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Quando il corpo cambia le regole

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Il pensiero del martedì «Non volevo i calzini. Non volevo il caldo. Non volevo essere malata. Eppure eccomi qui, e sto bene lo stesso.» Amavo andare a piedi nudi. Amavo sentire il pavimento, la terra, l'erba. Amavo il freddo, il vento, l'acqua fredda sulla pelle. Non mi limitavo ad amare tutto questo: lo vivevo, lo respiravo, lo integravo. Poi mi sono ammalata. A quanto pare, la mia malattia non ama il freddo. Ama i calzini, le ciabatte imbottite, i pigiami felpati e la borsa dell'acqua calda. Ho sempre odiato il caldo, da quando ne ho memoria. Eppure ora ne ho bisogno. E come si fa ad accettare ciò che si è sempre odiato? Lo si accoglie. Si impara ad apprezzare ciò che è necessario. Come chi odia prendere medicine ma sa che lo faranno stare meglio. Il caldo non ha tutti quegli effetti collaterali, certo. Ma il sudore, le vampate… non sono facili da digerire. Qui sta arrivando l'inverno, e così lo cerco. Due paia di calzini. Il tepore che ...

Vent'anni di ritinteggiatura: come ho smesso di coprire i capelli bianchi (e perché)

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  Da sempre le donne ritinteggiano. È una forma di manutenzione ordinaria. Compare un filo bianco? Si copre. Come una macchia sul muro. Io ho iniziato presto. Forse troppo presto. Ancora prima dell'apparizione del nemico. Vent'anni di ritinteggiatura. Venti. Altro che hobby! Non è tanto il costo. È la gestione. Perché dopo due settimane si vede già tutto. Una ricrescita precisa, puntuale, più affidabile di me. E lì parte il dialogo interiore: «Devo farla.» «Ma è presto.» «Però si vede.» «Ma è presto.» E così per giorni. Finché non cedi. E ritinteggi. Poi, a un certo punto, ti stanchi. Non dei capelli. Della conversazione. Io ho smesso dieci anni fa. E no, non è stato un atto spirituale. È stata più una resa strategica. Oggi non copro niente. Anzi, evidenzio. Così almeno, se qualcuno deve avere un dubbio, non è sull'età.

Le mie geografie interiori

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  Là dove la pelle cede, io mi ritrovo Oggi ho abbassato lo sguardo e ho visto l’interno del mio braccio: le pieghe della pelle fitte, e sotto di esse qualcosa di morbido che le riempie. Al momento ho pensato che non fosse un gran bel vedere, poi riflettendo ho capito che quel pezzo di braccio racconta molto di me. Trent’anni di obesità hanno tirato quella pelle all’esterno, un po’ come ho fatto io con la vita. Nel momento in cui tutto si sgonfia, quella pelle rimane lì: non è più tesa, quasi cedevole, con un grumo di rimasugli che fanno parte di quella vecchia obesità. Chiudo gli occhi e passo la mano sul ventre: anche qui la stessa storia, buchi, bozzi, pieghe. Poi tocco le gambe, e l’aspetto è quello che avrebbe la lava quando scende a strati. Anche queste raccontano la loro verità: ciò che ha raggiunto l’estremo, per poi ritirarsi e lasciare le rovine. Ed ecco che arrivo al viso: quella piega sotto la bocca che rende il mio aspetto triste, gli occhi leggerme...