le pirouette sono centrature perfette: sit spin, camel spin… il corpo che ruota e non perde asse. Penso a quanto sia difficile restare centrati mentre tutto gira. Loro lo fanno sul ghiaccio, a velocità impossibile. Sorridono come se fosse la cosa più semplice del mondo... E si guardano. Uno sguardo che rimane mentre il mondo attorno a loro gira. Nelle sequenze di passi c’è qualcosa che mi incanta più dei salti: il la...

Santa Isabel: addominali e costanza, due storie di vita

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La forma cambia, la costanza resta. E pure il sorriso.   Oggi ero a Santa Isabel. Seduta in macchina, aspetto il mio Tono e faccio la cosa che amo di più: guardare. Dall’altra parte della strada un uomo sulla sessantina mi cattura l’attenzione: per allacciarsi i bermuda aggancia la maglietta sotto il mento e… addominali in bella vista. Evidenti. La ragazza dei parcheggi mi distrae un attimo: rispondo e lei se ne va. Quando torno a guardare nello stesso punto… stessa posizione, stesso gesto, stessa età. Solo che questa volta gli addominali sporgono… ma in modo diverso. E lì ho sorriso. Perché in pochi secondi ho visto due storie diverse, due corpi che raccontano strade differenti: non so esattamente quali siano, ma per me vanno bene entrambi. Che poi, com’è che si dice? Un uomo allenato è come un campo lavorato: dietro c’è costanza. Ma anche: omo de panza, omo de costanza . La costanza c’è per entrambi, ed entrambi mi sono sembrati felici. Anc...

Quella strana emozione che non è aspettativa: è la Vita che accade.

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  Ogni tanto sento questa emozione. Per anni l'ho chiamata aspettativa, come se dovesse succedere qualcosa di bello. Un po' come le farfalle nello stomaco prima di un viaggio: una vibrazione leggera, viva. Me la sono sempre goduta, quel momento. Poi però il momento passava. Io restavo in attesa. E la cosa straordinaria non arrivava mai. Così arrivava la delusione, e io andavo avanti. Oggi ho sentito la stessa emozione. E, come sempre, me la sono goduta. Ma qualcosa è cambiato… Non ho aspettato che la cosa meravigliosa succedesse, perché mi sono accorta che stava già succedendo. Non c'era un poi. Non c'era una promessa da mantenere. Ciò che sento non è più aspettativa, ma Vita che accade. È il movimento stesso dell'essere viva, qui, adesso. E per la prima volta quell'emozione non chiede niente. Non anticipa, non promette e non delude. È completa così com'è…

Il bosco, la scena e lo [Sguardo]: quando vivere diventa recitare

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Bisogna ammetterlo: in Italia non esistono fatti, esistono solo scene. Drammatiche, teatrali, favoleggianti... Ogni cosa, OGNI COSA , prima o poi viene trascinata sul palco: illuminata male, amplificata troppo, caricata di pathos fino a perdere qualsiasi contorno reale. Non importa cosa sia accaduto davvero. Importa come può essere raccontato. E di solito viene raccontata male! La famiglia del bosco non fa eccezione. Anzi: è perfetta. Perché c’è il bosco, che in questo Paese non è mai solo bosco. È fuga, è minaccia, è purezza e regressione, è colpa, è sogno. Certo, dipende da chi guarda. E da cosa deve dimostrare. La loro unica colpa non è aver sottratto i figli alla scuola, né aver rifiutato un modello, né aver scelto una vita ai margini. La loro unica colpa è aver fatto una scelta: non il bosco, ma il bosco in Italia . Perché in Italia le scelte devono essere spiegate, giustificate, rese digeribili. A tutti, ovviamente. Devono diventare...

Pix in Brasile: paghi il caffè come mandi un messaggio

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  Vivo in Brasile da un po’ e ci sono cose che, giorno dopo giorno, smettono di stupirti.Poi ce ne sono altre che continuano a farlo, anche quando diventano quotidiane. Pix è una di queste. Per chi non lo sapesse: Pix è il sistema di pagamento brasiliano. Ma detta così è come dire che il mare è “acqua”. Con Pix paghi il caffè, il taxi, la spesa, l’idraulico, la lezione di yoga, l’affitto, lo stipendio, il cocco in spiaggia e – probabilmente – anche il karma, se qualcuno trovasse il modo. E la parte che ancora mi fa sorridere è questa: per pagare non servono IBAN chilometrici, codici misteriosi o dati da copiare tre volte. Basta un numero di telefono, un’email, oppure un QR code. Come mandare un messaggio. Letteralmente. Scansiono, confermo sul telefono, fine. Il pagamento è già dall’altra parte mentre io sto ancora sorridendo. La cosa che mi colpisce davvero non è la tecnologia. È la normalità con cui funziona. Nessuno ti guar...

Un nuovo arrivo in cucina (con superpoteri)

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  Ah, che meraviglia, l'ho fatto, ho comprato una lavastoviglie! In verità ho guardato più al prezzo che alle sue competenze, dopotutto deve lavare i piatti, non certo fare esperimenti di fisica, no? Così sguinzaglio mio segugio personale, il mio Tomo, e tra le tante offerte trova questa Electrolux 14 coperti . Ok, ha le dimensioni giuste per la nicchia a lei dedicata, vedo che ha il mezzo carico; siamo in due, farebbe davvero comodo... Non mi interessa altro! Ordinata! Quattro giorni e ce la consegnano. Ah ragazzi, è bella, bianca, grande e sembra quasi un armadio di design che ha deciso di trasferirsi in cucina per sentirsi più utile! La adoro! Così vado a leggermi le istruzioni (non sono un uomo, posso farlo, no?) e cosa vedo? Higienizar Compras . Cioè? Ho pensato: è ovvio che la utilizzerò per lavare le stoviglie e affini prima di usarle, ma perché un programma apposito? Eh cari miei, voi non lo sapete ma qua sono maestri dell'igiene e cosa ti ha...

[Sguardo] Fuori target: smontare le narrazioni sull’intelligenza artificiale

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Domenica l'altra ho parlato di intelligenza artificiale. Di nuovo. Non perché io ne sia ossessionata, anche se la apprezzo, ma perché ne ho piene le palle di essere presa in giro. Non dall’ IA . Dai racconti che le vengono costruiti intorno. Da parole gonfiate, metafore sbagliate, frasi che sembrano profonde e invece servono solo a evitare una cosa semplice: dire chi decide e chi è responsabile. Quindi sì, torno sull’argomento. Non per spiegare cos’è l’intelligenza artificiale, ma per smontare l’ennesima narrazione che tratta i lettori come cretini e l’imbecillità come un pubblico da accontentare. Fuori target (non fuori tempo) In questo periodo succede una cosa curiosa: apro giornali seri, testate seguite, nomi “autorevoli”, e mi ritrovo a leggere frasi che mi fanno venire una domanda semplice: ma mi stanno per caso prendendo per i fondelli? Perché quando leggo che l’intelligenza artificiale sarebbe “un corpo in evoluzione , cap...