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Visualizzazione dei post con l'etichetta domenica

[Sguardo] Quando un luogo non è fatto per noi (e non il contrario)

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  Quando scegliamo un luogo, ci chiediamo ancora se quel luogo faccia per noi? Oppure ci aspettiamo che sia il luogo ad adattarsi a noi? È una domanda che mi è venuta spontanea leggendo la notizia di alcuni turisti che si sono lamentati del rumore dei campanacci delle mucche e dell'odore di stalla. Naturalmente esistono situazioni oggettivamente problematiche che meritano di essere affrontate. Non sto parlando di questo. Sto parlando di quei casi in cui il disagio nasce proprio dall'identità del luogo. Così una montagna dovrebbe smettere di profumare di stalla. Una spiaggia dovrebbe liberarsi dei gabbiani. La campagna dovrebbe convincere il gallo a cantare più tardi. Il bosco dovrebbe avere meno insetti. E una città dovrebbe essere meno affollata e rumorosa. È come se ci fossimo abituati all'idea che tutto possa essere modellato sulle nostre aspettative. Eppure ogni luogo possiede una propria identità. La montagna non è soltanto un bel panorama: è pa...

[Sguardo] MA.NON.SEI.A.MILANO!

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  Quando vanno all'estero, di solito in qualche paese considerato "povero", e vedono i prezzi delle case, parte subito il ritornello: "A Milano non ci compri nemmeno un garage." Grazie al piffero. Non sei a Milano. Gli affitti bassi: "A Milano non ci affitti nemmeno una panchina." NON SEI A MILANO. Il cibo: "A Milano non ci compri nemmeno una michetta." NON. SEI. A. MILANO. E avanti così. Il mango costa 0,80 pesos. Le banane 0,50 reais. Il pane 2,5 dinari. E ogni volta: "A Milano?" Sì, ma non siamo a Milano. Siamo in posti dove gli stipendi spesso sono un terzo dei nostri, dove i servizi funzionano diversamente, dove il contesto economico è completamente un altro. Ma questo quasi nessuno lo dice. Si celebra il prezzo basso come fosse un miracolo o un trucco segreto scoperto dagli italiani furbi, non come la conseguenza logica di una realtà diversa. Stavo guardando uno di quei video su YouTube: youtuber sorr...

[Sguardo] Il rispetto ha ancora un indirizzo

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  C'è una cosa che osservo, qui in Brasile, e che ogni volta mi colpisce come se fosse la prima. Ero a tavola con mia nuora e sua madre, che era lì per la prima volta. A un certo punto sento: «A senhora precisa de alguma coisa?»  la signora ha bisogno di qualcosa? Mia nuora, 38 anni, dava del lei a sua madre di 63. Con la stessa naturalezza con cui si passa il pane. In un'epoca in cui i miei connazionali vogliono diventare i migliori amici dei propri figli, dove li chiamano Bro e  li consigliano di stare "scialli", qui ci si rivolge ai genitori con il voi. Non per distanza. Per riconoscimento. Ma è stato al cartório che ho capito qualcosa di più profondo. C'era una nonna, anziana, con un'età difficile da definire, molto vecchia, ecco. Accanto a lei un ragazzino, 14, forse 15 anni, che la accompagnava per sbrigare delle pratiche. Non ho mai visto tanta gentilezza, tanta premura, tanta cura silenziosa. La chiamava vovózinha  , nonnina, e anche lui le dav...

[Sguardo] Il danno psicologico vero non è la caduta

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  Ho letto la notizia qualche giorno fa: una bambina si fa male durante la ricreazione, cade, si scontra con un compagno. La famiglia chiede ventimila euro di risarcimento alla scuola. Motivazione, tra le altre: danni psicologici. Mi sono fermata su quelle due parole. Danni psicologici. Per una caduta in cortile? Non è la caduta in sé che mi colpisce. I bambini si fanno male, succede, da sempre. È quello che gli adulti costruiscono intorno a quella caduta che oggi sembra cambiare tutto. Ogni bambino è caduto. Ogni bambino ha sbucciato un ginocchio, ha pianto, è stato medicato ed è tornato a correre. Da sempre. Anche io ho una cicatrice sul ginocchio. So di essermela fatta, da qualche parte, in qualche anno, ma non ricordo assolutamente come. Non ricordo la causa perché i miei genitori hanno fatto la cosa più intelligente del mondo: mi hanno medicata, mi hanno detto di stare attenta la prossima volta, e sono andati avanti. Nessun trauma.  Nessun incubo.  Nessun co...

[Sguardo] Substrak e la superficialità dei social: la scrittura lunga come atto di resistenza

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  Oltre a qui, scrivo anche su Substrak. Giuro, lo avevo immaginato come un posto dove leggere cose interessanti, scambiare opinioni e magari trovare qualche riflessione degna di nota. Invece mi sono ritrovata davanti a un flusso di domande banali:“che fate il 25 aprile?”oppure foto di gattini che inseguono una luce. Per non parlare di video triti e ritriti, che alla fine lasciano il tempo che trovano. Che delusione. E a un certo punto ho capito che non era nemmeno Substrak il problema. Scorri, guardi, metti un like e vai oltre. Tutto veloce. Tutto leggero. E più è leggero, più gira. Se provi a fermarti un attimo, a dire qualcosa che richiede un minimo di attenzione, è come parlare in una stanza dove tutti stanno dicendo altro. Non è che non puoi farlo… è che si perde. Avete presente quando cerchi di far crescere un fiore in mezzo alle erbacce? Ecco, quella è la sensazione. La voce si perde, soffocata da tutto il resto. E allora succede una cosa strana: non è che la profondità spa...

[Sguardo] Non possiamo prenderli tutti: la risposta che vorrei dare

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  Domenica scorsa ho parlato di quella frase: “Mica possiamo prenderli tutti.” Pensavo fosse finita lì. Poi ho visto un film… Il film racconta una storia vera: The Red Sea Diving Resort, dove un uomo ha messo su un hotel in Sudan per salvare i rifugiati politici etiopi. In una scena, un militare dice: non posso prenderli tutti, sono tropp i. E lì mi è salito il crimine, un'altra volta. Ma Ari risponde: ok, scegli tu chi far salire e chi lasciare a terra, chi deve vivere o morire. Scegli tu. Ti devi vivere con questo. Perché io non lo farò per te. Esatto. Questa è la risposta che vorrei dare a chi solleva sempre quella maledetta frase: non possiamo prenderli tutti. E a chi la pensa così dico solo una cosa: ok, vai tu. Ti pago io l'aereo. Vai tu, che so, in Etiopia, in Congo, o in un paese a tua scelta dell'Africa centrale. Li accompagni a casa loro, e visto che ci sei, e soprattutto che sono io a pagare, il volo di ritorno te lo prenoto dopo una settimana. Visto che i...

[Sguardo] Quando lo sguardo si ritira e resta il sentire

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  Oggi guardo, ma lo sguardo non c’è. Non manca: si è semplicemente ritirato. Un po’ come fanno certe facoltà quando il corpo ha bisogno di sentire. Oggi non sto osservando il mondo, lo attraverso... In questi momenti succede di tutto, ma non ho niente da dire. Sento tante parole a cui non riesco a dare una forma. Forse Sguardo oggi è questo: sapere quando smettere di guardare per non tradire ciò che si muove sotto. Non è un cambio di rubrica, è solo una domenica in cui Sguardo si siede e ascolta.