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Smettere di rimandare la vita: quello che due anni di malattia mi hanno insegnato

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Il pensiero del martedì Il presente non è una sala d'attesa... Sono due anni che sto male, due anni e mezzo da quando ho avuto il fuoco di Sant'Antonio. Due anni in cui ogni volta che stavo meglio, la ricaduta faceva ancora più male della malattia stessa. C'era solo: «Ecco, di nuovo. Non guarirò più. È sempre peggio.» E giù di autocommiserazione. Ma succede che uno, a un certo punto, si arrende. Non per sconfitta, ma per accettazione. Ne ho parlato anche con Tomo. A volte, quando dico "se un giorno guarisco", lui mi corregge: «quando un giorno guarisci». Ho dovuto spiegargli che a un certo punto bisogna anche smettere di vivere in attesa e imparare a godersi la vita per quella che è. Lo so, chi ci ama lo dice per incoraggiarci. Per darci speranza. Ma c'è un piccolo paradosso nascosto in quella frase. Come se la vita vera fosse sempre dopo. Dopo il dolore. Dopo la fatica. Dopo il momento difficile. Come se il presente fosse soltanto...

Quando il corpo cambia le regole

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Il pensiero del martedì «Non volevo i calzini. Non volevo il caldo. Non volevo essere malata. Eppure eccomi qui, e sto bene lo stesso.» Amavo andare a piedi nudi. Amavo sentire il pavimento, la terra, l'erba. Amavo il freddo, il vento, l'acqua fredda sulla pelle. Non mi limitavo ad amare tutto questo: lo vivevo, lo respiravo, lo integravo. Poi mi sono ammalata. A quanto pare, la mia malattia non ama il freddo. Ama i calzini, le ciabatte imbottite, i pigiami felpati e la borsa dell'acqua calda. Ho sempre odiato il caldo, da quando ne ho memoria. Eppure ora ne ho bisogno. E come si fa ad accettare ciò che si è sempre odiato? Lo si accoglie. Si impara ad apprezzare ciò che è necessario. Come chi odia prendere medicine ma sa che lo faranno stare meglio. Il caldo non ha tutti quegli effetti collaterali, certo. Ma il sudore, le vampate… non sono facili da digerire. Qui sta arrivando l'inverno, e così lo cerco. Due paia di calzini. Il tepore che ...

Le mie geografie interiori

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  Là dove la pelle cede, io mi ritrovo Oggi ho abbassato lo sguardo e ho visto l’interno del mio braccio: le pieghe della pelle fitte, e sotto di esse qualcosa di morbido che le riempie. Al momento ho pensato che non fosse un gran bel vedere, poi riflettendo ho capito che quel pezzo di braccio racconta molto di me. Trent’anni di obesità hanno tirato quella pelle all’esterno, un po’ come ho fatto io con la vita. Nel momento in cui tutto si sgonfia, quella pelle rimane lì: non è più tesa, quasi cedevole, con un grumo di rimasugli che fanno parte di quella vecchia obesità. Chiudo gli occhi e passo la mano sul ventre: anche qui la stessa storia, buchi, bozzi, pieghe. Poi tocco le gambe, e l’aspetto è quello che avrebbe la lava quando scende a strati. Anche queste raccontano la loro verità: ciò che ha raggiunto l’estremo, per poi ritirarsi e lasciare le rovine. Ed ecco che arrivo al viso: quella piega sotto la bocca che rende il mio aspetto triste, gli occhi leggerme...