La democrazia, decantata da tutti e voluta da pochi
In questi ultimi tempi ho riflettuto molto sul comportamento di alcune persone durante la campagna elettorale brasiliana.
Non parlo di chi ha votato a destra o a sinistra, né di chi ha dichiarato apertamente il proprio voto. Parlo di qualcosa che considero ben più importante: il rispetto della democrazia, della libertà e della dignità delle persone.
Ho visto persone con milioni di follower continuare tranquillamente con i loro teatrini, le battute e i giochini, mentre il loro Paese attraversava dei moment di grande tensione, con cittadini insultati, derisi e umiliati per le proprie idee politiche.
Nessuno è obbligato a dichiarare per chi vota. Ma credo che chi dispone di una grande visibilità abbia anche la possibilità, e forse la responsabilità civile, di utilizzare quella voce per sostenere almeno i principi fondamentali della democrazia.
Ho apprezzato chi, senza fare grandi proclami e senza necessariamente dichiarare il proprio voto, ha parlato di democrazia, libertà, rispetto e protezione dei più fragili e degli invisibili.
Qualcuno, davanti a queste dichiarazioni, ha chiesto: «Ah, ma allora hai votato Lula?».
E quando la risposta è stata sostanzialmente: «Secondo te, se sono dalla parte della democrazia, da che parte dovevo stare?», qualcuno ha deciso di togliere il follow.
Ecco, questo mi ha fatto riflettere.
Perché il problema non è essere contrari a Lula, né avere idee politiche differenti. Il problema è quando dichiararsi a favore della democrazia diventa un motivo di rottura, di ostilità o di disprezzo.
E non è un episodio isolato.
Abbiamo assistito a moltissimi tentativi di far licenziare persone per le loro scelte politiche, a insulti rivolti a un bambino che vendeva caramelle, a un anziano fermo con la macchina in panne al quale è stato augurato di morire povero. Abbiamo visto una ragazza vantarsi della ricchezza del padre e definire miserabili coloro che non potevano permettersi di viaggiare in Europa.
E questi sono soltanto alcuni esempi tra i tanti che circolano in rete.
E allora mi domando: con quale coerenza si parla di dittatura quando qualcuno sostiene la democrazia, mentre si pretende di punire, umiliare e zittire chi esprime un'opinione diversa?
La democrazia non è soltanto poter votare il proprio candidato. Non è soltanto poter parlare quando si è dalla parte della maggioranza. Non è nemmeno una parola da utilizzare come arma contro gli avversari.
È soprattutto la capacità di riconoscere all'altro la stessa libertà che pretendiamo per noi stessi.
Non significa dover condividere le sue idee, approvare le sue scelte o seguirlo sui social. Significa riconoscergli il diritto di pensarla diversamente senza trasformarlo in un nemico da abbattere.
Perché la libertà di espressione non può essere un diritto riservato a chi la pensa come noi.
E forse dovremmo cominciare proprio da qui: smettere di misurare la democrazia soltanto attraverso le nostre preferenze politiche e cominciare a misurarla attraverso i nostri comportamenti.
Non basta dichiararsi democratici. Bisogna anche saper convivere con la libertà degli altri.
Altrimenti, più che difendere la democrazia, stiamo soltanto difendendo il diritto di avere ragione.
